L’approvazione del ddl 1004 che fa divenire legge quanto affermato dall’IHRA (cfr. https://transform-italia.it/la-definizione-dell-ihra-non-deve-divenire-legge-una-piazza-unitaria-a-roma-il-9-settembre-per-impedirlo/) arriva accompagnata da polemiche che riguardano soprattutto lo schieramento di centro-sinistra. Al Senato, infatti, il Partito Democratico si era, su tale testo, spaccato, una parte aveva votato a favore un’altra aveva scelto l’astensione. E prima ancora dell’approvazione del testo che reca come primo firmatario Massimiliano Romeo (Lega), erano stati presentati disegni di legge simili, uno dei quali avente come primo firmatario il suo collega Graziano Delrio (PD), che, a quanto ci risulta, lo aveva presentato senza informare nemmeno gli organismi dirigenti del proprio partito. I due testi, insieme ad altri, sono confluiti in un unico disegno di legge, dopo una breve discussione, come del resto accaduto a Palazzo Madama, tocca oggi a Montecitorio farlo divenire legge. In questa occasione gran parte del Partito Democratico, per voce della sua segretaria, ha annunciato un voto contrario anche se, molto probabilmente ci saranno, fra i banchi del partito alcune defezioni. Spetta alla cronaca parlamentare indulgere in ragionamenti politicisti o legati alla necessità di trovare compromessi. La stessa richiesta della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta all’olocausto, con cui si chiede a maggioranza e opposizioni di trovare un punto di intesa per approvare un nuovo ddl sembra fungere unicamente come boccone avvelenato per alimentare le polemiche interne al centro sinistra. Difficilmente ci sarà un ripensamento da parte del governo Meloni, che annovera fra le fila del proprio partito numerosi esponenti – in passato ma chissà se anche nel presente – di reale antisemitismo. Il disegno di legge serve a ricucire con l’amministrazione Trump, a dimostrare in Europa che il sostegno alla causa palestinese va fermato, ad offrire al governo Netanyahu uno splendido assist in vista delle imminenti elezioni in Israele. Ma non intendiamo dedicare altro spazio a queste miserie.
Un passato da ricostruire
Vorremmo invece aprire un momento di riflessione in merito alle cause profonde che hanno fatto sì che la sinistra “moderata”, il centro, persino settori del mondo cattolico che un tempo spingevano verso una linea politica di maggiore dialogo con tutti gli Stati del Mediterraneo e individuavano nel conflitto in Palestina il nodo focale destinato ad impedire qualsiasi tentativo di pacificazione, a sdraiarsi totalmente sulle politiche coloniali e suprematiste del sionismo. Nel Secondo dopoguerra il senso di colpa derivante dall’ignavia che aveva condotto, non solo i nazifascisti, ma anche la complicità della maggioranza occidentale, nell’incommensurabile orrore della Shoah, andava in qualche maniera risolto, tanto a livello politico che culturale, sociale, persino psicologico. In paesi ritenuti i maggiori responsabili, come la Germania, in particolare in quella che allora era la Repubblica Federale (Germania Ovest), un lavoro profondo è stato svolto. L’antisemitismo, da secoli presente in tutta Europa, non è miracolosamente sparito ma è divenuto elemento di inappellabile condanna sociale. Che poi turpi pregiudizi antiebraici continuassero e continuino a covare, anche negli ambienti più insospettabili è cosa data, come sono rimasti per le altre vittime dell’olocausto: rom, “asociali”, oppositori politici, omosessuali, disabili. Ragioni legate alla politica internazionale hanno portato a mettere in atto quanto già pensato e dichiarato prima del conflitto, la creazione dello Stato di Israele in quello che era il protettorato inglese sull’allora Palestina. Un progetto di impronta decisamente coloniale, che almeno oggi leggiamo in questa maniera, ma che allora venne considerato di liberazione rivoluzionaria. L’Unione Sovietica riconobbe per prima il nuovo Stato anche per creare un elemento di criticità nel dominio britannico in Asia Occidentale. Una nazione di cui, in termini di propaganda si agitarono le visioni socialiste rappresentate dai kibbutz, ma in cui quello che aveva effettivamente valore, era una ragione meramente geopolitica, togliere all’occidente il controllo di un’area raccontata con l’idea di dare “una terra senza popolo ad un popolo senza terra”. Peccato che invece lì un popolo già c’era e conviveva in un contesto pluriculturale senza bisogno di divisioni e/o confini. Nonostante la Nakba, la cacciata di centinaia di migliaia di persone dalla Palestina, lo Stato di Israele venne vissuto come risarcimento, come spazio di riparazione di una ferita incurabile e che l’Europa non voleva curare all’interno del proprio spazio politico. Ovviamente nulla impedì che invece l’antiziganismo, l’omofobia continuassero ad avere cittadinanza, che le forme di disabilità fisica o mentale venissero vissute come questioni di cui vergognarsi, da nascondere.
Una mentalità che ha fatto breccia anche in una parte dei ceti popolari, ma che negli anni Cinquanta si tradusse in una equazione tanto comprensibile quanto inaccettabile. In Europa antirazzismo e antisemitismo erano divenuti sinonimi. Ci si indignava per quanto accadeva nelle colonie, contro le comunità afroamericane negli Usa, nel Sudafrica dell’Apartheid, ma non in Europa e in particolare in Italia. Se, con modalità diverse e comunque limitate, nella fase della decolonizzazione, potenze come quella britannica o francese hanno dovuto confrontarsi con il proprio volto oscuro, con il mai sparito “Cuore di tenebra”, pubblicato per la prima volta nel 1899, in Italia tutto questo non accadeva. L’Italia che solo più tardi, grazie a studiosi come Del Boca, Rochat e poi con le nuove generazioni di storici, ha a malapena o solo nelle élite intravisto i crimini coloniali, non si è mai riconosciuta come implicata in pratiche genocide. Con la fine del regime fascista in molte/i si erano lavati la coscienza e avevano dimenticato quanto andava rimosso. L’antisemitismo giustamente non poteva essere cancellato e divenne sinonimo, come già detto dell’unica e “limitata” traccia di razzismo presente fra gli “italiani brava gente” e il sostegno alla nascita dello Stato di Israele ne fu la conferma. Fino al conflitto del 1967, con l’occupazione di una parte di quanto restava della Palestina già smembrata, si vadano a leggere le cronache dei giornali, anche di quelli della sinistra, non si scorge traccia di percezione di nuove discriminazioni, tutta la stagione degli anni Settanta e Ottanta, attraversata da azioni di resistenza che vennero tradotte come puri atti di terrorismo, sono stati interpretati in tale maniera. Quando poi l’esercito israeliano “esagerava”, si pensi alle guerre combattute in Libano, nascevano momenti di critica che non divenivano però mai strutturale in base a due ragioni. Israele era divenuto e considerato, anche dalle nostre sinistre, un avamposto democratico fra paesi governati da dittature – omettendo la complessità dei percorsi storici e politici dei Paesi confinanti – era il nostro sguardo sul mondo e soltanto nel momento in cui il Presidente Yasser Arafat scelse definitivamente la strada del dialogo venne creduto come affidabile interlocutore anche se la diffidenza non mancava. Il PCI fece di certo una scelta di campo precisa, di cui le foto fra Arafat e Berlinguer sono forte testimonianza, ma permaneva intanto l’equivalenza ancora più perniciosa fra l’immensità variegata della cultura ebraica e lo Stato sionista.
Discriminazione made in Italy
Quanto accadeva ai nostri meridionali, soprattutto durante le migrazioni di massa interne, venne vissuto e affrontato come questione sociale su cui agire per ricomporre anche in un’ottica di classe. E non casualmente questo tipo di operazione sociale, politica, ma soprattutto culturale, portò anche ad un incremento della conflittualità per veder garantita l’estensione dei diritti. Ciò non toglie che dovemmo fare i conti sulle discriminazioni che, in quanto italiani, subivano coloro che emigravano nella parte più ricca d’Europa e negli Usa. Per anni ci raccontammo come vittime e mai come carnefici. Come ben noto, passata una fase di espansione e di conquiste, il contraccolpo si tradusse nel manifesto rigetto verso i “terun”, portato avanti non solo dalla Lega in prima versione di Umberto Bossi, ma non si ritenne mai opportuno opporsi a queste discriminazioni con un disegno di legge. Il Belpaese scoprì di star incubando elementi di nuovo razzismo con la morte di Jerry Essan Masslo, nell’estate del 1989, rifugiato sudafricano non riconosciuto come tale in Italia, ucciso da camorristi mentre veniva, come tanti altri “uomini neri”, sfruttato da anni nelle campagne a spezzarsi la schiena per poche migliaia di lire al giorno. E ci furono manifestazioni enormi, un dibattito pubblico intenso, una legge che recependo, almeno in parte l’articolo 10 della Costituzione, fece divenire diritto soggettivo – e non come finora legato al paese di provenienza – la possibilità di accedere a forme di protezione fino allo status di rifugiato. Fino ad allora questo privilegio era riservato a chi fuggiva dai paesi del Patto di Varsavia e si era poi esteso, in parte, a chi proveniva dalle dittature latinoamericane.
Razzismi e antirazzismi
Ci si accorse quasi con macro-aggressionita – che organizzazioni, azioni violente, libri che decantavano un “suprematismo bianco”, erano presenti nel Paese, persino nelle istituzioni, tanto da dover definire nel 1992 una legge tutt’ora in vigore, la cd Mancino, che punisce ogni forma di discriminazione e 11 anni dopo portò alla nascita, sotto il controllo della Presidenza del Consiglio, dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) a cui cominciarono a giungere a migliaia le segnalazioni di micro e macro aggressioni fino ad allora mai considerate, praticate anche dalle istituzioni, attraverso i loro poteri discrezionali e la complessità delle normative. Si aprì anche una stagione di movimenti antirazzisti che provarono ad incidere, a volte con una modalità troppo paternalista, nella società italiana in crescita, ma che non riuscirono alla fin fine ad intaccare un concetto di “identità italiana” oggi predominante anche attraverso lo sdoganamento di ogni parola allora indicibile. Inutile ripercorrere qui l’elenco poi delle norme legislative con cui proponendosi di dover “coniugare accoglienza e sicurezza”, si sono attuati anche “pacchetti” e decreti sicurezza, inutile qui parlare dell’involuzione che si va subendo nell’Europa del XXI secolo, oscillante fra deliri remigrazionisti, razzializzazione diffusa e avanzata dell’internazionale nera.
Interrogarsi per cambiare
Quanto finora tratteggiato sommariamente vuole portare ad alcune conclusioni che ci impongono di considerare una oscena scelta quella del ddl basato sulle raccomandazioni dell’IHRA. Intanto se si accetta l’idea che non esistono gerarchie nel definire comportamenti, parole o azioni di stampo razzista, ogni forma di antisemitismo non ha bisogno di ulteriori normative. Magari andrebbero sciolte organizzazioni neofasciste e neonaziste presenti nel Paese che, nel sottobosco culturale della destra egemone, perseverano nel portare avanti ideologie imbevute di suprematismo e che a volte colpiscono anche donne e uomini di religione ebraica. L’antisemitismo, come l’omofobia o l’islamofobia o l’antiziganismo sono da rifiutare socialmente tout court e per questo le leggi già esistono, anche se non vengono sovente messe in pratica. Si ragioni piuttosto di come rafforzare politiche antirazziste di cui dovrebbero beneficiare tutti i soggetti che sono soggetti ad azioni o pensieri discriminatori. In seconda battuta si accetti l’idea che quello che già era un progetto di espansionismo coloniale in Asia Occidentale (non Medio Oriente), ha assunto negli anni condizioni di fascistizzazione suprematista, tali da rendere la pratica genocidiaria, conclamata dopo il 7 ottobre, ma anche l’apartheid iniziato già con la nascita dello Stato di Israele, come non un fenomeno passeggero e contingente ma in quanto prassi strutturale.
E da occidentali che ancora non hanno seriamente fatto i conti con la propria storia, è il caso che la si pianti di considerare comunque Israele come un Paese con cui intrattenere relazioni normali, spesso preferenziali, quando si tratta di vendita di armi o di scambio di alta tecnologia. Tali rapporti vanno interrotti, il boicottaggio e il disinvestimento possono divenire terreno comune. Da sempre – elemento rilevatore – nelle competizioni sportive, Israele partecipa come se fosse un Paese europeo, ma per quale ragione? Anche questo legame andrebbe rotto, in quanto atto di disconoscimento come avvenne per il Sudafrica dell’apartheid. Si tratta di uno Stato che non è all’interno dei confini europei, sotto accusa per genocidio, in cui gli aspetti di democrazia sono divenuti mera formalità. Il consenso di cui gode la destra, non solo il governo, nel porre come obiettivo la deportazione degli “arabi”, non dei “palestinesi” (termine che lì non ha diritto di cittadinanza), la confisca continua di terre, dell’acqua, la distruzione delle infrastrutture sanitarie, scolastiche, sociali ancora rimaste in piedi, tanto a Gaza che negli altri luoghi di resistenza, è la norma, cosa altro si deve attendere?
I tentativi portati avanti dal mondo della cultura, dell’arte, della cinematografia, della poesia, del giornalismo degli abitanti di Gaza e Cisgiordania hanno in parte costretto ad accettare un’altra narrazione degli eventi. La realizzazione di docufilm come Naza, da parte di registi israeliani (gli stessi di No other land), sono divenuti la conferma di quanto il mondo diffuso delle attiviste e degli attivisti già conosceva, ha il pregio di rompere in maniera ancora più profonda una narrazione coloniale per cui quanto raccontato dai soggetti palestinesi aveva ed ha ancora meno valore rispetto a quanto raccontato dagli oppressori. Chissà che la traduzione in legge di un ddl come quello che verrà approvato il 2 ottobre e che tra i tanti elementi di oscenità segnala la volontà di imbavagliare l’informazione rispetto a chi critica lo Stato di Israele, dal 2018 divenuto Stato degli ebrei, accentuando quindi una propria autodefinizione su base etnica, non apra in maniera più ampia il vaso di Pandora delle contraddizioni. Una legge del genere, funzionale a controllare il dissenso, potrebbe costringere ad interrogarsi sul nostro pensiero mai sufficientemente decolonizzato. Abbiamo divorato Fanon, Malcolm X, apprezzato poi Darwish e Said, ma evidentemente se si giunge ad una legge del genere – e le leggi generano cultura – questo non basta. Nel continuare a contrastare ogni forma di discriminazione e di razzismo, ivi compreso il reale antisemitismo, nell’appoggiare le lotte dei popoli oppressi opponendosi concretamente agli oppressori, dovremmo fare i conti profondamente con quello che è diventata una parte cospicua del nostro continente. Un concentrato di xenofobia, elogio del white power, racconti orrorifici rispetto alla minaccia di una sostituzione etnica o di fantomatiche invasioni, soprattutto “islamiche”, contro cui difendersi ad ogni costo, partendo anche da misere forme di discriminazione nelle scuole. Se per contendersi il voto della pancia delle persone, di quelle un tempo più contigue ad una visione di classe oggi frammentata, si legifera da una parte per ergere l’antisionismo ad una forma di discriminazione e contemporaneamente ci si propone di implementare l’esclusione scolastica dei minori razzializzati, ritenuti non all’altezza per il livello di comprensione della lingua italiana, è perché c’è un filo nero che unisce i due percorsi. Un filo da spezzare. Anche partecipando alle mobilitazioni indette per impedire l’obbrobrio che andrà in scena il 2 ottobre.
Stefano Galieni
