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Un movimento europeo contro la guerra e il riarmo

di Anna
Camposampiero

Dal Forum Internazionale per la Pace di Rivas Vaciamadrid un confronto tra forze politiche, movimenti sociali, organizzazioni pacifiste e realtà della società civile per rilanciare una mobilitazione internazionale contro la guerra e la corsa al riarmo.
Viviamo una fase di profonda trasformazione dell’ordine internazionale. Il vecchio assetto fondato sulla centralità e sull’egemonia occidentale è attraversato da una crisi che si intreccia con l’emergere di un mondo più multipolare. In questo passaggio aumentano però le tensioni, i conflitti e la spesa militare, mentre le risorse necessarie ad affrontare le grandi emergenze sociali e ambientali continuano a essere insufficienti.
È in questo scenario che si è svolto a Rivas Vaciamadrid, nei pressi di Madrid, il Forum Internazionale per la Pace, un appuntamento che ha riunito organizzazioni della società civile, delegazioni, forze politiche, rappresentanti di Paesi e popoli coinvolti nei conflitti, organizzazioni di donne e giovani e realtà impegnate nella difesa del multilateralismo e della Carta delle Nazioni Unite. Il Forum si colloca nel percorso avviato con il Forum internazionale di Bruxelles del 2025 e proseguito con la manifestazione e l’Assemblea di Bruxelles del 14 giugno 2026, dal chiaro titolo “Welfare not warfare”.
L’obiettivo non è soltanto discutere di pace, ma costruire forme concrete di cooperazione e coordinamento tra forze politiche e movimenti sindacali e sociali che rifiutano la logica della guerra e vogliono affermare un’alternativa fondata sulla diplomazia, sul diritto internazionale, sulla cooperazione tra i popoli e sul dialogo tra le diverse culture.
Uno dei nodi centrali emersi dal confronto riguarda la trasformazione dell’Europa. Nel mio intervento di apertura ho richiamato il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen del 18 settembre 2026, individuando nella competitività, nella politica industriale e nel riarmo i tre assi dell’attuale progetto europeo. La domanda posta è però radicale: competitiva per chi?
La corsa alla competitività non ha prodotto automaticamente maggiore redistribuzione della ricchezza, protezione del lavoro, accesso alla casa, alla sanità, all’istruzione e ai servizi pubblici. Al contrario, oggi l’Europa chiede nuovi sacrifici sociali mentre considera il riarmo una priorità strategica.
La proposta Rearm Europe, prontamente ribattezzata Readiness 2030, insieme alle decisioni assunte dagli Stati membri nell’ambito del vertice NATO, spinge verso un enorme aumento delle risorse economiche destinate alla difesa. Il problema non è soltanto quanto si spende, ma che cosa si decide di finanziare e quale modello di società si costruisce.
La contrapposizione è quindi quella tra welfare e warfare: tra una società che investe nella sanità, nell’istruzione, nel lavoro, nella casa e nella transizione ecologica e una società che destina risorse crescenti alla macchina militare. «Un’Europa più armata non è un’Europa più sicura. Un’Europa più competitiva non è un’Europa più giusta. E un’Europa più forte non è un’Europa più democratica».
Il confronto di Madrid mi ha permesso anche di affrontare un tema meno immediato ma decisivo: il rapporto tra guerra e modello economico.
L’aumento delle spese militari si accompagna all’indebolimento dei sindacati, alla frammentazione del mondo del lavoro, alla riduzione degli spazi democratici e alla crescita della repressione delle proteste. Sono processi che non possono essere considerati separatamente.
Si sta producendo un vero e proprio ribaltamento del paradigma storico: la guerra, da costo del sistema economico, tende a diventare investimento e strumento di politica industriale e di crescita per gli Stati che la promuovono. Per questo contrastare il riarmo non significa soltanto organizzare mobilitazioni contro le guerre esistenti, ma costruire un progetto alternativo di economia della pace, fondato sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza e sulle libertà collettive.
La lotta per la pace diventa così una condizione necessaria per una trasformazione più profonda del modello di sviluppo.
Un altro elemento che si è posto è la necessità di fare i conti con la sconfitta subita dal movimento per la pace negli ultimi decenni.
Dal 1991 in poi, l’affermazione del neoliberismo ha accompagnato l’indebolimento del welfare e del sistema di sicurezza collettiva costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Le guerre nei Balcani, in Iraq, Afghanistan, Libano e Libia hanno progressivamente normalizzato l’uso della forza. La Palestina ha prodotto una frattura: il genocidio e la percezione dei doppi standard occidentali hanno riportato una nuova generazione a interrogarsi sulla guerra, sul colonialismo e sulle responsabilità dell’Europa.
Questa nuova generazione rappresenta una possibilità politica che il movimento per la pace deve saper ascoltare. Non si tratta semplicemente di riproporre le forme del passato, ma di costruire nuove convergenze.
Per questo è necessario superare la frattura tra movimenti, partiti e sindacati, rafforzare il dialogo con le organizzazioni giovanili e con le realtà sociali, costruire alleanze ampie e tenere insieme il livello europeo e quello globale, guardando anche alle realtà del Sud del mondo.
La corsa al riarmo non può essere separata dalle condizioni materiali di milioni di persone.
Salari fermi, precarietà, aumento della povertà e del rischio di povertà, difficoltà di accesso alla casa e crisi dei servizi pubblici vengono sempre più spesso affrontati attraverso una narrazione che sposta il conflitto sociale. La destra propone contrapposizioni tra lavoratori e migranti, cittadini e stranieri, “gente comune” ed élite, sicurezza e diritti, ambiente e lavoro.
La risposta deve essere opposta: dobbiamo unire i puntini.
Sicurezza, repressione, militarizzazione, riduzione degli spazi democratici, politiche contro le persone migranti e riarmo fanno parte di una stessa trasformazione politica e sociale. E il nostro compito è spiegare concretamente cosa significa la corsa agli armamenti nella vita quotidiana delle persone.
Non soltanto perché le guerre producono morte e distruzione, ma perché le risorse destinate al riarmo entrano direttamente in competizione con quelle necessarie a difendere e rafforzare lo Stato sociale.
Il Forum di Madrid indica quindi una direzione: trasformare la difesa della pace in un movimento politico e sociale capace di mettere in relazione le diverse lotte.
La sfida non è costruire immediatamente una piattaforma sulla quale tutti debbano essere d’accordo. È iniziare a fare passi comuni, costruire convergenze concrete e creare uno spazio nel quale organizzazioni politiche, sindacati, movimenti pacifisti, associazioni e nuove generazioni possano tornare a incontrarsi.
Di fronte alla logica dei blocchi contrapposti e alla crescente militarizzazione delle relazioni internazionali, il Forum rilancia un principio semplice ma oggi tutt’altro che scontato: la sicurezza non si costruisce attraverso la corsa agli armamenti, ma attraverso cooperazione, diplomazia, diritto internazionale e giustizia sociale.
È questa la prospettiva che collega il Forum di Madrid alle prossime mobilitazioni europee contro il riarmo e alla campagna Stop Rearm Europe, nella convinzione che la costruzione di un’altra Europa debba partire dalla scelta delle priorità: pace, giustizia sociale, lavoro, transizione ecologica, diritti e democrazia. Con questo spirito sono state assunte le date delle prossime mobilitazioni europee, a partire dal 20 novembre quando il movimento studentesco europeo scenderà in piazza contro il ripristino del servizio militare, e il 21 e 22 novembre per chiedere Stop Rearm Europe!

Anna Camposampiero

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