Questo Mes non s’ha da fare


di Alfonso Gianni –

Per valutare il più obiettivamente possibile in cosa consistono effettivamente le modifiche apportate al Mes su cui i vari parlamenti europei devono ancora esprimersi, bisognerebbe fare uno sforzo – capisco che non è facile – per evitare di essere risucchiati nello scontro in atto, esterno e interno alla maggioranza che governa il nostro paese. Senza per questo oscurare la rilevanza sia economica che politica della questione. Il caotico dibattito dell’altro giorno alla Camera certamente non ha aiutato. Vedremo cosa accadrà al Senato quando parlamentari e forze politiche saranno chiamati ad esprimersi con un voto in vista del Consiglio europeo del 13 dicembre.

Nel frattempo, il 4 dicembre, è prevista la riunione dei ministri dell’economia dell’Eurogruppo, cui Gualtieri dovrà pure dire qualcosa per cercare di guadagnare tempo per una trattativa nella quale lui stesso è il primo a non credere. Come è noto il ministro dell’economia aveva dichiarato nell’audizione alla commissione competente del Senato che il nuovo trattato era “inemendabile”, suscitando le ire della Lega per un verso e del M5s dall’altro. Per la verità era stato il presidente Mario Centeno nella precedente riunione dello scorso novembre dell’Eurogruppo, ad affermare che i lavori tecnici e legali sulle modifiche al Mes erano stati concordati e chiusi e che quindi il pacchetto era pronto e confezionato per giungere nei parlamenti europei, dai quali come al solito si pretende una semplice ratifica.

A Gualtieri non è parso vero di sdraiarsi su questa linea. D’altro canto ha sempre cercato di minimizzare le modifiche apportate fino a considerarle quasi inesistenti. Tesi temeraria quanto manifestamente falsa. Non si capirebbe altrimenti il perché di tanto clamore. Non c’è bisogno di cadere nella demagogia sovranista delle destre per capire che siamo di fronte ad un ulteriore giro di vite nei meccanismi della governance europea. Comunque la si rigiri è chiaro che si va verso una accentuazione della tecnicizzazione del sistema delle decisioni europee. Esattamente il contrario di quello di cui avremmo bisogno. Il Mes è un organismo intergovernativo, formato da tecnici, ma dotato, con le nuove modifiche, di poteri di valutazione sulla affidabilità di un paese che chiedesse un aiuto tali da decidere della sorte di quest’ultimo. La governance europea diventa più opaca e non più trasparente, più a-democratica e non più democratica se l’asse decisionale converge verso organismi tecnici anziché politici.

Si è detto che anche prima il Mes prevedeva che i prestiti potevano essere concessi solo a paesi che avessero un debito pubblico sostenibile. E sul concetto di “sostenibilità” già ci sarebbe molto da discutere, ma non è possibile farlo qui. Si è detto che nel testo non compare l’automaticità della ristrutturazione del debito. Il che è formalmente vero. Ma in questo caso la forma è frutto della reticenza perché la sostanza è diversa. Come riconosce lo stesso Roberto Perotti, docente della Bocconi e autorevole opinionista de la Repubblica: “Sebbene il trattato non lo dica esplicitamente, per inferenza chi dovesse avere un debito pubblico insostenibile dovrà ristrutturarlo per potere prendere a prestito dal Mes”. E infatti, come afferma anche il Sole24Ore, a quest’ultimo viene assegnato un compito nuovo: quello di fare da mediatore per facilitare il dialogo fra lo Stato che intende ristrutturare il debito pubblico e i creditori privati.

Inoltre il Mes revisionato può disporre di due linee di credito, una per i paesi affidabili, la seconda per quelli che non lo sono, tra questi il nostro paese, che verrebbero sottoposti a particolari condizioni, a veri e propri memorandum di ben trista memoria. In questa maniera si riaffaccerebbe per altra via l’antico disegno tedesco, di cui Schauble fu anticipatore con la sua proposta avanzata a metà degli anni Novanta, ovvero quella di dividere l’Europa in due, quella composta dai paesi economicamente forti nell’orbita dell’asse franco-tedesco e quella dei paesi periferici economicamente deboli. Come si vede la teoria dei sostenitori della riforma del Mes, secondo cui questa sarebbe un grande passo in avanti perché avrebbe il merito di superare l’intransigenza tedesca verso l’aiuto a paesi membri della Ue, non sta in piedi.

D’altro canto un altro autorevole opinionista di Repubblica, Alessandro Penati, commentando la significativa intervista ad Olaf Scholtz, ministro delle finanze tedesco, a proposito dell’Unione bancaria nella Ue, questione strettamente legata alla riforma del Mes, aveva osservato che c’è una bella differenza tra la situazione in cui la Bce dichiara i nostri titoli di stato privi di rischio e quella che si avrebbe “se invece fossero le stesse autorità europee a sancire che i nostri titoli di stato sono rischiosi e che, nel caso di un’ondata di sfiducia nel debito pubblico italiano da parte degli investitori, la sua ristrutturazione diventa una certezza”. Ciò che avverrebbe in questo caso è che “alla prima forte tensione dello spread si scatenerebbe la corsa a vendere i Btp, che farebbe precipitare la crisi del debito, con una possibile ristrutturazione del medesimo, crisi sistemica delle banche e rischio di uscita dall’euro.” Conclude l’economista: “Sarebbe la classica profezia che si autoavvera”.

Di Maio, molto freddo verso Conte, ha sostenuto che non è sufficiente delineare una nuova road map, ma che bisognerebbe portare a casa anche un accordo sull’Unione bancaria. In sostanza l’obiettivo sarebbe quello di fare scivolare i tempi della decisione formale sul Mes per raggiungere un accordo contestuale su entrambi i fronti. Cosa non certo facile dal momento che il tema dell’Unione bancaria pare arenata sulla questione dell’assicurazione comune dei depositi, avendo contro la Germania e i Paesi del Nord Europa, che vorrebbero che gli istituti bancari italiani si alleggerissero del fardello degli Npl (i crediti non o difficilmente esigibili) e che i titoli di stato non siano più risk-free. Il che sarebbe un ulteriore guaio per le nostre banche – da qui l’agitazione dell’Abi – che si sono riempite in questo periodo di Btp. Mentre le banche tedesche, cui nessuno chiede la valutazione del rischio dei titoli in loro possesso, si troverebbero al sicuro. Come si vede e comunque la si metta, questa vicenda del Mes appare un brutto pasticcio, che sottolinea ancora una volta la necessità di avere una linea chiara sulle questioni europee, improntata a una riforma dei trattati che punti sulla solidarietà e non sulla condizionalità, ovvero ‘ti aiuto ma ti sottopongo a così pesanti condizioni da cui non so se uscirai vivo’.

Nel XIX secolo Henry Thornton e Walter Bagehot hanno definito in ben altro modo le caratteristiche di un lender of last resort (prestatore in ultima istanza), sostenendo che la dotazione deve essere illimitata (e non lo è nel caso del Mes, il cui capitale sarà poco superiore ai 700 miliardi), in modo da allontanare la possibilità di attacchi speculativi, e tempestiva per massimizzare l’efficacia dell’intervento. Tutte caratteristiche mancanti in questa modifica del Mes, che meriterebbe quindi di non essere ratificata, ma, al contrario, ridiscussa su nuove basi. Sia che leghisti e i grillini se ne fossero accorti o meno, oppure, soprattutto i primi, abbiano semplicemente aspettato il momento opportuno per fare scoppiare il caso.

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