La settimana trascorsa è stata funestata da due eventi che segnano un combinato disposto nel definire, in chiave ancora più restrittiva, l’idea stessa d’Europa. La “Casa comune europea” di Gorbaciov si fa sempre più spazio ristretto, rattrappito, privo di futuro, sempre più simile al colosso statunitense nella sua visione suprematista, al di là delle misere baruffe nostrane. Accade mentre fuori il mondo si muove. Cambiano le alleanze, forse le strategie – ne è prova il patto che si va intessendo fra Turchia, Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto, tanto in chiave anti-Iran, che per allontanarsi dal giogo trumpiano, ne è prova la serie di sconfitte in cui gli Usa si stanno ritrovando dopo essere entrati in conflitti – nonostante i rimossi proclami isolazionisti – in nome dei propri doveri (o ricatti) di Israele. Intanto, nel vecchio continente sembra che tutto ciò non interessi e, a fronte di una condizione di guerra strutturale, che si realizza non unicamente con le armi ma con nuove forme di depredazione neocoloniale, di devastazioni ambientali, di distribuzione sempre più piramidale ed escludente delle ricchezze, le istituzioni, oramai orientate verso una destra priva anche di qualsiasi vincolo, hanno approvato, in rapida successione, tanto il Patto asilo e immigrazione che il nuovo Regolamento rimpatri. La loro messa in pratica non sarà immediata ma gli strumenti messi a disposizione dalle nuove norme rappresentano una violenza unica, tesa a riaffermare un concetto fondativo dell’UE fino dalla creazione dell’Area Schengen. Il diritto di circolare deve essere prerogativa di merci e capitali, non delle persone.
Certo si tratta di dispositivi che hanno alto valore propagandistico e sono utili a far acquisire consenso a forze delle destre estreme in grado di rendere meno esigibili i diritti conquistati grazie alle lotte del movimento operaio del secolo scorso ed a ridurre persino i già logori spazi di confronto delle democrazie liberali, ma costituiscono la cartina di tornasole, di fatto mai completamente compresa, di una serie di desiderata funzionali a privare di diritti non solo persone migranti e richiedenti asilo e a respingerli fuori dai “sacri confini”, ma a rendere minore il potere contrattuale di tutte le forme di protesta sociale, di aggregazione di classe, di sano tentativo di rigettare il quadro esistente. Un disegno che aspirerebbe ad essere di lungo respiro. Bisognerebbe domandarsi consapevolmente a che pro, ad esempio, saranno inseriti nella banca dati Eurodac, che conterrà non solo impronte dattiloscopiche ma ulteriori dati sensibili ed individuali, anche quelli dei bambini di età superiore a sei anni? Oppure, sempre restando nel campo delle infinite Convenzioni internazionali firmate in altre epoche storiche e costantemente ignorate: per quali ragioni si spenderanno risorse, nazionali e UE, per internare, a tempo indeterminato, persone in attesa di espulsione, in cosiddetti Paesi terzi sicuri, permettendo, non certo in nome della salvaguardia dell’unità familiare, la detenzione di interi nuclei, bambini e bambine compresi? O ancora, per quale motivo si considera un boicottaggio a tali piani la regolarizzazione che si sta attuando in Spagna, dove non c’è certo un governo rivoluzionario, di circa 600 mila persone considerate oggi illegalmente presenti nel paese iberico, ma che possono dimostrare di essere giunti prima del dicembre 2025 e che non risultino aver commesso reati? Le nuove normative, violando la Convenzione dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie in maniera plateale – testo mai ratificato dai paesi UE – non nascono dalla semplice propaganda proibizionista del governo italiano o da quella di altri governi. Hanno radici lontane, sin dalla fondazione dell’UE, come si diceva, rappresentano l’orrorifico salto di qualità di un percorso mai interrotto che dimostra come le leggi e le direttive sull’immigrazione siano sempre in realtà state pensate come leggi sul mercato del lavoro e che, come ben affermato dalla filosofa e scrittrice albanese, professoressa di Teoria Politica presso la London School of Economics (LSE), servano a disegnare confini di classe. In sintesi, viene da dire che l’arrivo o la presenza di manodopera con background migratorio, non costituisce il tanto temuto “esercito industriale di riserva (Marx andrebbe letto con maggiore attenzione), ma definiscono una parte di quella classe con cui è necessario – sovente accade – costruire percorsi di ricomposizione. Per il resto l’Europa tende sempre più a farsi gabbia e paesi che non offrono prospettive, come l’Italia, sono tornati ad essere di emigrazione interna, verso le aree che ancora offrono spazi occupazionali ed esterna per chi aspira a salari decenti. A confermarlo con chiarezza sono leggi, sovrannazionali e nazionali, regolamenti, investimenti in agenzie come Frontex, per salvaguardare i “sacri confini”, misure legislative e regole di ingaggio per le forze dell’ordine atte ad introdurre una profilazione razziale nelle operazioni di polizia, ad alimentare allarme sociale, a sdoganare concetti come la deportazione coatta di centinaia di migliaia di persone. Affermare, in maniera simile a “forze di sinistra conservatrice”, come la BSW di Sahra Wagenknecht, che non si è più credibili fra i lavoratori autoctoni finché si difendono troppo i diritti dei richiedenti asilo, porta inevitabilmente a scivolare in svolte rosso bruniste. Proprio tre settimane fa, la suddetta ha dichiarato di rifiutare il cordone sanitario, creato contro l’affermarsi di Afd, alleandosi con Cdu e Spd e di essere disponibile a governare in alcuni land con il partito della destra estrema. Dai risultati ottenuti finora, non sembra che il progetto sia riuscito ad attrarre i ceti popolari che non scelgono la copia ma l’originale e contribuiscono a far aumentare il consenso della destra xenofoba.
Non rendersi conto di ciò si traduce facilmente in traballanti interpretazioni che relegano, chi vi si oppone, ad un ruolo di mera testimonianza. Ciò vale soprattutto in Paesi come l’Italia, dove la reale conflittualità sociale non ha da decenni sufficiente rappresentanza e continuità, non solo politica, o come nell’esempio tedesco – ma vale in maniera più soft anche in altri paesi – a ritrovarsi in uno spazio già occupato dalla destra. Paradossalmente, se si osservassero meglio e senza paraocchi, i mutamenti sociali in atto si scoprirebbe che in molti comparti dell’economia a rianimare un sano conflitto sociale sono soprattutto lavoratrici e lavoratori migranti. L’aumento delle intimidazioni, delle leggi ricattatorie, corrisponde alla volontà di dissuadere coloro che provano a rompere il silenzio. Come già detto, questo non accade solo da oggi. Ma ora l’Italia è, governata da una compagine di destra, non di centro-destra, in cui stanno emergendo fenomeni ancora più inquietanti intenzionati a spostare, in un contesto ancora più radicale un’impostazione reazionaria, autoritaria e finto nazionalista, dominante. Non accorgersi del salto di qualità europeo che da noi potrebbe tradursi in un vero e proprio “laboratorio politico nero”, non solo è astorico ma denota un settarismo miope e privo di analisi politica. E si verificano, quasi in contemporanea, due approcci speculari che denotano nei fatti subalternità al presente. Non afferiscono semplicemente ad aree politiche o a figure intellettuali ma definiscono, per quanto minoritari, filoni di pensiero, figli di un tempo in cui la ricerca sembra essere dimenticata, tattica e strategia si confondono e il miglioramento delle condizioni oggettive delle classi di riferimento diviene secondario. Il primo filone sostiene che l’opposizione, sovente moderata e complice, molto nel passato ma ahinoi, in parte anche nel presente, non si differenzi poi troppo dalla maggioranza di governo. Come prova fornisce le similitudini fra quanto avviene in alcune amministrazioni locali di centro – sinistra, e quanto si realizza sul piano nazionale. Per questo filone la differenza è labile e quindi entrambi gli schieramenti sono avversari da osteggiare a prescindere. Ci si avvicina alle elezioni politiche e, per questo filone, non cambierebbe poi molto fra una ulteriore affermazione della destra o un cambio di governo. Opinione tanto legittima quanto non suffragabile a meno che non si proveda di facoltà divinatorie. Pretendere una discontinuità col passato alle forze che negli anni hanno fatto scelte radicalmente sbagliate al punto da non far considerare più, fra le persone comuni, la parola “sinistra”, come significante e significativo per quella parte della rappresentanza che tutela le classi sociali più impoverite. Di fatto, in mancanza di improvvisi mutamenti, si accetta, in una fase di polarizzazione dello scontro, di restare estranei, in attesa di tempi migliori. I sistemi elettorali da oltre trent’anni hanno ucciso la rappresentanza, la nuova legge che il governo vorrebbe approvare, costituirebbe il colpo di grazia a qualsiasi approccio, anche minimale, verso le striminzite garanzie offerte dalla democrazia borghese, ma questo sembra non turbare il filone di cui si parlava. Si intravvede, sotterranea, l’antica e perdente logica del “tanto peggio, tanto meglio”. Il quadro sopra descritto, in caso di nuova affermazione di una destra ancora più priva di lacci, permetterà di colpire con ferocia i soggetti di cui si parlava all’inizio, quegli uomini e quelle donne la cui vita è appesa al filo di un permesso di soggiorno e di un contratto di lavoro, per poi estendersi (da cui l’esigenza di parlare di cartina di tornasole) a chiunque osi dissentire dagli ordini impartiti da generali veri, quelli che continueranno la loro opera di distruzione totale e autoritaria dei diritti di chi lavora e di chi si oppone, indipendentemente dalla loro provenienza geografica. “È il mercato bellezza”, inquadrare chi ha diversa nazionalità, come esercito industriale di riserva, dimostra di non comprendere quanto invece, di tale esercito facciamo parte tutte e tutti. Va detto, per onestà intellettuale, che quantomeno in questo filone, il tema della ricomposizione di classe e della parità nell’accesso ai diritti è riconosciuto e praticato. Peccato che poi, nell’agire e nel proporre, si rimuova la pesantezza di quelli che sono oggi gli avversari principali, preferendo la solita litania – per carità piena di reali motivazioni – verso le forze progressiste più moderate.
C’è invece un secondo filone ad avviso di chi scrive, più preoccupante. Parte da un assunto reale, quella che è la percezione della classe, la paura che domina, la diffidenza in nome di una presunta sicurezza, verso chi è più povero di noi e ha tratti somatici diversi. Il tutto sormontato da falsità narrative dominanti: l’invasione incontrollata, il considerare “l’altro” come colui che ci toglie il lavoro, ci distrugge il welfare, che è privilegiato rispetto agli autoctoni perché beneficia di sistemi di accoglienza, perché delinque più di noi senza pagarne le conseguenze, eccetera eccetera. Ma se la necessità di affrontare con strumenti adeguati tale questione si va a sommare all’idea che libertà di movimento e di circolazione siano elemento posti a valore dal capitale globalizzante per aumentare i profitti, si entra in una palude estremamente pericolosa. Nel secondo filone si utilizza apertamente il termine “clandestino” accettando l’idea dominante che la condizione di irregolarità della presenza nel territorio sia causata da chi arriva e non da chi produce leggi. Si parte da un assunto anche temporale sbagliato, ovvero quello secondo cui la questione diviene problematica negli ultimi due decenni. Una buona lettura sarebbe quella di “Storia dell’immigrazione in Italia”, di Michele Colucci, che ricostruisce un percorso iniziato nei primi anni Sessanta. Per questo filone l’immigrazione è un “problema sociale” – altra accettazione subalterna della narrazione dominante – connesso al fatto che la (mai vista) libera mobilità della forza lavoro sia un presupposto teorico fondante del sistema neoliberista. E allora, per quale assurda contraddizione, gli stessi governi neoliberisti impiegano risorse e mezzi, legislativi come militari – 40 mila morti nel Mediterraneo in 10 anni, ma si tratta di stime – per fermare questa “mobilità”? Per questo filone di pensiero ostilità xenofoba e accoglienza illimitata sembrano essere due facce della stessa medaglia. Ma quando poi la ricetta proposta si traduce nella necessità – giusta – di ascoltare e comprendere il malessere di chi vive con ostilità la pluriculturalità del Paese per trovare soluzioni, si dà l’idea di voler, come si dice in ambiti non accademici “lisciare il pelo”. Paradossalmente questo filone, che si professa alternativo, propone le stesse parole e le stesse ricette neoliberiste a cui dichiara di opporsi: “integrazione” (termine su cui da decenni si discute), fermezza normativa (ricordano il Minniti del 2017), che di fatto si traduce nell’accettazione di una condizione di subalternità, da soggetto a oggetto, di chi è considerato unicamente problema. Per quale motivo, tale necessaria ricerca non si volge anche a interloquire con chi, magari da decine di anni, vive in Italia ed è considerato cittadino di serie b? Per quale ragione ci si sdraia supinamente sulla narrazione mainstream e non si prova a costruirne una realmente alternativa? Forse per provare a raccogliere consensi anche in quella zona grigia che non pensa alla remigrazione ma nemmeno ad un ampliamento dell’esigibilità dei diritti?
A queste domande sarebbe utile non rispondere in maniera riduttiva o nell’ottica fallimentare della “riduzione del danno”. Le migrazioni non costituiscono un “problema” né tantomeno sono il prodotto astratto della scienza neoliberista, rappresentano un fatto sociale totale su cui sarebbe necessario confrontarsi, partendo dai soggetti che ne sono o ne sono stati protagonisti e proponendo al Paese, anche al mondo delle/gli “spaventati” o di coloro che hanno trovato il capro espiatorio affrontabile senza disturbare il manovratore, una nuova condizione di coesistenza nel conflitto. Un lavoro che è insieme politico, sociale e culturale ma che non può reiterare politiche stantie già quaranta anni fa. Un lavoro che va svolto in uno spazio pubblico, plurale, che non ammette settarismi di sorta perché si deve fondare sul confronto fra pari. Si tratta di proporre un altro futuro possibile.
Stefano Galieni