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Tattica e strategia sul territorio della sinistra nelle primarie del PD USA

di Alassandro
Scassellati

Le primarie del Partito Democratico per le elezioni di metà mandato del 2026 stanno segnando un punto di svolta storico per la politica statunitense. I democratici progressisti e i socialisti democratici stanno registrando un’ondata di vittorie estremamente significativa nelle primarie sia per le cariche elettive federali sia per quelle statali, comunali e di contea, dopo che Analilia Mejia ha vinto l’elezione suppletiva lo scorso 16 aprile 2026 per l’11° distretto del New Jersey, blindando poi la nomination democratica per il mandato pieno nelle primarie del 2 giugno, mentre il suo collega di sinistra del New Jersey, Adam Hamawy, ha vinto le affollatissime primarie democratiche nel 12° distretto per succedere a Bonnie Watson Coleman. A New York, la scommessa di Zohran Mamdani in una serie di primarie per la Camera dei Rappresentanti di martedì 23 giugno ha dato i suoi frutti, con tutti e tre i candidati da lui scelti che hanno ottenuto la vittoria. Queste tre competizioni lo hanno messo in contrasto con alleati chiave a New York e Washington, e la vittoria schiacciante dei candidati rappresenta un grande successo per il sindaco 34enne nel primo test significativo della sua influenza politica.

I democratici progressisti e della sinistra socialista stanno scuotendo le fondamenta dell’organizzazione Dem e superando in molti contesti chiave i candidati sostenuti dall’establishment centrista. Questa transizione non è casuale. È il risultato diretto di una profonda frustrazione dell’elettorato di base verso i vertici tradizionali del partito. La concomitanza con la complessa presidenza di Donald Trump ha agito da catalizzatore. Ha spinto la base elettorale a cercare risposte più radicali, incisive e distanti dal moderatismo centrista.

L’ala sinistra non viene più percepita come una semplice corrente di opposizione interna o una frangia isolata. Sta ridefinendo attivamente l’identità e gli equilibri strategici dell’intero schieramento democratico. Impone così una nuova agenda politica nazionale. Meno di un decennio fa, l’elezione di un singolo progressista radicale in un consiglio comunale o in una legislatura statale era trattata come un vero e proprio terremoto politico. Oggi, i candidati che corrono su piattaforme apertamente di sinistra occupano cariche importanti. Montano campagne competitive a ogni livello politico-istituzionale, sfidando direttamente il potere delle lobby e corporation, le disuguaglianze economiche e le strutture centriste. Questa nuova generazione di attivisti entra nell’arena elettorale spinta da un profondo senso di obbligo morale, non da ambizione personale.

Il dibattito per “l’anima” del Partito Democratico si è riacceso con vigore. Dopo le pesanti difficoltà e le sconfitte subite nei cicli primari del 2022 e del 2024 contro i moderati, la sinistra sta vivendo una vera e propria rinascita elettorale. I progressisti stanno rompendo gli indugi non solo nelle roccaforti storicamente progressiste (“blue areas”), ma anche nei territori politicamente contendibili (“purple areas”). Si aprono così la strada per condizionare pesantemente la successiva corsa alla nomination presidenziale del 2028.

 

Geopolitica del voto: i successi e i laboratori chiave sul territorio

Il radicamento della sinistra democratica si riflette in una serie di vittorie e campagne strategiche che coprono aree metropolitane, distretti industriali, stati rurali e territori storicamente complessi e frammentati:

  • Washington D.C. – Janeese Lewis George: esponente di punta dei Democratic Socialists of America (DSA), è in forte vantaggio per diventare la prossima sindaca della capitale federale. Questo successo consoliderebbe la forte penetrazione nelle amministrazioni delle grandi metropoli statunitensi. Seguirebbe la scia della storica elezione dello scorso anno che ha visto Zohran Mamdani conquistare la carica di sindaco di New York.
  • Pennsylvania – Chris Rabb: nel blindatissimo 3° distretto congressuale di Philadelphia, il deputato statale progressista Chris Rabb, sostenuto ufficialmente dai DSA, ha ottenuto una clamorosa vittoria elettorale. Rabb è riuscito a sconfiggere la candidata prescelta dall’establishment moderato, la quale beneficiava di massicci finanziamenti provenienti dall’AIPAC. Dimostra la capacità della sinistra di vincere anche contro macchine elettorali dotate di ingenti risorse finanziarie.
  • Maine – Graham Platner: Platner ha strappato la nomination democratica per il Senato federale sconfiggendo la sfidante favorita dai centristi. La sua strategia si è basata su una campagna elettorale dal basso, estremamente energica e focalizzata sul contrasto frontale ai candidati storici e alle dinamiche di potere consolidate a Washington.
  • Montana – Sam Forstag: una delle sorprese più rilevanti è avvenuta in Montana, dove Sam Forstag, un vigile del fuoco di estrazione strettamente operaia, ha vinto le primarie per la Camera dei Rappresentanti. Sostenuto da figure simbolo del calibro di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez (che ha difeso e ottenuto agilmente la sua ricandidatura alla Camera nel suo 14° distretto a New York), Forstag ha dimostrato che il messaggio progressista possiede un forte appeal anche negli Stati rurali e montani, storicamente difficili per la sinistra democratica.
  • Minnesota – Peggy Flanagan: nella corsa per il Senato, la candidata progressista sta guidando con decisione i sondaggi interni. La sua ascesa è stata fortemente favorita dalle profonde spaccature interne al fronte centrista, incapace di trovare una sintesi unificata soprattutto sui temi legati alle politiche migratorie e alla gestione dei confini (questione ICE).
  • Michigan – Abdul El-Sayed: il Michigan è diventato l’epicentro dello scontro nazionale tra l’ala sinistra Dem e i centristi (il senatore uscente Gary Peters ha annunciato il suo ritiro, lasciando il seggio vacante e scatenando la corsa interna nel Partito Democratico). L’ex funzionario della sanità pubblica di Detroit, Abdul El-Sayed, sta conducendo una campagna per il Senato degli Stati Uniti che sta ribaltando tutti i dogmi tradizionali dei moderati. Nel 2018, El-Sayed era stato pesantemente sconfitto nelle primarie per il governatorato dalla centrista Gretchen Whitmer con oltre 20 punti di distacco. Nel 2026, la situazione si è capovolta. I sondaggi più recenti pubblicati a metà giugno da Mitchell Research and Communications evidenziano che El-Sayed si è portato al comando della corsa primaria con il 42% delle preferenze. Stacca così di ben nove lunghezze la favorita iniziale dell’establishment, la deputata Haley Stevens (ferma al 33%). La terza sfidante, la senatrice statale Mallory McMorrow, che ha cercato di posizionarsi come un’alternativa “moderata” e di compromesso, si trova marginalizzata al 6% dei consensi. Il vero motore della candidatura di El-Sayed è un consenso plebiscitario tra le nuove generazioni, in quella che i media locali definiscono una “sfida tra millennials” (tutti e tre i candidati Dem hanno infatti un’età compresa tra i 39 e i 42 anni). Tra gli elettori sotto i 45 anni, El-Sayed vanta un vantaggio di ben 83 punti percentuali rispetto ai suoi avversari. I rilevamenti precedenti dello stesso istituto mostravano picchi dell’80% di supporto nella fascia d’età tra i 18 e i 44 anni. Il Michigan rappresenta un mosaico complesso e cruciale (swing State): ospita Detroit (segnata da deindustrializzazione), Flint (colpita dal dramma dell’acqua avvelenata), Dearborn (capitale dell’America araba), ed è la culla storica del sindacato United Auto Workers. La strategia di El-Sayed punta ad aggregare i bisogni materiali comuni, superando le barriere identitarie e unendo i “Reagan Democrats” della contea di Macomb alle madri arabe e agli operai afroamericani della Rust Belt.
  • New York City – Darializa Avila Chevalier e Claire Valdez: sulla scia della vittoria di Zohran Mamdani a New York nel 2025, una nuova generazione di attivisti di base sta entrando direttamente nell’arena elettorale. Nel 13° distretto congressuale di New York – che comprende quartieri storici come Harlem, Washington Heights e Inwood – l’attivista afro-latina Darializa Avila Chevalier ha lanciato una sfida aperta al deputato centrista Adriano Espaillat (al suo quinto mandato e presidente dell’influente Congressional Hispanic Caucus, nonché uno stretto alleato del deputato Hakeem Jeffries, il newyorkese che aspira a diventare il prossimo Speaker della Camera). Reclutata da Justice Democrats e sostenuta formalmente dal nucleo cittadino dei DSA (NYC-DSA), Avila Chevalier proviene da anni di attivismo sul campo contro le incarcerazioni di massa, per i diritti degli immigrati e per la liberazione palestinese. È stata a capo della campagna elettorale di Mamdani per la carica di sindaco. La sua candidatura ha scardinato l’idea che l’establishment sia intoccabile, forte dei dati elettorali reali: nelle primarie dello scorso anno, mentre Espaillat sosteneva il moderato Andrew Cuomo, lo stesso distretto si è espresso a favore del socialista Zohran Mamdani con un margine di ben 19 punti percentuali, confermando una profonda spinta al cambiamento da parte della classe lavoratrice locale. Avila Chevalier si è candidata con un programma che prevede assistenza sanitaria universale, riforma del finanziamento delle campagne elettorali e abolizione dell’ICE. Il 23 giugno ha battuto Espaillat. Anche Claire Valdez, un’organizzatrice sindacale, è un’esponente dichiarata dei DSA e corre nel 7° distretto congressuale di New York (che comprende Brooklyn e Queens) lasciato vacante dalla deputata progressista di lungo corso Nydia Velázquez (in carica da 17 mandati). Valdez ha sconfitto Antonio Reynoso che aveva ricevuto l’appoggio di Velázquez e di Hakeem Jeffries. La sinistra socialista democratica del partito di New York, galvanizzata dall’elezione a sindaco di Mamdani l’anno scorso, sta provando a dimostrare di poter trasformare il movimento d’insorgenza locale in una vera e propria forza politica a livello nazionale. Adam Green, del Progressive Change Campaign Committee, ha suggerito che le vittorie rappresentano una battuta d’arresto per “gli interessi delle grandi aziende, i miliardari o gli alleati corrotti di Trump come l’AIPAC”. Green ha dichiarato: “La vittoria di stasera di Brad Lander [appoggiato da Mamdani e Sanders], Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier dovrebbe essere un campanello d’allarme per l’establishment democratico, che per troppo tempo ha sottovalutato l’attrattiva del populismo economico e della politica outsider”.
  • Utah – Nate Blouin, Liban Mohamed e Michael Farrell: il 1° distretto congressuale (una roccaforte democratica dove Kamala Harris ha stravinto) ha presentato una sfida polarizzata e rilevante per la sinistra: l’ala progressista e quella dei socialisti democratici hanno tentato un “balzo in avanti”. Nate Blouin, senatore statale in carica, era il candidato di punta dell’ala sinistra. Aveva ottenuto l’endorsement ufficiale di figure nazionali come il senatore Bernie Sanders e il deputato Ro Khanna. Ha corso su una piattaforma populista ed ecologista. Ma c’erano altri due candidati, Liban Mohamed e Michael Farrell, dell’area progressista. Mohamed aveva persino vinto la convention di nomina del partito locale. Pertanto, il voto progressista si è frammentato tra questi tre nomi, favorendo la vittoria del grande favorito dell’establishment centrista, l’ex sindaco di Salt Lake City ed ex deputato moderato Ben McAdams. È un esempio di come la mancanza di una candidatura unica progressista possa bloccare l’avanzata della sinistra in distretti teoricamente favorevoli.
  • California – il caso della Central Valley: la rinascita elettorale della sinistra tocca anche la ricca e complessa area agricola della Central Valley californiana. Qui, figure come l’aspirante deputato Randy Villegas, sostenuto da Bernie Sanders, stanno portando avanti campagne basate sul populismo economico, dimostrando che la base rurale risponde positivamente alle proposte di tutela sociale e di contrasto allo strapotere dei grandi patrimoni finanziari. Inoltre, Nithya Raman, vicina ai DSA, è al ballottaggio con la sindaca uscente Karen Bass per la carica di sindaco di Los Angeles.

 

I numeri del cambiamento: l’impatto strutturale dei Democratic Socialists (DSA)

La crescita della sinistra interna non è soltanto una percezione narrativa, ma è supportata da dati numerici solidi e strutturali. I dati ufficiali monitorati e forniti dal tracker elettorale del “Team DSA” evidenziano l’efficacia di una macchina organizzativa ormai matura.

Su un totale di 133 competizioni elettorali in cui l’organizzazione si è attivamente impegnata in questo ciclo politico, i socialisti democratici hanno già blindato 16 vittorie definitive. La partita rimane ampiamente aperta con circa 90 candidati ancora in corsa nelle rispettive sfide territoriali, a fronte di sole 27 sconfitte registrate. Secondo le principali analisi politologiche indipendenti, i candidati dell’area progressista hanno superato una media di circa il 40% di vittorie complessive nelle sfide nelle primarie dirette del 2026 finora disputate. Questo definisce un trend strutturale che sta condizionando pesantemente le successive elezioni generali e scardinando i distretti caratterizzati storicamente da una bassa affluenza alle urne tramite una mobilitazione di massa senza precedenti.

 

La “guerra civile” ideologica e le debolezze dell’establishment centrista

La spiegazione di questa clamorosa inversione di tendenza rispetto agli insuccessi del passato risiede in una combinazione di fattori: da un lato, i clamorosi “autogol” politici ed elettorali commessi dall’establishment moderato; dall’altro, le intelligenti correzioni di rotta tattiche implementate dall’ala sinistra.

L’establishment democratico si è ampiamente screditato agli occhi della propria base a causa di storici passi falsi strategici. La pesante sconfitta elettorale del 2024 – che ha visto il Partito Democratico perdere contemporaneamente la Casa Bianca, il Senato e la Camera dei Rappresentanti – ha azzerato la fiducia degli elettori nella presunta “eleggibilità” dei candidati moderati. Di conseguenza, gli endorsement di figure storiche come Joe Biden, Bill e Hillary Clinton o Chuck Schumer hanno perso il proprio peso politico, rivelandosi in molti casi controproducenti per i candidati centristi. Inoltre, le scelte dei singoli candidati moderati hanno alienato ampie fette di elettorato locale:

  • a New York, i centristi avevano puntato su Andrew Cuomo che aveva dovuto rassegnare le dimissioni da governatore in seguito alle accuse di molestie sessuali. La sua campagna si è rivelata priva di energia, spianando la strada alla netta affermazione di Zohran Mamdani;
  • nel Maine, l’establishment ha sostenuto la candidatura di Janet Mills, una figura percepita come statica e vicina agli ottant’anni d’età, provocando l’irritazione dei progressisti che guardavano con diffidenza ai candidati anziani dopo il fallito tentativo presidenziale di Joe Biden nel 2024; ciò ha favorito il successo di Graham Platner;
  • in Minnesota, la centrista Angie Craig ha compromesso la propria leadership votando a favore di un disegno di legge anti-immigrazione sostenuto da Donald Trump, scatenando l’indignazione della base liberal dello Stato e favorendo la scalata nei sondaggi di Peggy Flanagan.

Il crollo del mito dell’elettorato moderato è certificato dalle indagini demoscopiche sulla sanità. Un sondaggio condotto da Zenith Research rivela che il 51% degli elettori sostiene esplicitamente l’introduzione del Medicare for All (il fulcro del programma della sinistra), mentre solo il 33% preferisce mantenere inalterato l’attuale sistema sanitario privato basato sul profitto delle assicurazioni private. Ciononostante, esponenti centristi come Stevens e McMorrow continuano a difendere l’idea di una semplice “opzione pubblica” per fare concorrenza alle assicurazioni private, con la McMorrow che è arrivata a sostenere erroneamente che il Medicare for All non godrebbe di un supporto pubblico significativo.

 

I cinque fronti dello scontro ideologico e programmatico

Il confronto tra l’ala progressista e la corrente moderata si sviluppa attorno a cinque macro-tematiche principali.

1. Politica estera, la spesa militare e la solidarietà internazionale

La gestione delle relazioni internazionali è diventata un terreno di scontro incandescente. I candidati della sinistra stanno raccogliendo un vastissimo consenso popolare, specialmente tra i giovani e le minoranze, grazie alla loro condanna aperta, netta e senza compromessi della gestione della crisi umanitaria e militare a Gaza. Questa posizione li pone in rotta di collisione con l’establishment centrista dei Democratici, storicamente legato ai grandi donatori pro-Israele (AIPAC) e a una linea diplomatica tradizionale.

Mentre i finanziatori moderati esigono prese di posizione nette a favore di Israele, circa il 70-75% della base elettorale democratica si dichiara apertamente contraria alle azioni del governo di Benjamin Netanyahu. Organizzazioni come l’AIPAC sono diventate talmente tossiche nei circoli liberal da dover nascondere il proprio ruolo di finanziamento ai candidati centristi, limitando la propria efficacia operativa. La deputata centrista del Michigan Haley Stevens è stata colpita da un forte calo di popolarità proprio a causa dei suoi legami stretti con l’AIPAC, che ha intensificato gli investimenti pubblicitari a suo favore. Il 31% degli elettori dichiaratamente progressisti esprime un giudizio “fortemente sfavorevole” nei confronti di Stevens a causa di questa vicinanza.

Figure come El-Sayed e Avila Chevalier denunciano apertamente un sistema e un bilancio statale che preferiscono utilizzare i dollari pubblici per finanziare guerre e “sganciare bombe su altre persone e sui loro bambini” anziché investire in scuole, alloggi e sanità per le comunità locali. Per la sinistra del 2026, la questione palestinese è un indicatore morale immediato: se la leadership centrista considera sacrificabili le vite all’estero, adotterà la medesima logica di svalutazione umana e sottomissione al capitale anche verso le minoranze nere e marroni che subiscono lo sfratto e la gentrificazione nei quartieri statunitensi.

2. Economia, lavoro e il contrasto al potere delle corporation

Sul piano interno, il fulcro del programma progressista si basa su un messaggio populista di stampo economico, orientato alla tutela della classe lavoratrice e delle fasce sociali più vulnerabili. Le proposte principali includono la creazione di un sistema di welfare generoso e universale, la difesa rigorosa dei diritti sindacali e l’introduzione di una tassazione fortemente progressiva sui miliardari e sulle grandi corporation.

Il nucleo dello scontro economico si concentra sulla denuncia del capitalismo pro grandi corporation, in cui i grandi gruppi industriali e finanziari dominano la vita dei cittadini e dettano l’uso del denaro pubblico. La proposta cardine rimane il Medicare for All, volto a garantire la sanità pubblica universale in quello che viene definito il Paese più ricco del mondo, contrastando l’idea dell’establishment secondo cui tale diritto sarebbe “troppo costoso”. Questa piattaforma economica dimostra una trasversalità inaspettata, raccogliendo consensi plebiscitari sia all’interno dei grandi centri urbani sia nei distretti rurali.

3. La resistenza alle campagne di delegittimazione dell’establishment

Un elemento emergente nella strategia progressista del 2026 è il fallimento sistematico dei tentativi dell’establishment centrista di stigmatizzare, isolare o “cancellare” le voci della sinistra. Un caso emblematico è stato lo scandalo artificiale montato contro il candidato Abdul El-Sayed a causa della sua decisione di ospitare un comizio politico insieme al noto streamer della sinistra radicale Hasan Piker. Think tank centristi e media moderati hanno accusato El-Sayed di irresponsabilità elettorale.

I tentativi di boicottaggio mediatico promossi dalle vecchie istituzioni centriste hanno però registrato un clamoroso effetto boomerang. Invece di danneggiare la campagna, la polemica ha aumentato la notorietà del candidato, spingendo i cittadini ad approfondire i programmi reali e attirando l’attenzione di una vasta fetta di elettori giovani che si sentivano strutturalmente esclusi dal dibattito politico tradizionale. Questo fenomeno dimostra che i vecchi espedienti di demonizzazione ideologica utilizzati dai moderati per mantenere lo status quo non hanno più presa su un elettorato stanco dei dettami tradizionali.

4. Genere, società e la decostruzione della “mascolinità tossica

La sinistra nel 2026 sta affrontando direttamente anche i temi culturali e sociali, inclusa la crisi legata alla condizione maschile nel Paese. L’analisi progressista offre una diagnosi sia strutturale che culturale: da un lato si denuncia come il capitalismo iper-corporativo abbia fuso i media e le industrie del gioco d’azzardo (come le scommesse sportive su piattaforme come ESPN) o della pornografia online al solo scopo di monetizzare e aggredire i circuiti della dopamina dei giovani e dei ragazzi.

Quando i giovani si trovano isolati o in difficoltà finanziaria e psicologica, l’industria della mascolinità regressiva (personificata da figure come Andrew Tate) interviene per capitalizzare la frustrazione e colpevolizzare le donne o le minoranze. La risposta della sinistra propone un modello di “mascolinità benevola e femminista”, basata sul principio che la forza maschile vada usata per proteggere, servire ed emancipare la comunità. Rifiutando la semplice etichettatura di ogni espressione maschile come tossica – azione che finirebbe solo per spingere i ragazzi tra le braccia della destra radicale – la sinistra coniuga la responsabilità civile individuale con la lotta contro le corporation che speculano sull’isolamento sociale.

5. Il superamento delle divisioni etnico-razziali artificiali

Un pilastro fondamentale dell’insorgenza progressista nelle grandi metropoli è lo smantellamento delle divisioni etnico-razziali storicamente cavalcate dai politici di professione per frammentare l’elettorato. Nelle analisi di candidati come Darializa Avila Chevalier, gli scontri e le tensioni tra comunità differenti – come la comunità nera, quella dominicana o quella bianca all’interno dello stesso distretto – sono barriere artificiali create ad arte da esponenti politici finanziati da lobby e grandi corporation interessate a tutelare i propri profitti.

La sinistra sta dimostrando sul campo che la storia della giustizia razziale coincide intimamente con la storia della giustizia economica e del lavoro. Riportando il dibattito sui bisogni materiali condivisi – l’accessibilità della casa, la regressione dei salari reali, i costi insostenibili per la crescita dei figli e la tutela contro gli abusi della polizia o dei sistemi di detenzione – le piattaforme socialiste riescono a unire comunità diverse sotto un’unica identità di classe, lavoratrice e minoritaria, offrendo risposte concrete contro il progetto capitalista di frammentazione sociale.

 

La svolta pragmatica: retorica moderata e spietatezza strategica

Accanto agli errori del centro, il fattore decisivo per la rinascita della sinistra è stata la sua maturazione politica e strategica. I progressisti del 2026 sono diventati molto più pragmatici, accorti e, per certi versi, spietati nella gestione delle proprie campagne elettorali rispetto al passato.

Il primo grande cambiamento riguarda la svolta retorica. Pur mantenendo fermi i propri principi legati alla giustizia sociale, moltissimi candidati della sinistra – tra cui lo stesso Zohran Mamdani – hanno rimosso i vecchi riferimenti espliciti e i post passati incentrati sul definanziamento della polizia (“defund the police”), interrompendo le richieste di riforme radicali dell’apparato di sicurezza. Dal punto di vista programmatico si tratta di un arretramento, ma dal punto di vista elettorale si è rivelata una scelta di assoluto buonsenso politico: la sinistra ha smesso di combattere su un terreno tematico in cui l’opinione pubblica le era fortemente avversa, neutralizzando le accuse dei centristi di danneggiare il brand del partito o di ignorare il problema della criminalità.

Allo stesso modo, i candidati progressisti continuano a sostenere riforme strutturali come l’università gratuita o il sistema sanitario interamente pubblico, ma evitano di incentrare l’intera comunicazione su queste proposte. La consapevolezza che gli elettori considerino tali trasformazioni difficili da realizzare nell’immediato ha spinto la sinistra a prediligere una narrativa basata su proposte concrete e incrementali legate alla sostenibilità economica dei costi della vita di tutti i giorni (“affordability proposals“). La retorica attuale mette al centro la lotta contro i miliardari, l’opposizione al clientelismo di Washington e misure di forte impatto popolare come il divieto per i membri del Congresso di vendere e comprare azioni societarie durante il mandato.

Infine, la sinistra ha imparato a selezionare i propri obiettivi con cinismo strategico. Riconoscendo l’enorme potere istituzionale detenuto da leader centristi come il capo della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries o la governatrice di New York Kathy Hochul, i progressisti hanno scelto di non disperdere energie in primarie impossibili contro di loro. Al contrario, hanno concentrato le proprie risorse per abbattere figure centriste collocate in distretti fortemente progressisti, come il deputato moderato Dan Goldman (nelle zone di Lower Manhattan e Brooklyn che compongono il 10° distretto congressuale di New York) laddove la vittoria risultava decisamente più accessibile. Contro Goldman ha corso Brad Lander, ex revisore dei conti della città di New York, che pur non essendo un membro ufficiale dei DSA, è stato fortemente sostenuto dal sindaco socialista di New York, Zohran Mamdani. Ladner ha vinto agevolmente le elezioni (66% contro 34%).

Per sostenere queste sfide, la sinistra ha superato i vecchi tabù ideologici legati ai finanziamenti elettorali, creando i propri Super-PAC per evitare di essere schiacciata dal denaro dei grandi donatori moderati. Inoltre, le figure chiave del movimento – Ocasio-Cortez, Sanders, Mamdani – si muovono allineando sistematicamente i propri endorsement, creando un effetto di crescendo politico attorno ai candidati prescelti. In territori particolarmente ostili alla leadership democratica nazionale, come il Nebraska, i candidati populisti di sinistra hanno persino scelto di correre come indipendenti, svincolandosi da un simbolo di partito percepito negativamente.

 

Demistificazione dell’eleggibilità: le proiezioni per le elezioni generali

Il cavallo di battaglia storico dell’establishment centrista – ovvero l’argomentazione secondo cui un candidato di sinistra provocherebbe una sconfitta sicura alle elezioni generali contro i Repubblicani – viene categoricamente smentito dai dati empirici del ciclo elettorale 2026. Le rilevazioni demoscopiche condotte dall’istituto indipendente Zenith Research (su mandato dell’organizzazione dei veterani di guerra Common Defense) dimostrano che l’approccio radicale è, in realtà, la strategia elettorale più sicura ed efficace per blindare i seggi contendibili.

Nello scenario di uno scontro diretto per il Senato in Michigan contro lo sfidante ufficiale del Partito Repubblicano, l’ex congressista Mike Rogers, il progressista Abdul El-Sayed è l’unico candidato democratico in grado di staccare chiaramente l’avversario al di fuori del margine d’errore statistico:

  • Matchup El-Sayed vs. Rogers: El-Sayed raccoglie il 45% dei consensi contro il 42% del candidato repubblicano (un vantaggio netto di 3 punti percentuali).
  • Matchup McMorrow vs. Rogers: la moderata McMorrow ottiene il 44% a fronte del 42% di Rogers.
  • Matchup Stevens vs. Rogers: la centrista Haley Stevens sperimenta la performance peggiore, attestandosi al 43% contro il 42% del repubblicano, con appena un punto di scarto.

Secondo l’analisi tecnica dei flussi elettorali curata dal sondaggista Adam Carlson, la debolezza della Stevens alle elezioni generali non dipende da una sua incapacità di attrarre i moderati, bensì dalla forte ostilità interna generata tra la base del suo stesso partito. Il 31% degli elettori fortemente progressisti e liberal dichiara un’opinione radicalmente negativa sulla Stevens a causa delle sue posizioni sulla spesa militare e dei finanziamenti ricevuti dai Super-PAC pro-Israele. La mancanza di entusiasmo della base progressista rischierebbe di tradursi in un drammatico crollo dell’affluenza alle urne a novembre. Al contrario, la figura di El-Sayed si dimostra l’unica capace di mobilitare una coalizione generazionale e intersezionale abbastanza ampia da sconfiggere la destra trumpiana, unendo la radicalità dei programmi economici a una comprovata affidabilità elettorale.

Come sintetizzato dallo stesso El-Sayed, l’establishment centrista ha confuso per decenni il concetto di “eleggibilità” con il profilo del democratico più “di centro” e incline al compromesso con le grandi lobby e corporation. Questo approccio ha finito per annacquare i messaggi politici, distruggere l’identità del brand democratico e allontanare la base dei lavoratori. I dati del 2026 dimostrano che la vera eleggibilità risiede nella capacità di motivare l’elettorato attraverso una difesa intransigente dei diritti sociali e della dignità umana.

 

Alessandro Scassellati

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