Proviamo a continuare con Conte (il musicista e cantautore, non l’esponente politico), per tornare a parlare di Genova e del venticinquennale. E proviamo a spostare l’attenzione sulla parte costruens che nell’articolo precedente si era tralasciata scientemente. Fra le intuizioni significative di quella tre giorni, fondamentale fu quella di aprire con una manifestazione per la libertà di movimento costruita per e con le associazioni antirazziste e di auto organizzazione di migranti. Si era intuito, con non poche difficoltà, che la condizione di chi viveva in Italia e nei paesi UE – seppur con modalità diverse – era una vera e propria cartina di tornasole, un esperimento di come si stavano modificando i rapporti di potere in nome della “fine della storia”, di una pace mondiale e del benessere che avrebbe determinato sciogliere le briglie al libero mercato globalizzato. A chi si occupò, ma non solo, soprattutto di tali tematiche, l’inganno era chiaro. In Italia non era ancora stata realizzata la legge Bossi Fini, che prevede il legame strutturale fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, ma sapevamo bene che la struttura portante dell’Unione Europea si basava sulla propria condizione di fortezza. Merci e capitali dovevano – e hanno ancora – persone no, anzi. Pubblicamente si dichiarava già di voler garantire “sicurezza e accoglienza” cit Giorgio Napolitano, nei fatti si definivano barriere, meglio dire anzi grate per impedire ad alcuni di entrare, in quanto non funzionali alla produzione e al profitto, ad altri di farlo restando nell’invisibilità, per garantire quella parte consistente del mercato del lavoro sommerso, soprattutto in alcuni comparti mentre altri ancora dovevano essere respinti, rinchiusi e, quando possibile rimpatriati.
Era già in piedi una gerarchia di classe dei diritti esigibili, in chiave sperimentale e da adeguare alle successive controriforme del mercato del lavoro che ci avrebbero resi tutte/i, in condizioni di vulnerabilità. Una mutazione strutturale di cui avevamo colto il senso. Insieme a questo fioriva, in numerose esperienze sparse per il Paese, un tentativo embrionale di ricerca per andare alle radici di una logica colonialista di cui già eravamo permeati e questo combinato disposto aveva già prodotto significative esperienze di conflitto sociale che potevano mutare le stesse basi delle organizzazioni politiche e sociali, dei sindacati, di chi vedeva, anche se non da marxista, le ragioni economiche, politiche e, per certi versi militari, contro cui fare leva. L’altro mondo possibile, che urlavamo da tempo, acquisiva consistenza e ci portava nel terzo millennio facendo un salto che avrebbe potuto possedere i requisiti per divenire realmente mutamento strutturale dell’intera società. Il disastro di quei giorni si riversò in tempi brevi, tanto dal punto di vista legislativo, che culturale, in rapporti di forza molto più incentrati sulla violenza. La legge Bossi Fini – ancora in vigore – è dell’anno successivo così come in tempi brevi fece presa nell’immaginario collettivo, la certezza che con il pugno di ferro, si sarebbero ridotti a più miti consigli coloro che arrivavano per costruirsi un futuro. L’11 settembre, l’utilizzo della guerra al terrorismo per costruire un umus islamofobico, l’affermarsi di forze politiche che hanno fatto da veri e propri imprenditori della paura con il sostegno dei grandi gruppi editoriali soprattutto televisivi, il balbettio triste della sinistra moderata che si è adeguata a tale mutazione, pensando di poterla cavalcare e orientare, hanno prodotto il resto. Non sono mancati errori all’interno dei movimenti antirazzisti le cui tracce si percepivano già prima dei giorni del G8. Un approccio paternalista nei confronti di uomini e donne che entravano in dinamiche di vero e proprio riscatto sociale. Molte volte e in troppe occasioni, si è preferito ascoltare le nostre voci autoctone che provavano ad offrire una cornice interpretativa piuttosto che accettare l’eccedenza, a tratti scomposta, di chi era protagonista di tali percorsi e rivendicava, non una richiesta ma il diritto a far valere le proprie ragioni. Lo sgretolarsi lento ma inesorabile dei movimenti, nonostante i successivi Social Forum e nonostante le grandi manifestazioni contro la guerra e in difesa del lavoro che hanno caratterizzato il post Genova, non hanno arrestato un declino accompagnato da uno sdoganamento, altrettanto veloce e feroce, di un approccio autoritario e razzializzante, nei confronti di chi aveva tratti somatici non corrispondenti a quelli caucasici e soprattutto era in condizioni di povertà fino alla marginalità, hanno compiuto il resto. Razzismo istituzionale e popolare sono stati il feroce esperimento per comprimere ogni tipo di dissenso. Oggi ci appare più chiaro se ne leggiamo il percorso.
I 25 anni, che andremo a ricordare in questo fine settimana, vanno inquadrati come un periodo in cui si è realizzata una vera e propria piramide repressiva. Ogni legge, circolare, regolamento attuativo, ordinanza comunale o prefettizia, è stato uno dei tanti mattoni utilizzati per erigerla. E non è possibile dimenticare come a tale costruzione abbiano contribuito, ognuno con le proprie responsabilità, tutte le forze politiche e gran parte del sistema mediatico. Si utilizza il termine “piramide”, in quanto le norme che venivano emanate, di governo in governo, senza trovare severa opposizione in parlamento, si sono in questo quarto di secolo accumulate, una sopra all’altra, divenendo esempio anche nella dimensione europea, si veda il sempre citato Patto immigrazione e asilo. E a dimostrazione plastica di quanto questo sia concreto, va ricordato che il primo “pacchetto sicurezza”, realizzato per fronteggiare l’indignazione relativa all’uccisione di una cittadina italiana, Francesca Reggiani, fu votato all’unanimità dall’allora governo Prodi (2007), mentre patti scellerati come quello con la Libia del 2017 vennero firmati dall’allora ministro Marco Minniti (2017), sotto il governo Gentiloni. La scarsa credibilità di chi si oppone oggi a tali politiche securitarie, unita ad un senso comune negativo, hanno eroso ad oggi la possibilità di incidere e di invertire la rotta mutando anche l’agenda politica.
Ma il quadro, rispetto a 25 anni fa, è radicalmente cambiato. La guerra permanente è divenuta fattore strutturale e l’immigrazione di oggi non è quella che avveniva 25 anni fa. Oggi si fugge da guerre, da catastrofi ambientali, da dittature e persecuzioni, come da crisi economiche senza via di uscita dovute ad una mai interrotta politica coloniale per sua natura, predatoria e suprematista. Aumentano quindi le risorse e gli strumenti per respingere, o meglio, per selezionare le persone alle frontiere, aumentano i muri interni ed esterni ai confini UE, si predispongono meccanismi di sorveglianza continentale che iniziano per coloro che hanno superato i 6 (sei) anni di età e si ampliano le modalità attraverso cui chi arriva è immediatamente percepito come il “nemico” o, se va bene, come la persona da ridurre in condizioni di semischiavitù. Vale oggi per le persone non autoctone – commettere reati sociali come il blocco stradale, il picchetto davanti al posto di lavoro, la resistenza passiva – sono diventati penalmente perseguibili e danno la possibilità di deportare anche chi vive qui da decine di anni. Una penalizzazione mirata utile a creare un clima di intimidazione e paura che impediscano l’insorgere di qualsiasi ipotesi di conflitto, valido per chi oggi ha meno diritti, in base al paese di provenienza ma che rapidamente sarà esteso verso chiunque provi ad alzare la testa. Di progetti neoautoritari si va riempiendo il pianeta – e non è certo il caso di trovare una soluzione che sfoci in un patetico nazionalismo come in un miope campismo. Ma mettere le braghe al mondo non è cosa facile. Da questo nascono osservazioni che portano a considerare quanto detto in chiave costruttiva.
La società italiana attuale – come del resto molte altre – si sono letteralmente polarizzate su molte questioni rilevanti: pace vs guerra, pubblico vs privato, welfare vs assenza di tutele, riconversione ecologica vs negazionismo del cambiamento climatico eccetera. Polarizzazioni che producono energie ad oggi inesplorate e che, è accaduto nell’ultimo anno, si sono tradotte tanto in mobilitazioni impensabili quanto in spazi di elaborazione che crescono al riparo dei riflettori. In 25 anni, per tornare al tema portante, sono nati e cresciuti, le figlie e i figli di coloro che erano giunti da poco in Italia. Una parte affatto minoritaria ma sovente esclusa e che a volte ha scelto l’autoesclusione, dai meccanismi lottizzati della partecipazione, sta producendo saperi, non solo considera l’italiano lingua propria ma possiede gli strumenti cognitivi per scardinare anche una modalità di pensiero coloniale che anche nei movimenti, anche a sinistra, è stata per anni e ancora continua ad esserlo, trascurata o occultata. Le ragioni di Genova potrebbero – il condizionale è d’obbligo – tenendo conto del fatto che non sono i “nostri anniversari” a determinare un nuovo calendario, trovare una declinazione avanzata e una linfa che è errato definire nuova, perché a quelle giornate, a ciò che è avvenuto prima e dopo, non è estranea, ma che segna numerosi punti di discontinuità radicale. A chi scrive è capitato numerose volte, in questi anni, di incontrare esponenti – spesso under 30 – con background migratorio, il cui lavoro individuale di decostruzione della logica della subalternità performativa al modello dominante, si sta sempre più accompagnando ad una esigenza di trasformarsi in percorsi collettivi di affermazione. Un’esigenza di “libertà di movimento 2.0” a cui non è estranea l’appropriazione degli strumenti di comunicazione, in particolare social, in grado di rendere talune suggestioni virali e impossibili da confinare. E se le piazze restano necessarie per rivendicare diritti o condannare propositi osceni (cfr remigrazione e dintorni), la creazione di luoghi, anche virtuali, di scambio di competenze e di costruzione di affinità anche ideologiche, potrebbero riservare sorprese interessanti e da cogliere. Certo è necessario predisporsi all’ascolto ed evitare (do you remember Genova) di riproporre una narrazione edulcorata del presente, accertarne le intemperanze e le contraddizioni, vivere come boccate di aria fresca – necessaria non solo in questi giorni torridi – i suggerimenti e gli inviti a guardare il mondo con occhi diversi e sensibilità spesso non considerate. Non si tratta unicamente di difendersi da una prospettiva oscurantista e reazionaria che rischia di avvolgerci in ogni ambito della nostra vita – è questo il volto del nuovo suprematismo fascista – ma di elaborare strategie per ribaltare l’agenda politica, ponendo al centro un’altra visione del mondo, un altro concetto di società. Ne eravamo consapevoli artigianalmente 25 anni fa, oggi forse, grazie anche alle nuove energie che emergono anche a causa della violenza endemica dell’autoritarismo da guerra, abbiamo strumenti più raffinati per elaborare una strategica a medio e lungo termine senza rimuovere le continue emergenze che hanno i volti, i corpi e i dolori delle persone che le subiscono.
Un esempio concreto per dare una piccola idea di quanto affermato. Recentemente sono stato invitato alla presentazione di un libro – che a breve recensiremo su Transform – e che è divenuto il pretesto per dare spazio ad un confronto con soggettività non incasellabili in una rappresentanza politica o sociale. Un pubblico affollato e intergenerazionale – molti i giovani – ma soprattutto interventi lucidi e implacabili di chi sa sulla propria pelle cosa significhino parole come: razzializzazione, detenzione per il solo fatto di avere tratti somatici diversi e documenti non in regola, il tessuto diffuso delle microaggressioni anche semantiche “tornatene a casa tua”, rivolte a chi magari è nato nello stesso quartiere da cui giungono simili affermazioni. E invece di ascoltare parole semplicemente di dolore o di sofferenza – che pure c’erano – ne ho ascoltate di riscatto, di consapevole volontà di avere giustizia, di voler scoperchiare la cappa del potere bianco che anche da noi trionfa, di cercare anche nel conflitto fra classi, la chiave interpretativa per ritrovare una forma di appartenenza nella complessità. Che non siano, in un futuro anche prossimo, facce un po’ così come queste a spalancare le porte di una nuova potente ondata? E se accade, saremo capaci di trovare le parole e la postura per essere al loro fianco o cercheremo ancora di far valere il privilegio derivante da un misero ius sanguinis? La lotta messa in atto un anno fa per semplificare l’accesso alla cittadinanza andava in quella direzione, oggi serve altro per ribaltare il discorso pubblico. Le energie per farlo ci sono, anche se non tutte si ritroveranno a Genova… per ora.
Stefano Galieni