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L’offensiva USA contro la giustizia globale: la dottrina Rubio per smantellare la Corte penale internazionale

di Alessandro
Scassellati

Un’analisi della complessa architettura di sanzioni e pressioni diplomatiche unilaterali con cui Washington mira a neutralizzare l’efficacia giuridica della Corte dell’Aia, inquadrandola nella continuità storica della dottrina della sovranità statunitense. Si esaminano le fratture europee causate dal de-risking bancario, l’hedging del Messico e la causa civile dei giudici della CPI a Manhattan. Si conclude che l’uso sanzionatorio del dollaro accelera la de-dollarizzazione dei BRICS+ e la crisi dell’ordine multipolare.

L’annuncio di Marco Rubio e la dottrina della sovranità assoluta

Il Segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, ha formalmente avviato una campagna diplomatica e politica con l’obiettivo esplicito di “smantellare” la Corte Penale Internazionale (CPI) con sede all’Aia. L’offensiva è stata inaugurata attraverso un lungo editoriale pubblicato sulle colonne del Wall Street Journal e supportata da un videomessaggio ufficiale diffuso sulla piattaforma social X. La tesi centrale sostenuta da Rubio si fonda sul principio della sovranità nazionale assoluta degli Stati Uniti. Secondo il capo della diplomazia di Washington, l’organo giudiziario internazionale si starebbe progressivamente trasformando nell’«arbitro incontrollabile di una nuova legge globale», un’entità sovranazionale che interferisce in modo diretto e illegittimo con le operazioni militari, di intelligence e di polizia condotte dagli Stati Uniti d’America. Rubio ha accusato la CPI di “dichiarare guerra al nostro Paese, non con proiettili o missili, ma con statuti, accordi e la forza del cosiddetto diritto internazionale”.
Nel suo intervento, Rubio ha evocato scenari giudiziari definiti “inaccettabili” per l’amministrazione statunitense, dipingendo l’immagine di agenti della polizia di frontiera (Border Patrol) o di alti leader politici e comandanti militari statunitensi «trascinati davanti a un tribunale internazionale». L’esponente del governo Trump ha avvertito che l’inerzia di fronte all’attivismo della Corte esporrebbe i cittadini statunitensi alla mercé di magistrati stranieri, operanti a migliaia di chilometri di distanza, col rischio costante di essere perseguiti o incarcerati per il solo fatto di aver adempiuto al proprio dovere istituzionale e difeso il proprio Paese. “Gli agenti della polizia di frontiera che lavorano per espellere i criminali violenti dal nostro Paese, i Marines statunitensi che rischiano la vita per ristabilire l’ordine nell’emisfero occidentale, i procuratori federali che lavorano per smantellare le reti terroristiche che pianificano attacchi sul territorio statunitense: tutti si troverebbero ad affrontare il costante rischio di persecuzione per il ‘crimine’ di difendere il nostro Paese”, ha scritto Rubio. “Utilizzando tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo, lavorando fianco a fianco con ogni alleato con cui possiamo fare causa comune, smantelleremo la Corte penale internazionale, mattone dopo mattone, se necessario”. Le dichiarazioni programmatiche si sono concluse con un fermo avvertimento formale: Rubio ha sottolineato che gli Stati Uniti intendono insegnare alla CPI «il pieno significato della determinazione statunitense».
La tesi di Rubio si basa sul timore che la CPI possa processare agenti della Border Patrol. Il timore (reale o propagandistico) di Rubio nasce dal fatto che la CPI indaga sui crimini contro l’umanità legati alla gestione dei migranti e ai centri di detenzione se commessi da firmatari, oppure che gli USA temono l’estensione della giurisdizione sui crimini commessi in stati confinanti (come il Messico, che è membro della CPI dal 2005) qualora le operazioni di respingimento valicassero il confine.
Per comprendere appieno l’offensiva dell’amministrazione Trump, è necessario contestualizzare l’azione di Washington non come un’anomalia isolata, ma come il culmine di una dottrina giuridico-politica bipartisan che dura da oltre un quarto di secolo. La resistenza degli Stati Uniti alla CPI non è una prerogativa dell’attuale corso repubblicano; affonda le sue radici in una visione strutturale del diritto internazionale che accomuna amministrazioni sia democratiche che repubblicane fin dalla nascita dello Statuto di Roma (firmato da Clinton nel 2000, ma non ratificato dal Congresso). Il pilastro fondamentale della dottrina giuridica statunitense si basa sul principio cardine del diritto dei trattati (codificato dalla Convenzione di Vienna): un trattato non può creare obblighi o diritti per uno Stato terzo senza il suo consenso (pacta tertiis nec nocent nec prosunt). Dato che gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, Washington contesta radicalmente la pretesa della CPI di esercitare una giurisdizione (definita “universale delegata”) sui cittadini statunitensi per reati commessi sul territorio di Stati membri (come l’Afghanistan o la Palestina). Secondo i giuristi del Dipartimento di Stato, la Corte non può esercitare un potere giurisdizionale penale che lo Stato non firmatario non le ha mai formalmente delegato. Il culmine normativo di questa dottrina bipartisan si è concretizzato nel 2002 con l’approvazione a larghissima maggioranza del Congresso (con il voto favorevole di influenti senatori democratici, tra cui l’allora Joe Biden) dell’American Servicemembers’ Protection Act (ASPA) durante l’amministrazione di George W. Bush. Questa legge, tuttora in vigore, contiene disposizioni durissime: il divieto assoluto di estradizione di cittadini statunitensi o alleati verso l’Aia; autorizza il Presidente degli Stati Uniti a utilizzare «tutti i mezzi necessari e appropriati» (incluso l’uso della forza militare) per liberare qualsiasi cittadino statunitense o di un Paese alleato detenuto o imprigionato dalla CPI; sospende l’assistenza militare ai Paesi membri della CPI che rifiutano di firmare i cosiddetti “Accordi dell’Articolo 98”, ossia patti bilaterali in cui si impegnano a non consegnare mai cittadini statunitensi al tribunale internazionale. Circa 100 Paesi hanno firmato accordi con gli Stati Uniti per astenersi dal consegnare cittadini americani alla giustizia.
Infine, la dottrina statunitense solleva un problema di compatibilità costituzionale insuperabile. La Costituzione degli Stati Uniti riconosce il potere giudiziario supremo unicamente nella Corte Suprema e garantisce ai cittadini diritti processuali fondamentali descritti nel Bill of Rights (come il processo con giuria, garantito dal Sesto Emendamento). Deferire un cittadino statunitense a un tribunale internazionale senza giuria, i cui magistrati non rispondono all’elettorato né alle istituzioni statunitensi, viene interpretato dalla dottrina di Washington come una cessione illegittima e incostituzionale di sovranità nazionale.“La CPI e i suoi alleati cercano di creare un tribunale mondiale permanente con una portata pressoché illimitata, in grado di scavalcare i tribunali e le costituzioni degli Stati Uniti e di altri stati sovrani, e di perseguire e arrestare i nostri cittadini. Gli americani non hanno mai acconsentito a nulla di tutto ciò”, ha scritto Rubio. In questa prospettiva, la strategia di Marco Rubio di “smantellare mattone dopo mattone” la Corte non è un superamento delle regole, bensì l’applicazione rigorosa e coerente di una difesa immunitaria legale che gli Stati Uniti hanno edificato e mantenuto attiva fin dal 1998.

La strategia del Dipartimento di Stato: pressioni esterne e “ritiri forzati”

Le linee guida del piano elaborato dal Dipartimento di Stato non si limitano a una disputa verbale o ideologica, ma delineano una precisa strategia coercitiva a livello multilaterale. Fonti interne all’amministrazione riprese dai principali media internazionali, tra cui la CNN, indicano che Washington eserciterà massicce pressioni economiche e diplomatiche su Paesi terzi affinché abbandonino formalmente lo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Corte firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010, cui hanno aderito oltre 120 Paesi, molti dei quali storici alleati NATO degli Stati Uniti.
La dottrina Rubio delineata per i partner internazionali segue una logica transazionale e bilaterale: i Paesi che beneficeranno dell’assistenza militare, finanziaria o logistica degli Stati Uniti ma che, al contempo, continueranno a riconoscere l’autorità della CPI verranno sottoposti a severi controlli e ritorsioni. Il pacchetto di contromisure sanzionatorie messe sul tavolo dal governo statunitense include lo stop definitivo ai programmi di cooperazione, restrizioni severe sul rilascio dei visti d’ingresso e il congelamento dei beni finanziari per i funzionari governativi dei Paesi non collaborativi. L’obiettivo strategico di medio termine appare chiaro: isolare politicamente il tribunale dell’Aia svuotandolo della sua base di Stati membri, inducendo un effetto domino di recesso globale.

La reazione degli esperti e i limiti giurisdizionali dello Statuto di Roma

Le affermazioni programmatiche del Segretario di Stato hanno sollevato immediate e dure critiche da parte dei principali esperti di diritto internazionale e delle organizzazioni non governative per i diritti umani. Kenneth Roth, storico ex direttore esecutivo di Human Rights Watch, che ha chiesto che l’amministrazione Trump risponda delle proprie azioni a livello internazionale per l’attacco illegale all’Iran, ha contestato radicalmente la narrativa della Casa Bianca, definendola una palese strumentalizzazione e una distorsione tecnica dei reali poteri legali detenuti dal tribunale. Roth ha ricordato che, in virtù dei principi cardine del diritto internazionale, la CPI non rivendica né ha mai esercitato una giurisdizione automatica sulle condotte criminali commesse sul territorio geografico degli Stati Uniti.
L’architettura giuridica della Corte si basa infatti sul principio di complementarietà: essa interviene esclusivamente laddove gli Stati sovrani non abbiano la volontà o la capacità reale di perseguire i crimini più gravi (crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità). Dal momento che gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, la Corte non possiede alcun titolo formale sul suolo statunitense. Secondo l’analisi di Roth, Rubio starebbe mascherando una precisa e sistematica ricerca di impunità legale per le condotte dei militari e dei decisori politici statunitensi, camuffandola sotto il pretesto della difesa della sovranità nazionale. In questo modo, l’amministrazione negherebbe il diritto sovrano di tutti quegli altri Paesi che hanno liberamente scelto di aderire al trattato internazionale e di invocare l’intervento dell’Aia per crimini perpetrati direttamente sui rispettivi territori nazionali. “Trump vuole poter commettere crimini di guerra sul territorio di Paesi che hanno accettato la giurisdizione della Corte: è questo il punto”, ha affermato Roth.

Il nodo del doppio standard: i casi di Ucraina e Palestina

L’azione della Casa Bianca si scontra con una storica incoerenza geopolitica, spesso definita dagli osservatori internazionali come la politica del “doppio standard”. In diverse occasioni storiche, le amministrazioni statunitensi hanno apertamente celebrato e supportato l’operato e la legittimità della Corte dell’Aia. Un esempio lampante è rappresentato dall’ampio sostegno logistico e politico offerto alle indagini avviate dall’ufficio del procuratore contro i crimini di guerra russi commessi nel teatro bellico in Ucraina, Stato che ha accettato la giurisdizione della Corte ai sensi dell’art. 12(3) dello Statuto di Roma senza esserne ancora Stato parte.

La postura di Washington è mutata radicalmente nel momento in cui l’ufficio del procuratore capo della CPI, guidato dal magistrato britannico Karim Khan, ha esteso le proprie indagini formali sulla condotta delle forze armate e delle autorità di Israele (che non ha sottoscritto il Trattato di Roma) nei territori della Palestina (la quale ha regolarmente acconsentito alla giurisdizione della Corte sul proprio territorio). L’emissione dei mandati di arresto internazionali nel novembre 2024 contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant (insieme ai leader di Hamas come Yahya Sinwar e Mohammed Deif) per presunti crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza ha innescato la durissima reazione di Washington (a suo tempo, l’amministrazione Biden aveva duramente contestato la mossa pur senza applicare sanzioni formali ai giudici), che considera lo Stato ebraico il proprio principale e imprescindibile alleato strategico in Medio Oriente. Secondo i critici dell’amministrazione Trump, accusata di innumerevoli violazioni del diritto internazionale, la tesi di fondo risiede nella pretesa statunitense di poter operare, o far operare i propri alleati strategici, in totale stato di eccezione giuridica anche all’interno di territori esteri legati ai trattati internazionali.

L’escalation sanzionatoria: dal blocco dei funzionari allo “scenario apocalittico”

L’attuale fase di scontro giunge al culmine di una serie di misure restrittive implementate in modo progressivo dalla Casa Bianca. Già nelle prime sei settimane dall’insediamento del suo secondo mandato presidenziale (il 6 febbraio 2025), Donald Trump aveva firmato un apposito ordine esecutivo volto a dichiarare lo stato di “emergenza nazionale” per la sicurezza degli Stati Uniti (Executive Order 14203). Tale provvedimento era motivato dalle «azioni illegittime e infondate della Corte penale internazionale contro l’America e il nostro stretto alleato Israele».
L’ordine esecutivo si è tradotto nell’applicazione pratica di sanzioni finanziarie e sul blocco dei visti d’ingresso nei confronti di importanti figure di spicco del tribunale internazionale. Tra i soggetti colpiti figurano il procuratore capo Karim Khan, inserito dal Dipartimento del Tesoro nella lista dei cittadini bloccati (Specially Designated Nationals), i suoi due vice procuratori, sei giudici togati e due funzionari della Corte, ritrovandosi con carte di credito e account Amazon e Google bloccati, oltre al divieto di viaggio negli Stati Uniti. Il regime sanzionatorio è stato progressivamente esteso a figure esterne all’organigramma stretto della CPI, andando a colpire Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, e tre organizzazioni non governative palestinesi per i diritti umani specializzate nel monitoraggio sul campo e nella raccolta di prove documentali di possibili crimini di guerra israeliani destinate ai magistrati internazionali. “Tutti gli Stati e i popoli che hanno a cuore la libertà devono insorgere ora in difesa della Corte penale internazionale e della giustizia internazionale, prima che sia troppo tardi”, ha implorato Albanese. Ha definito l’annuncio di Rubio “assolutamente scioccante, ma non una sorpresa”.
Gli attuali piani di espansione sanzionatoria ventilati da Rubio ipotizzano un salto di qualità giudicato dagli addetti ai lavori come uno “scenario apocalittico”: l’estensione delle sanzioni economiche non più solo ai singoli individui, bensì all’intera istituzione giudiziaria dell’Aia in quanto entità giuridica complessiva. Un ex alto funzionario governativo statunitense, esperto nella gestione delle sanzioni internazionali e protetto dall’anonimato, ha spiegato al Guardian che una simile mossa configurerebbe una vera e propria campagna preventiva, architettata per scoraggiare e paralizzare in anticipo qualsiasi dossier o indagine che la CPI potrebbe decidere di aprire in futuro nei confronti di leader di altri scenari caldi, come il Venezuela o ulteriori aree di crisi globale.
Sanzionare l’intera CPI significa sanzionare un’entità finanziata da governi alleati (Francia, Germania, Italia, Regno Unito). Questo costituirebbe l’ennesima incongruenza politica statunitense: se gli USA sanzionano l’istituzione CPI, stanno tecnicamente sanzionando indirettamente i budget e i contributi finanziari dei loro stessi alleati NATO che la mantengono in vita.

Gli impatti della dottrina Rubio sul sistema finanziario della CPI e il rischio di ostruzione alla giustizia

L’adozione di un blocco economico totale contro l’istituzione giudiziaria avrebbe conseguenze sistemiche devastanti sul piano operativo ed economico. Qualora la misura entrasse pienamente in vigore, a tutti i cittadini, alle aziende, alle multinazionali e agli istituti bancari con sede o filiali negli Stati Uniti verrebbe categoricamente vietato qualsiasi tipo di interazione, transazione o fornitura di servizi logistici e tecnologici in favore della CPI. Qualsiasi violazione comporterebbe il rischio di incorrere in pesantissime sanzioni pecuniarie e in condanne alla detenzione penale. Una simile architettura sanzionatoria congelerebbe di fatto la capacità della Corte di remunerare i propri periti, pagare i fornitori di software, gestire i conti correnti o condurre trasferte internazionali per la raccolta di prove.
Sul piano propriamente legale, eminenti giuristi fanno notare che la strategia coordinata da Rubio potrebbe configurarsi essa stessa come una palese violazione del diritto internazionale. Raed Jarrar, stimato direttore delle attività di advocacy dell’organizzazione per i diritti umani Dawn, ha dichiarato in un comunicato che l’attacco frontale di Washington mina l’accesso universale alla giustizia per le vittime dei peggiori conflitti globali, dalle martoriate terre dell’Ucraina fino alle regioni del Sudan. Jarrar ha sottolineato come le minacce e i tentativi di coercizione economica ai danni di magistrati internazionali integrino gli estremi del reato di “ostruzione alla giustizia” e intralcio al regolare svolgimento dei processi, fattispecie espressamente sanzionate dalle norme dello Statuto di Roma.
L’amministrazione Trump e il Dipartimento di Stato respingono categoricamente la causa di Manhattan intentata da tre giudici della CPI e le accuse di “ostruzione alla giustizia”, ribaltando la narrativa: secondo Washington, non sono gli Stati Uniti a violare la legge, ma è la CPI a compiere un abuso di potere che minaccia la sicurezza nazionale e la sovranità statunitense.

La reazione europea: divisioni e paralisi

L’offensiva diplomatica lanciata da Rubio e dall’amministrazione Trump per smantellare la CPI ha innescato una profonda spaccatura politica all’interno dei Paesi europei. Pur condividendo una formale difesa del multilateralismo, le capitali europee si dividono tra chi spinge per una resistenza attiva tramite contromisure legali (Spagna e Slovenia), chi esprime una cauta preoccupazione (Paesi Bassi e Norvegia) e chi opta per una paralisi diplomatica (Francia) pur di non compromettere i rapporti con Washington.
Un blocco di Paesi guidato con fermezza da Slovenia e Spagna ha assunto la postura più intransigente contro l’extraterritorialità delle sanzioni americane. Lubiana e Madrid hanno formalmente esortato la Commissione Europea ad adottare misure protettive concrete. Questi Paesi richiedono l’attivazione e l’aggiornamento del cosiddetto “Blocking Statute” dell’Unione Europea (Regolamento CE 2271/96). Si tratta di una legge di protezione nata negli anni ’90 per contrastare l’embargo USA su Cuba e Iran, concepita per proibire tassativamente a banche e imprese europee di conformarsi alle sanzioni unilaterali di Washington, proteggendole da eventuali ritorsioni legali d’oltreoceano. C’è da dire che lo scudo legale europeo ha un grande limite: il regolamento sanziona le aziende europee che applicano le leggi USA, creando un paradosso normativo. Le imprese si troverebbero stritolate tra le multe dell’UE e l’esclusione dai mercati USA. Nel 2018 (crisi Iran dovuta alla ricusazione da parte di Trump del trattato JCPOA sul nucleare del 2015), il meccanismo fallì perché le grandi aziende (es. Total) preferirono comunque obbedire a Washington.
I Paesi Bassi (in quanto Stato ospitante della Corte all’Aia) e la Norvegia (storico bastione della mediazione diplomatica globale) mantengono una linea di ferma condanna istituzionale, pur muovendosi con estrema cautela sul piano economico. Oslo e L’Aia hanno reiterato il loro totale sostegno all’imparzialità dei magistrati. Tuttavia, l’estensione delle sanzioni sta creando enormi problemi logistici: i giudici e i procuratori colpiti dai blocchi finanziari statunitensi si trovano di fatto esclusi dal sistema bancario europeo. Gli istituti di credito del continente, terrorizzati dall’idea di perdere l’accesso ai mercati statunitensi o al sistema di liquidazione SWIFT o ai conti di corrispondenza in dollari (clearing), applicano una conformità preventiva (over-compliance e “de-risking bancario asimmetrico”), congelando i conti personali dei funzionari della CPI anche sul suolo europeo.
La Francia si trova in una posizione di estrema vulnerabilità politica e istituzionale. Le sanzioni del Dipartimento di Stato hanno colpito direttamente alti magistrati di cittadinanza francese, tra cui il giudice della CPI Nicolas Guillou. Se da un lato l’Eliseo non può tollerare che un proprio cittadino e magistrato internazionale subisca il congelamento dei beni e il divieto di viaggio da parte di una potenza alleata, dall’altro il governo francese frena su contromisure economiche aggressive (come le ritorsioni tariffarie o bancarie) per non compromettere i delicati equilibri commerciali bilaterali e i dossier aperti con l’amministrazione Trump.
Al vertice delle istituzioni comunitarie si registra una evidente discrasia tra la retorica politica e l’azione legislativa. I vertici dell’Unione, tra cui la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, hanno espresso piena solidarietà alla CPI, affermando che il tribunale «deve essere libero di agire senza pressioni esterne». «Rispettiamo l’indipendenza e l’imparzialità della Corte», ha ribattuto Bruxelles tramite un suo portavoce, sottolineando che «attacchi o minacce» all’indirizzo del tribunale dell’Aja, «dei suoi funzionari o del personale sono semplicemente inaccettabili».  Nei fatti, però, la Commissione Europea ha evitato di impegnarsi formalmente nell’attivazione di scudi legali vincolanti o sanzioni di risposta contro gli Stati Uniti. Come stride l’incapacità della UE di adottare misure concrete in risposta alle violazioni del diritto internazionale da parte di Tel Aviv. L’esecutivo di Bruxelles teme che l’applicazione del Blocking Statute (comunque un’arma spuntata) possa innescare una guerra commerciale totale con Washington, in un momento economico già fortemente penalizzato dalle politiche protezionistiche globali.
In sostanza, la strategia di Rubio di applicare una “diplomazia transazionale bilaterale” sta parzialmente ottenendo l’effetto sperato: paralizzare la risposta collettiva dell’Unione Europea. Sfruttando la dipendenza dei singoli Stati europei dalla sicurezza NATO e dai mercati finanziari statunitensi, Washington è riuscita a trasformare una questione di principio giuridico internazionale in un calcolo di convenienza nazionale, lasciando la CPI a difendersi in un limbo normativo ed economico nel cuore della stessa Europa.
Inoltre, l’azione coercitiva coordinata da Rubio non ha creato fratture unicamente sul continente europeo, ma ha innescato un profondo e inedito scontro diplomatico all’interno dell’alleanza di sicurezza più stretta di Washington: la rete di intelligence dei Five Eyes. Il Regno Unito e il Canada, pur essendo storici alleati militari ed economici degli Stati Uniti, sono anche tra i pilastri finanziari e politici più convinti dello Statuto di Roma, e la mossa della Casa Bianca li ha costretti a una difficilissima operazione di bilanciamento strategico.
Il governo di Ottawa si trova in una posizione di estrema vulnerabilità istituzionale e personale: la giudice canadese Kimberly Prost è uno dei tre magistrati di spicco della Corte che hanno rotto gli indugi e intentato una storica causa civile federale a Manhattan contro l’amministrazione Trump. Il Canada non ha potuto far altro che fare scudo attorno alla propria cittadina, difendendo formalmente la legittimità del suo operato all’Aia. Al contempo, il Primo Ministro canadese deve gestire le pesantissime minacce di Rubio relative alla revisione dell’accordo USMCA, che rischiano di paralizzare l’economia nazionale in caso di rottura totale con Washington. Il governo di Ottawa mantiene un silenzio prudente sull’opportunità di supportare attivamente la causa della giudice Prost tramite un amicus brief a New York, nel disperato tentativo di non innescare ritorsioni commerciali sull’USMCA da parte della Casa Bianca.
Dal canto suo, il Regno Unito subisce un impatto politico altrettanto destabilizzante. Oltre al fatto che la Procura della CPI è guidata dal magistrato britannico Karim Khan, Londra vede l’estensione delle sanzioni economiche all’intera istituzione come un attacco indiretto alla propria politica estera. Khan resta sospeso dall’esercizio della professione di avvocato nel Regno Unito nell’ambito di un procedimento disciplinare legato alle accuse di molestie sessuali mosse da una sua collaboratrice. Una sospensione che per ora non ha avuto un impatto sul suo mandato internazionale, ma  il 24 luglio l’Assemblea degli Stati della CPI sarà chiamata a decidere se rimuoverlo dall’incarico. In ogni caso, se l’amministrazione Trump sanzionasse la CPI in quanto entità giuridica complessiva, congelerebbe di fatto i fondi e i contributi miliardari che il governo britannico versa regolarmente nelle casse dell’Aia, configurando il paradosso di un alleato NATO sanzionato in via transazionale per il solo fatto di finanziare un trattato internazionale legittimo. Sia Londra che Ottawa scelgono quindi una linea di condanna formale del bullismo sanzionatorio, ma evitano accuratamente ritorsioni economiche dirette contro Washington, nel disperato tentativo di preservare la cooperazione di intelligence e i trattati commerciali bilaterali.

Le reazioni della Cina e dei Paesi del Sud Globale

L’offensiva dell’amministrazione Trump e del Segretario di Stato Marco Rubio contro la CPI non è una crisi limitata all’asse transatlantico. Al contrario, ha innescato reazioni durissime e speculari da parte della Cina e del Sud Globale, che interpretano la mossa di Washington come la prova definitiva del collasso morale dell’Occidente e la usano per accelerare la transizione verso un ordine mondiale multipolare. Mentre l’Europa si muove paralizzata dai propri dilemmi commerciali, Pechino e le grandi capitali del Sud Globale stanno capitalizzando politicamente questo scontro.
La Cina, proprio come gli Stati Uniti, non ha mai ratificato lo Statuto di Roma e storicamente diffida di qualsiasi organo giudiziario sovranazionale che possa interferire con la propria sovranità interna. Tuttavia, di fronte alle minacce di Rubio di “smantellare” la Corte, Pechino ha adottato una postura di ferma condanna geopolitica, muovendosi su due binari. Da un lato, attraverso i portavoce del Ministero degli Esteri, la Cina ha denunciato il “bullismo sanzionatorio” di Washington. Pechino evidenzia l’incoerenza statunitense: gli Stati Uniti celebrano la CPI quando emette mandati d’arresto contro i leader russi per l’Ucraina, ma minacciano di distruggerla economicamente quando indaga sui crimini di guerra israeliani a Gaza. Dall’altro lato, presentandosi paradossalmente come paladina del diritto internazionale pur non facendo parte della Corte, la Cina usa la crisi per erodere la moral superiority degli Stati Uniti. Agli occhi di Pechino, il piano Rubio dimostra che l’ordine basato sulle regole (rules-based order) sbandierato dagli statunitensi non è altro che un sistema in cui “le regole valgono per i deboli e le eccezioni per i potenti”.
Per i Paesi del Sud Globale, in particolare per il blocco guidato dal Sudafrica (membro storico e convinto della CPI), l’attacco di Rubio è vissuto come una minaccia esistenziale ai pochi strumenti di tutela globale a disposizione delle nazioni storicamente oppresse. Pretoria, che ha guidato l’offensiva legale internazionale contro la condotta israeliana a Gaza, vede nelle sanzioni di Rubio un tentativo di imporre l’impunità per via economica. I diplomatici sudafricani hanno fatto blocco attorno all’Assemblea degli Stati Parte (ASP) della CPI, dichiarando che il Sud Globale non si piegherà al ricatto della “diplomazia transazionale” di Rubio. Rubio ha promesso di tagliare l’assistenza militare e finanziaria ai Paesi in via di sviluppo che non ripudieranno l’autorità della CPI. La risposta di molti Paesi africani e latinoamericani (come il Messico, membro CPI dal 2005) è di forte chiusura: accettare il diktat americano significherebbe rinunciare formalmente alla propria sovranità diplomatica.
Il ruolo del Messico in questa crisi offre il perfetto paradigma di come la diplomazia transazionale americana riesca a scardinare i fronti regionali, costringendo i Paesi vicini a una complessa strategia di sdoppiamento politico (“strategia di hedging geopolitico”). La posizione del governo messicano guidato dalla Presidente Claudia Sheinbaum non è di passiva sottomissione, ma si articola in modo deliberato su due livelli asimmetrici, separando nettamente la retorica dei principi globali dalla prassi della sopravvivenza economica.
Sul piano multilaterale e ideale, il Messico rivendica una trincea di forte chiusura contro i diktat di Washington per tutelare la propria sovranità diplomatica. Sfruttando la sua storica fedeltà allo Statuto di Roma, Città del Messico ha assunto la guida formale di una coalizione di 59 Paesi presso le Nazioni Unite, sottoscrivendo una dura dichiarazione congiunta a difesa dell’indipendenza della CPI e contro il bullismo sanzionatorio americano. Questa fermezza sul palcoscenico dell’ONU serve al governo messicano per preservare la propria dignità politica interna e internazionale, ribadendo che il diritto globale non ammette eccezioni geopolitiche. La tensione ha raggiunto il punto di ebollizione nelle ultime settimane.
Tuttavia, questa rigida postura di principio viene programmaticamente disattivata non appena lo scontro si sposta sul piano bilaterale delle frontiere commerciali. Di fronte alla minaccia materiale di Donald Trump di imporre dazi punitivi generalizzati e di far saltare l’accordo USMCA, il governo Sheinbaum adotta un realismo transazionale assoluto. Consapevole che il blocco dei valichi di frontiera significherebbe il collasso immediato delle catene di fornitura nazionali, il Messico accetta ampi compromessi pratici. Nei tavoli tecnici bilaterali, Città del Messico cede progressivamente alle richieste statunitensi sul controllo militare dei flussi migratori e e sul contenimento dei cartelli della droga, piegando la gestione reale dei propri confini alle esigenze di sicurezza di Washington. Il Messico dimostra così che la fermezza ideale all’ONU e il compromesso commerciale con Trump non sono una contraddizione, bensì i due binari necessari di una diplomazia della sopravvivenza.

Il governo messicano ha annunciato l’intenzione di presentare denunce penali formali all’interno dei tribunali degli Stati Uniti contro le autorità migratorie americane (ICE) in seguito alla morte di oltre una dozzina di cittadini messicani avvenuta in contesti di raid e detenzione sul confine, tra cui l’uccisione di Lorenzo Salgado Araujo il 7 luglio 2026. La tensione bilaterale è giunta al punto di ebollizione a metà luglio 2026, in seguito alla morte del costruttore messicano Lorenzo Salgado Araujo, ucciso dagli agenti dell’ICE a Houston il 7 luglio. Nonostante le autorità USA sostengano la tesi della legittima difesa, la conferma che l’uomo non fosse il reale bersaglio dell’operazione ha spinto Città del Messico a scavalcare i canali diplomatici standard per minacciare denunce penali federali, infiammando il dibattito sui diritti dei migranti sul confine proprio mentre Rubio esige il ripudio della CPI. Questo scontro giudiziario bilaterale sui diritti dei migranti esaspera la frattura, proprio mentre Washington pretende che Città del Messico rinneghi la giurisdizione della CPI sui crimini di frontiera.

Il punto di rottura più profondo causato dall’offensiva USA riguarda la finanza globale. Come visto per le banche europee, il potere coercitivo delle sanzioni di Rubio si basa esclusivamente sul circuito di liquidazione e clearing in dollari. L’uso aggressivo di questa “arma finanziaria” contro i magistrati dell’Aia sta fornendo ai BRICS+ (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, a cui si sono aggiunti altri Paesi del Sud Globale) l’argomento perfetto per accelerare i propri piani.
I leader del Sud Globale sostengono che se Washington può congelare i conti correnti di magistrati europei e istituzioni internazionali legittime dall’oggi al domani, nessun Paese al mondo può ritenersi al sicuro finché dipenderà dal dollaro per i propri scambi commerciali. La crisi della CPI si sta quindi trasformando in un potentissimo catalizzatore per la creazione di circuiti di pagamento alternativi (in Yuan cinesi o valute locali) completamente sganciati dal controllo del Dipartimento del Tesoro statunitense.

La risposta della CPI alle minacce di Washington

A fronte della nuova e aggressiva campagna di pressione a tappeto annunciata dal Segretario di Stato Marco Rubio, volta a “disabilitare sistematicamente” l’operato del tribunale, la risposta ufficiale della Corte Penale Internazionale e dei suoi organi collegati si è articolata su due binari paralleli: la prudenza diplomatica istituzionale e una contro-offensiva legale senza precedenti sul suolo degli stessi Stati Uniti.
Sul piano strettamente comunicativo, l’ufficio del Procuratore Capo Karim Khan e la portavoce ufficiale della Corte, Oriane Maillet, hanno scelto di mantenere una linea di assoluto riserbo istituzionale, dichiarando che la Corte «non intende commentare le dichiarazioni politiche in questa fase». La vera risposta politica è stata quindi affidata alla Presidenza dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) (l’organo legislativo e di supervisione che rappresenta i oltre 120 Paesi firmatari dello Statuto di Roma). In una serie di dure note formali rilasciate in risposta alle ondate sanzionatorie dell’amministrazione Trump, la Presidenza dell’ASP ha dichiarato che le sanzioni economiche unilaterali e i blocchi dei visti rappresentano «lamentevoli tentativi di impedire alla Corte e al suo personale di esercitare le proprie funzioni giudiziarie indipendenti». Le misure di Washington costituiscono un «affronto diretto all’integrità dello Statuto di Roma» e un pericolo sistemico che rischia di minare l’accesso alla giustizia per le vittime dei più efferati crimini internazionali nel mondo, da Gaza all’Ucraina, fino al Sudan e alla Libia. L’Assemblea ha ribadito l’intenzione di fare “scudo comune” per respingere fermamente qualsiasi interferenza esterna, riaffermando il ruolo della CPI come baluardo e tribunale di ultima istanza.
La svolta più rilevante e inedita nella gestione della crisi è però di natura prettamente legale. Superando la passività diplomatica, tre giudici togati della Corte Penale Internazionale – Kimberly Prost (Canada), Solomy Balungi Bossa (Uganda) e Reine Adélaïde Sophie Alapini-Gansou (Benin) (il giudice francese Nicolas Guillou, pur essendo anch’egli nel mirino delle sanzioni del Dipartimento di Stato per aver firmato i mandati contro Netanyahu e Gallant, non fa parte di questo specifico trio di ricorrenti, in quanto le tre giudici si sono mosse sulla base dei decreti legati ai filoni di indagine precedenti e consolidati su Afghanistan e Palestina) – hanno formalmente intentato una causa legale contro il Presidente Donald Trump e i massimi esponenti della sua amministrazione presso un tribunale federale degli Stati Uniti. L’atto di citazione, composto da 66 pagine, è stato formalmente depositato il 24 giugno 2026 presso la U.S. District Court for the Southern District of New York (il tribunale federale di Manhattan).
L’azione civile mira a congelare e dichiarare illegittimi i decreti sanzionatori della Casa Bianca. All’interno dell’atto di citazione, che nomina come imputati diretti il Presidente Trump, il Segretario di Stato Marco Rubio, il Segretario al Tesoro Scott Bessent e i vertici dell’OFAC (l’ufficio statunitense per il controllo dei beni esteri), i magistrati internazionali sostengono che l’amministrazione USA ha ecceduto i poteri legali concessi dall’Ieepa (International Emergency Economic Powers Act), abusando dello strumento dell’emergenza nazionale per colpire un organo giurisdizionale terzo. Inoltre, le sanzioni costituiscono una coercizione illecita e una violazione flagrante dell’indipendenza della magistratura. Infine, i blocchi finanziari provocano gravi e ingiustificati danni personali e professionali, privando di fatto i magistrati della Corte del diritto elementare di accedere a servizi bancari di base, piattaforme digitali, coperture sanitarie e spostamenti internazionali.
Andrew Loewenstein, avvocato dello studio Foley Hoag e principale legale nella causa, ha affermato che le sanzioni erano state concepite per intimidire la CPI e indurla ad abbandonare le indagini relative a Stati Uniti e Israele. “Questo regime sanzionatorio è l’antitesi dello stato di diritto”, ha affermato Loewenstein. “Prendendo di mira i loro interessi finanziari e altri interessi personali, le sanzioni sono concepite per esercitare pressioni extragiudiziali sui giudici Prost, Bossa e Alapini-Gansou e sui loro colleghi della CPI, con l’obiettivo di punirli per decisioni giudiziarie passate e costringerli a dare priorità ai propri interessi privati rispetto al decidere i casi sulla base della legge e dei fatti”. Loewenstein ha inoltre osservato che “le sanzioni ostacolano la possibilità per le vittime e i testimoni di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nonché per i loro avvocati, di presentare prove o argomentazioni nelle aule di tribunale dei giudici o di partecipare in altro modo ai procedimenti dinanzi a essi”.
James Goldston, direttore esecutivo della Open Society Justice Initiative e co-difensore del giudice Prost nella denuncia, ha descritto le sanzioni dell’amministrazione Trump come “un attacco senza precedenti all’indipendenza della magistratura e allo stato di diritto”. “Questi giudici vengono puniti per aver svolto i loro doveri giudiziari in modo indipendente, emettendo sentenze con cui l’amministrazione Trump non concorda”, ha aggiunto Goldston. “Si tratta di un tentativo di fare pressione su di loro affinché in futuro emettano sentenze più gradite all’amministrazione”.
Questo storico scontro legale sul suolo statunitense sposta il conflitto fuori dai palazzi della diplomazia, trasformandolo in un delicatissimo test costituzionale volto a stabilire se i poteri sanzionatori del Presidente degli Stati Uniti possano spingersi fino a paralizzare la giustizia globale.

La crisi dell’ordine internazionale basato sulle regole

La mossa della diplomazia statunitense guidata da Marco Rubio non rappresenta unicamente una crisi passeggera nelle relazioni transatlantiche o multilaterali, bensì un ulteriore punto di rottura profondo nella storia contemporanea. Come evidenziato dalle reazioni delle organizzazioni internazionali, ciò che rischia di essere smantellato sotto i colpi dell’amministrazione statunitense non è semplicemente la struttura fisica o burocratica del tribunale dell’Aia, bensì l’intero impianto dell’ordine internazionale basato sulle regole globali, nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale. La CPI rappresenta da anni uno dei simboli del sistema multilaterale costruito nel secondo dopoguerra. È un sistema che l’Europa e i Paesi del Sud Globale vogliono difendere, mentre gli USA lo vogliono affossare. Il definitivo svuotamento della CPI sancirebbe il primato della forza economica e militare sui trattati multilaterali liberamente sottoscritti dalle nazioni. In questo scenario, l’Occidente rischia di perdere non solo un’istituzione giudiziaria, ma l’autorità morale necessaria per rivendicare l’esistenza di regole globali condivise.

Alessandro Scassellati

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