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(Quasi) niente di nuovo sul fronte orientale

di Franco
Ferrari

“La guerra continua”, come a suo tempo la dichiarazione del Maresciallo Badoglio, questo potrebbe essere il succo della situazione che si registra in Ucraina. Se questo è il quadro generale, le ultime settimane hanno anche visto i vari attori della guerra prendere delle posizioni pubbliche nelle quali tutti hanno più o meno dichiarato la necessità di avviare trattative per arrivare ad una soluzione politica del conflitto. Sarebbe un passo avanti se contemporaneamente non si fossero accompagnate queste dichiarazioni con la riaffermazione di proposte che si sa da prima essere inaccettabili per la controparte.

Il presidente ucraino Zelensky ha scritto una lettera pubblica a Putin ma avendola infarcita di valutazioni propagandistiche per l’opinione pubblica occidentale, pochi osservatori vi hanno dato molto credito. Più significativo che sia stato attivato qualche “uomo d’affari”, e molto si è parlato di Abramovic, per sottoporre proposte più concrete. D’altra parte le iniziative diplomatiche un tempo si sviluppavano per vie riservate, al fine di sottrarsi al mero esercizio propagandistico. Usi e costumi largamente superati con il metodo di Trump di affidare gli annunci al proprio social network privato.

Zelensky ha spiegato a Putin, nella sua lettera, le ragioni per le quali alla Russia converrebbe attivare un negoziato. Da parte sua, il presidente ucraino non ha meno problemi per la continuazione della guerra. Lo Stato che presiede è di fatto fallito e non è in grado di reggersi senza i “prestiti” dell’Unione Europea che gli offrono un paio di anni ancora di resistenza. La mancanza di soldati si è fatta cronica e il rifiuto di Zelensky di mobilitare la fascia di età 18-24 è legata al mantenimento del consenso interno in vista di ipotetiche nuove elezioni, nonché alla necessità di non depauperare ulteriormente una popolazione che soffre di un drammatico declino demografico. È stata introdotta la possibilità volontaria per i giovani finora esclusi di arruolarsi per un anno. Pochi si sono presentati, tanto più che le reclute vengono subito mandate nei luoghi più difficile del fronte e questo ha fatto esplodere la diserzione. Molti di più invece hanno approfittato dell’autorizzazione di andare all’estero per incrementare le fila dei profughi.

Nel difficile lavoro di equilibrio tra la fatica crescente di una parte della popolazione e le tendenze nazionaliste più oltranziste di cui ha bisogno per tenere in piedi l’esercito, Zelensky continua a celebrare i protagonisti del collaborazionismo neonazista durante la seconda guerra mondiale. Complici dello sterminio di ebrei, comunisti e polacchi vengono proclamati eroi dell’Ucraina. Mentre per ebrei e comunisti nessuno in occidente si fa problemi particolari (nemmeno Israele purché si sostenga la sua politica), l’ultima cerimonia di Zelensky ha suscitato le proteste dei polacchi anch’essi vittime dei pogrom dei nazionalisti ucraini durante il conflitto mondiale. In particolare nel tremendo massacro di Volhynia, nella Galizia orientale.

Nonostante i molti problemi e le conseguenze derivate dallo sfilarsi di Trump dal conflitto, l’Ucraina riesce comunque a reggere militarmente e le previsioni di un imminente tracollo, avanzate da osservatori a volte un po’ troppo inclini a prendere per oro colato la propaganda russa, finora non si sono concretizzate. Il mutamento tecnologico intervenuto nella guerra e non prevedibile al suo inizio, con il ricorso massiccio ai droni e alle nuove tecnologie sempre più intrecciate all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale, ha modificato i rapporti di forza.

Non è facile capire se nelle ultime settimane, secondo quanto sostenuto da fonti occidentali, l’Ucraina abbia recuperato un po’ di territorio, o se, come sostiene Putin, la Russia continui ad avanzare. Certamente la capacità degli ucraini di colpire in profondità il territorio russo e di sfiorare anche gli stessi luoghi del potere (come si è visto a San Pietroburgo durante il Forum economico), operazioni che Biden aveva bloccato, crea problemi al consenso interno per la prosecuzione della guerra e apre conflitti tra i vari settori del blocco politico-militare che sostiene Putin.

L’Ucraina ha respinto la proposta presentata dall’amministrazione USA considerata troppo sbilanciata a favore dei russi, ma finora non ha presentato un’alternativa credibile di uscita dal conflitto.

Rispondendo alle domande di un gruppo di giornalisti rappresentanti delle maggiori agenzie internazionali, Putin ha dichiarato una disponibilità di principio alla trattativa, ma mantiene alcuni punti fermi che la rendono difficile. Ad esempio il rifiuto di un cessate il fuoco come precondizione per aprire il confronto. La motivazione è che questo permetterebbe all’Ucraina di riarmarsi e di poter tornare poi, con maggiori forze, a riprendere la guerra. Una posizione che sottovaluta il mutamento sostanziale dei mezzi di riarmo di cui dispongono gli ucraini per proseguire il conflitto. Certo mancano i Patriot e altri mezzi di contraerea, ma la produzione di droni è largamente interna, al punto che l’Ucraina può proporsi come partner di altri Stati per sviluppare questa tecnologia, tanto economica quanto efficace.

Sembrano certi, al di là della propaganda occidentale, segnali di difficoltà della stessa Russia nel continuare la guerra. Il consenso interno a Putin si è indebolito, stando agli stessi sondaggisti più o meno ufficiali. Il quadro economico è meno brillante degli anni scorsi. Per tenere a bada l’inflazione, la Banca centrale di Mosca tiene elevati i tassi di interesse e questo però ha effetti negativi sull’economia. Nelle sue dichiarazioni alla stampa, Putin ha negato che vi siano problemi sostanziali, ricordando che in fondo anche la Germania e molti paesi europei non sono messi bene.

Se non si vuole dare credito agli osservatori occidentali, si può fare riferimento ad un intervento di Sergey Obukhov, deputato comunista della Duma, riportato dal sito del PCFR, partito che sostiene la politica estera di Putin. “A cinque mesi dall’inizio del 2026 – scrive una nota dell’ufficio stampa del deputato – il deficit del bilancio federale ammonta a 6 trilioni di rubli (ndr: 73 miliardi di euro). Un record. Il doppio rispetto all’anno scorso, nove volte peggio del 2024. Anche il dato medio su base annua è un record: 8,6 trilioni di rubli (ndr: 106 miliardi di euro). Il paese sta spendendo a un ritmo decisamente superiore alle entrate”.

“Per raggiungere gli obiettivi approvati entro la fine dell’anno – continua la nota -, la spesa nella seconda metà dell’anno dovrà essere ridotta del 13%. Ciò significa che dopo una crescita del 17%, sarà necessaria una brusca inversione di tendenza di quasi 30 punti percentuali. Molti analisti considerano questo scenario irrealistico.”

Il problema principale, secondo i comunisti russi, deriva dall’eccessiva dipendenza del bilancio russo da fattori esterni. “Quando i prezzi del petrolio aumentano, crescono le entrate derivanti dal petrolio e dal gas. Quando i prezzi del petrolio diminuiscono, il deficit si allarga. L’instabilità geopolitica a migliaia di chilometri di distanza continua ad avere un impatto diretto sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. La dipendenza dal modello basato sulle materie prime non è scomparsa, ha semplicemente assunto nuove forme. (…) Il Partito Comunista della Federazione Russa pone costantemente la domanda: dov’è la diversificazione economica? Dove sono i grandi investimenti nella produzione, nella scienza e nella tecnologia? Dov’è il vero sostegno all’industria nazionale?”

Dall’altra parte del fronte si sono fatti sentire i cosiddetti volenterosi. Si tratta di un trio di leader che hanno molti problemi a casa loro. Macron sia avvia alla fine del suo mandato e non si sa ancora chi, e con quale progetto politico, gli succederà. Starmer è il primo ministro britannico più impopolare della storia e se il suo rivale interno Andy Burnham riuscirà a farsi eleggere nelle suppletive previste questo mese, potrebbe iniziare il conto alla rovescia per la sua deposizione. Non sta messo molto meglio il Cancelliere tedesco, i cui piani di rilancio della Germania come potenza politica e militare in grado guidare sia l’Unione Europa che la NATO, si scontrano con l’incapacità di risolvere i problemi economici e sociali interni. La sconfitta subita all’ONU dimostra che queste ambizioni, soprattutto per la politica di sostegno attivo al genocidio e all’apartheid israeliano nei confronti dei palestinesi, non suscitano molte simpatie nel mondo. La Germania sembra rilanciare, attraverso il sostegno militare all’Ucraina, una logica di sfera di influenza all’est già immaginata all’inizio degli anni ’90 quando facilitò la disgregazione della Jugoslavia. Stavolta però collegandola ad un riarmo massiccio.

Formalmente i tre sostengono la richiesta dell’Ucraina di trattativa diretta tra Zelensky e Putin ma avanzano proposte che rendono più difficile un vero accordo di uscita dalla guerra. Soprattutto prevale un’impostazione che anziché delineare una prospettiva di convivenza pacifica sul modello “Helsinki 2.0” si prefigura come un permanente assedio reciproco tra europei e russi. Si è anche parlato, con scarsa determinazione della nomina di un mediatore europeo, che inizi a parlare con Putin. Occasionalmente anche dai governi dei volenterosi vengono pronunciate parole di buon senso, subito affogate nella retorica bellicista. Si è scritto, scartando i nomi finora circolati, che siano gli stessi tre a proporsi in questo ruolo: ma è difficile essere incendiari e pompieri nello stesso momento.

In sintesi si può affermare che più che la forza è la debolezza delle classi dominanti a determinare crescenti pericoli di estensione del conflitto, anche se al momento sembra difficile immaginare una precisa volontà di arrivare ad una guerra continentale tra europei e Russia. Ma, con le proposte di riarmo, si cerca di costruire una grande polveriera. Poi, si sa, basta che qualcuno accenda un cerino.

In questo quadro, forse l’Italia potrebbe riprendere un ruolo diverso da quello di socio passivo e subalterno degli altri soggetti che perseguono le rispettive strategie nella guerra in Ucraina. Forse in altri tempi, con altre forze politiche, questa funzione positiva si sarebbe potuta far sentire. Non sarà la destra al governo a farlo, forse è ora che sia l’opposizione a proporre un’altra politica. Qualche voce, tra le sue fila, che va in quella direzione c’è.

Franco Ferrari

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