In un articolo sulla Monthly Review1 si introduce una critica aspra all’uso del concetto di policrisi, la cosa deve interessarci in quanto utilizzato in molti ambiti per descrivere lo stato delle cose e per l’uso fatto in molti articoli del sottoscritto.
Sulla MR si legge: “Tuttavia, chiunque voglia sapere cos’è la policrisi e da dove viene – oltre a rappresentare crisi intersecanti e accelerate, ognuna con le proprie cause separate, ma oggi interconnesse – si scontra inevitabilmente con un muro bianco. Questo è anche il caso quando si pone la questione delle soluzioni concrete a questa policrisi generale: non vengono offerte soluzioni. Infatti, la vacuità del concetto di policrisi non è casuale, ma intenzionale, a cui il concetto deve la sua primaria importanza nell’ideologia dominante.”
Obiettivo principale della critica della MR sono le posizioni di Edgar Morin e Adam Tooze. Mentre si osserva che “Nel periodo 2023-2025, organizzazioni internazionali come il World Economic Forum, la Banca Mondiale e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) hanno pubblicato rapporti che fanno riferimento alla policrisi come la principale sfida dei nostri tempi.”
“Nel libro di Morin e Kern, Homeland Earth, la policrisi è stata introdotta come una categoria progettata per negare l’idea che fosse possibile “individuare un problema numero uno a cui tutti gli altri sarebbero stati subordinati”, o anche per costruire una gerarchia di problemi critici nel mondo. Piuttosto, le numerose crisi che compongono la policrisi sono viste come provenienti da tutte le direzioni, mentre nessuna di queste crisi individuali è più importante di un’altra.
Il capitalismo è in gran parte assente nel quadro reazionario della Guerra Fredda/post-Guerra Fredda di Morin. Se c’è un problema singolare nella sua prospettiva, è la “tecnoscienza”, che, tuttavia, è concepita in modo così ampio da definire tutta la civiltà moderna e ogni aspetto della nostra esistenza in modo che non ci sia via di fuga (se non nel regno dello “spirito”, che egli chiama la “prima resistenza”) (Edgar Morin e Anne Brigitte Kern, Homeland Earth [Cresskill, New Jersey: Hampton Press, 1999], 73–75; Edgar Morin, “Di fronte alla policrisi che l’umanità sta attraversando, la prima resistenza è quella dello spirito”, Le Monde, 24 gennaio 2024).”
“Tooze, il principale sostenitore del concetto di policrisi, occupa attualmente una cattedra alla Columbia e ha scritto diversi articoli per la New Left Review. È un editorialista per l’importante organo della Nuova Guerra Fredda Foreign Policy, e ha “contribuito” al National Intelligence Council degli Stati Uniti, parte dell’apparato di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Evidenziare il concetto di policrisi, spiega Tooze, significa rifiutare l’idea marxista che possiamo spiegare l’attuale epoca di catastrofe come derivante dal capitalismo (“Adam Tooze”, Wilson Center, wilsoncenter.org).”
Di Tooze si cita la seguente affermazione: “Per la frustrazione dei suoi molti critici, il concetto di policrisi manca della rispettabile genealogia intellettuale e del coraggio analitico che un buon teorico critico si aspetterebbe. A me è proprio per questo che sembra giusto per il nostro momento. Nella sua mancanza di specificazione, il concetto di policrisi serve a ricordare l’indeterminatezza, l’incertezza e la complessità che abbiamo perso tra le nuove audaci certezze del ‘capitalocene’. Polycrisis è sottospecificato. È una teoria debole. Ma coloro che lo criticano in nome di una maggiore chiarezza o di una teoria più forte sottovalutano la portata del caos in cui ci troviamo.” (Adam Tooze, “Polycrisis and the Critique of Capitalocentrism”, Chartbook 343, Substack, 6 gennaio 2025, adamtooze.substack.com)”.
Se dovessi sintetizzare un giudizio sulla posizione espressa dalla MR direi che ‘si butta via il bambino assieme all’acqua sporca’, rinunciando con questo ad esplorare la complessità che in ogni caso tanto Tooze che Morin aiutano ad esplorare, nonostante alcune opzioni di fondo con cui possiamo non concordare. La questione si è posta in termini analoghi sull’uso del concetto di Antropocene a cui si contrappone quello di Capitalocene evidentemente più mirato a individuare nel modo di produzione capitalistico. Il dato fondamentale da cui comunque partire è prendere atto del fatto che le trasformazioni indotte dai processi di antropizzazione, le cui conseguenze si vanno accrescendo esponenzialmente a partire dalla nascita dell’industria, sono tali non solo dal determinare cambiamenti radicali nel clima, negli ecosistemi, ma sono tali da lasciare una traccia paragonabile a quelle che ci fanno individuare le diverse ere geologiche. Una specificità nelle tracce della trasformazione degli ecosistemi, nelle tracce lasciate dalle infrastrutture in cui si materializzano i rapporti sociali di produzione, le modifiche ai profili fisici delle diverse regioni, indotte dalla desertificazione, dall’innalzamento dei mari, dalla riduzione della biodiversità e dai processi di urbanizzazione e infrastrutturazione.
Per chi scrive è ovvio il riferimento al modo di produzione capitalistico per individuare la natura delle dinamiche delle trasformazioni socio-economiche assieme alle trasformazioni radicali indotte nel clima, nell’ambiente, negli ecosistemi e in ogni assetto territoriale; d’altra parte si collega il termine capitale alla definizione di era geologica con il suffisso ‘cene’ solo se si parte dalle considerazioni che portano a definire il concetto di Antropocene.
Il dato di partenza, di realtà da cui siamo tutti costretti a partire è la straordinaria complessità, la radicalità delle trasformazioni in corso nelle società in cui viviamo, complessivamente nella ‘formazione sociale globale’; dell’uso necessario di quest’ultimo termine/concetto ho detto “Con l’uso di questo termine mettiamo al centro della nostra analisi il carattere totalmente interconnesso dei diversi processi di riproduzione e trasformazione delle diverse società e regioni del globo, sottolineando il nesso tra la dimensione antropica -sociale, tecnologica, economica e culturale– e la dimensione del ricambio organico con la natura, il sistema climatico, gli ecosistemi, la biodiversità. Il contesto globale che si è venuto determinando è stato definito – e noi accogliamo pienamente la definizione- come policrisi, intreccio inestricabile di processi di crisi-trasformazione che operano e si evolvono in modo sinergico.
Interconnessione tra i processi, complessità e non linearità delle dinamiche, che richiedono il contributo trasversale di tutti gli strumenti di analisi, di tutti i campi disciplinari per poterne avere una comprensione adeguata, adeguata a prospettare le strategie necessarie per reagire al contesto globale che si sta prospettando; ma reagire in che senso? A fronte di cambiamenti radicali e globali, le sole strategie efficaci possono essere solo quelle che si fondano su una cooperazione globale, vale dire il contrario di quella competizione globale, caratterizzata dal venir meno di ogni patto globale condiviso, dalla delegittimazione di ogni istituzione sovranazionale, senza entrare in questo momento sulle linee di condotta dei protagonisti della competizione globale, che sono caratterizzate da aggiustamenti e mutamenti di rotta continui.”
A questa complessità dobbiamo fare riferimento quando cerchiamo di descriverne e modellizzare le dinamiche con i nostri strumenti di analisi. Per dire una banalità il ruolo della crisi climatica nella realtà attuale non sono certo paragonabili a quanto accadeva all’inizio del ventesimo secolo e tantomeno a metà del diciannovesimo. Analogamente il ruolo dell’innovazione tecnologico/digitale, benché essa appartenga al succedersi delle ondate di innovazione che le tecnologie più pervasive hanno indotto nel modo di produzione capitalistico dai motori a vapore, all’elettrico, al motore a scoppio, alle telecomunicazioni, etc … , ci pone di fronte ad un salto di qualità che possiamo oggi individuare nell’ecosistema tecnologico che definiamo come Intelligenza Artificiale. L’analisi di Edgar Morin sul ruolo della tecnoscienza, non può non aiutarci a comprendere il ruolo del processo di innovazione nelle società capitalistiche, così come l’attenzione alla crescente capacità autoriflessiva dei processi di produzione, lo stratificarsi dei livelli di descrizione, produzione, governo e controllo, il crescere del contenuto informazionale dei rapporti sociali di produzione, in ogni loro articolazione. Quindi non solo un aumento della quantità di informazione, ma un emergere di livelli di complessità con capacità di riflessione/controllo sui livelli precedenti, inferiori. Siamo in presenza del più classico -dal punto di vista marxiano- processo di sussunzione, di astrazione materiale delle capacità di cooperazione sociale entro la macchina capitalistica, su cui esiste una mole sterminata di analisi concrete.
Le dinamiche trasformative del modo di produzione dominante, nelle sue variamente diversificate accezioni, dal punto di vista delle forme societarie e di governo, lavorano costantemente la composizione sociale rendendo sempre più problematico il procedere l’estendersi del conflitto sociale, il formarsi di una coscienza critica come forza materiale entro il conflitto, il suo concretizzarsi in processi organizzativi. Ormai da decenni ragioniamo su come, il linguaggio, la conoscenza, le forme con cui le diverse soggettività si formano, si trasformano, descrivono sé stesse siano colonizzate dal mondo delle merci, una nuova ontologia delle merci ed assieme dell’antropologia, quindi luogo in senso lato dello scontro sociale. La composizione sociale, in termini globali si articola dalle favelas brasiliane, dagli slums africani o indiani ai centri della produzione digitale, tecno-scientifica più avanzata.
Quella complessità, quelle trasformazioni, quel contesto in cui si dipana il difficile percorso di costruzione di una soggettività antagonista a questo stato di cose, colloca nel suo giusto contesto altro punto fondamentale della critica dell’articolo di MR, vale a dire quello di non proporre soluzioni. È facile constatare nella realtà quali straordinarie difficoltà incontri la difficoltà di dare continuità ai movimenti di lotta, critica, conflittuali con il sistema sociale dominante. Se è facile constatare la mancanza di una soluzione a questo quesito, è risibile attribuire questa difficoltà alle sole posizioni teoriche criticate, quando il problema appare ben più generalizzato.
Sotto l’attitudine a ‘buttare via il bambino assieme all’acqua sporca’ c’è la tentazione di operare una riduzione di complessità, che è tanto più grave in quanto ci impedisce di utilizzare, costruire euristiche, metodi di ricerca, soprattutto di ricerca azione in grado di percorrere quella complessità, apprezzando la parzialità di strumenti di analisi, di organizzazione di pratica del conflitto, politica e organizzativa. In queste ore siamo tutti attenti alla parzialità dell’evento costituito dall’esito delle elezioni della città di New York, nel quale giocano tutte le dinamiche, tutti gli intrecci possibili della megalopoli, della realtà statunitense e dei suoi effetti che vanno oltre quei confini, come testimoniato dall’attenzione dei media di tutto il mondo. Un evento che da un lato testimonia una evoluzione inaspettata solo tornando indietro di qualche mese, che ci dice e ci interroga sulle potenzialità della realtà da cui nasce, con qualche speranza, ed ancora di più pone interrogativi sul suo futuro.
Sulla Policrisi può valer la pena di leggere il testo Navigating The Polycrisis Mapping The Futures Of Capitalism And The Earth di Michael J. Albert, che già nel titolo qualcosa ci dice su punto di vista da cui parte l’analisi, rassicurandoci con la citazione del capitalismo e della terra, del resto già la lettura dell’indice molto ci dice del suo percorso di analisi.
Dall’introduzione estraiamo alcuni brani che servono a corroborare il punto di vista di chi scrive.
“Piuttosto, forma un insieme di crisi sistemiche inestricabilmente intrecciate che sono tuttavia irriducibili l’uno all’altro, o che non possono essere ridotte a un singolo sistema o agenzia (anche se siamo d’accordo sul fatto che il capitalismo globale è il motore “ecologicamente dominante”).
(…)
Ci sono almeno due modi per definire la policrisi. Da un lato, potremmo seguire Thomas Homer-Dixon, Michael Lawrence e Scott Janzwood definendola come un evento di crisi specifico che combina shock in almeno due o più sistemi, ad esempio la crisi COVID-19, o la crisi energetica-alimentare-inflazionistica del 2022-2023 precipitata dall’invasione russa dell’Ucraina. D’altra parte, potremmo seguire Tooze parlando della policrisi in un senso più ampio: come una condizione storica mondiale a lungo termine di turbolenza globale guidata dalle crisi intersecanti del capitalismo, dell’energia e del sistema Terra.
(…)
Allo stesso modo, attraverso una teoria della complessità e la lente marxista, le crisi sono “transizioni critiche” o periodi di turbolenza “lontani dall’equilibrio” in cui le strutture, le funzioni e i feedback che definiscono l'”identità” di un sistema sono ineluttabilmente trasformati, anche se un sistema può persistere in un “interregno” prolungato per molti anni prima di stabilirsi in un nuovo equilibrio.
Seguendo questo significato di crisi, la policrisi planetaria può essere intesa come una fase prolungata di transizione critica e turbolenza che si sta svolgendo simultaneamente attraverso molteplici sottosistemi del sistema mondo-terra – dall’economia politica e dalla finanza al clima, alla biodiversità, all’energia, al cibo, alle malattie, alla sicurezza globale e all’identità.”
Queste poche righe dovrebbero darci una qualche indicazione sul valore euristico del concetto di Policrisi, senza la necessità di farne un totem da elevare o da abbattere..
Nei nostri contributi al dibattito della rivista è stato più volte sottolineata la contraddizione tra: da un lato l’acuirsi della crisi climatica ed ecologica, l’incapacità di operare una reale transizione energetica finalizzata a ridurre le emissioni di gas climalteranti, dall’altra lo straordinaria crescita delle informazioni acquisite sulla formazione sociale globale in ogni sua articolazione, sulle trasformazioni indotte nell’ambiente di su nutre, in cui si evolve -il nostro globo è di fatto costellato da un rete sempre più fitta di sensori che intercettano e raccolgono dati su qualsivoglia oggetto, luogo, realtà, forma di vita, assetto territoriale e ambientale, dinamica sociale, economica e culturale, etc … – assieme alla capacità di elaborare quei dati e quelle informazioni.
La contraddizione sta nel fatto che la conoscenza dei processi reali di modificazione degli equilibri climatici ed ecologici, la potenza degli strumenti tecnologici disponibili per intervenire capillarmente a modificare gli assetti delle nostre società dei processi di produzione e riproduzione non vengono di fatto utilizzati, se non in minima parte, per rallentare, tanto meno per invertire il riscaldamento globale e nemmeno per mitigarne in modo sostanziale gli effetti, tanto meno per appianare il modo diseguale con cui le diverse popolazioni e regioni del globo ne pagano le conseguenze. La concentrazione di potere tecnologico, finanziario ed economico delle Big Tech è la forma con cui si realizzale il processo di innovazione, si incarna lo sviluppo della tecnoscienza, nella modalità più squisitamente capitalista. L’orizzonte che ne deriva va oltre l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze si approssima in realtà un processo di selezione neodarwiniana nelle possibilità di vita delle diverse popolazioni e classi sociali che compongono le diverse regioni del globo; mai come ora l’umanità sta diventando un concetto sempre meno unitario, sia pura nella sua globalità, sempre più frammentato nella sua realtà.
La COP30 2 dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) che si tiene dal 10 al 21 November 2025 in Belém, Brasile sul cambiamento climatico, se valgono i precedenti, si avvia ad essere l’ennesimo fallimento o quanto meno messa in campo di interventi che altro non sono che pannicelli caldi nei confronti di quel processo di riscaldamento globale che ormai ha rotto gli argini che in realtà non sono mai stati costruiti. Sarà uno straordinario piacere essere smentiti nella sostanza.
Nelle prossime settimane ne seguiremo l’andamento ed andremo ad analizzare più nel dettaglio i report realizzati dall’IPCC sul dispiegarsi e l’evolversi del riscaldamento globale, del cambiamento climatico, in particolare in relazione all’utilizzo dei modelli che collegano le dinamiche del sistema economico a quelle del clima.
Roberto Rosso
