La guerra a Gaza ha prodotto effetti ben oltre il Medio Oriente: anche a Taiwan un conflitto inizialmente distante si è trasformato in vettore di destabilizzazione interna, aprendo una faglia imprevista all’interno della politica dell’isola. Per anni la scena politica taiwanese è stata dominata dalla contrapposizione tra la minaccia rappresentata dalla Cina continentale e la difesa della propria sovranità democratica. Ma la questione palestinese ha cambiato le carte: chi pensava di trovarsi fuori dal conflitto scopre di esserne coinvolto non come spettatore, bensì come nodo in una rete globale della sicurezza e dell’industria bellica.
Il movimento che più ha acceso questo processo è la Taiwan Alliance for a Free Palestine (TWAFP), formato da giovani attivisti, collettivi migranti, gruppi femministi e sindacati, che tra il 2024 e il 2025 hanno messo al centro della loro azione la denuncia della complicità taiwanese nella filiera bellica israeliana. Non si tratta solo di solidarietà simbolica, ma di un’attività che punta a far emergere i legami industriali: Taiwan produce semiconduttori, componenti ad alta tecnologia, sistemi dual-use che, secondo alcune inchieste, entrano negli armamenti israeliani. In questo modo la protesta interna smaschera il mito di Taiwan come “solo vittima” e pone la domanda: quali conseguenze morali e politiche ha l’integrazione dell’isola nei circuiti della guerra globale?
Il governo dell’isola, guidato dal Democratic Progressive Party (DPP), si trova in una situazione di tensione crescente. Da un lato continua a presentarsi come campione della democrazia asiatica, opposta all’autoritarismo cinese; dall’altro evita di esporsi sulla guerra in Gaza, per non compromettere i suoi legami strategici con gli Stati Uniti e con Israele. Questa ambivalenza genera fratture, in particolare tra le nuove generazioni che partecipano alle proteste e chiedono non solo diritti interni, ma coerenza internazionale.
Nel frattempo il Kuomintang (KMT) ha cambiato passo: con l’elezione di Cheng Li‑wun come presidente del partito qualche giorno fa , la formazione storica di quello che era considerato il “partito storico del potere” cerca una ridefinizione della sovranità economica e del rapporto con la Cina. Ma anche qui la questione palestinese arriva come soggetto di discontinuità: neanche il KMT ha finora saputo offrire una risposta chiara alla mobilitazione, temendo di essere accusato di essere troppo filocinese o opportunismta.
Il rapporto tra Taiwan e Israele aggiunge un ulteriore livello di complessità. Sebbene Taipei e Tel Aviv non abbiano relazioni diplomatiche ufficiali, gli scambi economici e tecnologici tra i due sono cresciuti. Come segnala un rapporto del Global Taiwan Institute, Taiwan ha mostrato interesse per l’esperienza israeliana in materia di difesa, droni, robotica e cyber-warfare, mentre le tecnologie taiwanesi , in particolare semiconduttori e sistemi di crittografia , trovano sbocchi nelle industrie militari israeliane. Un altro briefing attesta che decine di aziende taiwanesi forniscono componenti critici per sistemi bellici israeliani mettendo in luce non solo rischi morali, ma anche implicazioni strategiche; in primo luogo, l’inserimento di Taiwan nelle catene di produzione militare occidentali ne accresce la vulnerabilità a ritorsioni o interruzioni in caso di conflitto; in secondo luogo, rafforza la dipendenza strategica dell’isola dagli Stati Uniti e dai partner occidentali nella difesa, con il rischio concreto di limitarne ulteriormente l’autonomia di manovra rispetto a Pechino. Il nodo più delicato non riguarda solo la politica estera, ma l’equilibrio interno dell’isola. Se le mobilitazioni pro-Palestina dovessero radicarsi anche nei movimenti indigeni, migranti e non-Han che già contestano la narrazione etnica dominante, a critica alla guerra diventerebbe anche una critica al modello di Stato-nazione maggioritario. In quel caso, il dilemma per Taipei non sarebbe più soltanto diplomatico (“continuare a cooperare con Israele e USA o assumere una posizione neutrale”), ma identitario: accettare un ripensamento decoloniale della propria democrazia, o difendere l’attuale struttura di potere, fondata sull’allineamento militare occidentale e sulla centralità dell’identità Han (cinese).
La novità politica più rilevante è che il movimento pro-Palestina a Taiwan non si colloca dentro il tradizionale asse DPP = filo-USA / KMT = aperto al dialogo con la Cina. Al contrario, ne scardina le premesse.
Un aspetto che sta emergendo in modo sempre più chiaro riguarda non solo la cooperazione tecnologica tra Taiwan e Israele, ma anche forme di scambio nel settore della sicurezza e della raccolta di informazioni. Pur non esistendo una “alleanza di intelligence” formalmente dichiarata, fonti israeliane e taiwanesi confermano che, a partire dagli anni 2010, sono stati attivati canali di collaborazione su cyber-security, difesa antimissile, droni e monitoraggio strategico. Il tema diventa rilevante nel contesto della mobilitazione pro-Palestina perché mostra che la posizione di Taipei non è neutrale nella guerra di Gaza: l’isola non è solo spettatrice, ma parte di una rete di cooperazione militare che la lega alle stesse tecnologie oggi utilizzate dal governo israeliano nelle operazioni a Gaza e conseguentemente alla possibilità di essere accusata di sostegno a quello che le nazioni unite e la corte internazionale di giustizia hanno sancito come un genocidio.
TWAFP e i gruppi collegati non rivendicano né l’allineamento con Washington né la subordinazione a Pechino: il loro discorso è anti-militarista, decoloniale e critico verso qualsiasi potenza che usi la “sicurezza” per giustificare guerra, apartheid o dipendenza industriale. Per questo la categoria “sinistra / destra” si rivela insufficiente: siamo di fronte a un soggetto politico nuovo, generazionale, trasversale, che definisce il proprio campo non in termini nazionali ma contro l’economia di guerra, contro la produzione di armi, contro la logica del blocco militare.
Una dinamica che ricorda quanto sta accadendo in Europa, dove la guerra a Gaza ha fatto saltare l’allineamento disciplinato dei governi filo-atlantici: milioni di persone sono scese in piazza in Francia, Regno Unito, Spagna, Belgio, Italia, dando vita a un dissenso che non si riconosce più nelle forme tradizionali della rappresentanza progressista. Ma a Taiwan questa rottura ha un valore ulteriore: se una parte della società rifiuta che la propria sicurezza dipenda dal complesso militare USA-Israele, allora entra in crisi la narrativa dominante del DPP, secondo cui “solo più armi garantiscono la sopravvivenza dell’isola”.
La questione palestinese si intreccia così con l’assetto di potere interno. Il DPP governa facendo del pericolo cinese il centro del discorso politico e della legittimazione sociale. Il KMT, ora leaderizzato da Cheng Li-wun, tenta di riconfigurarsi come partito della “sovranità pragmatica” e del riequilibrio nei rapporti con Pechino. Ma entrambi sembrano colti di sorpresa dalla comparsa di un movimento che non divide il mondo tra Cina e USA, bensì tra potenze che esercitano dominio economico, tecnologico o militare , e soggetti che lo subiscono.
Non è un caso che le manifestazioni pro-Palestina si colleghino a un filone di memoria politica taiwanese più antico: la critica alla legge marziale, al colonialismo giapponese, al nazionalismo autoritario del KMT, alle gerarchie etniche interne. Per una parte dei giovani attivisti, la causa palestinese risuona con la storia taiwanese di esclusione, perdita di autodeterminazione, dipendenza da attori esterni. L’elemento decisivo che emerge dal caso taiwanese è che la guerra a Gaza non sta solo polarizzando le opinioni, anche in questo contesto potrebbe potenzialmente destabilzzare gli assetti politici tradizionali attraverso cui si sono tradizionalmente definite le appartenenze politiche. L’idea di sicurezza, finora al centro del dibattito sull’isola, viene rimessa in discussione: se la sicurezza diventa dipendenza economica e complicità con crimini di guerra, allora non è più un valore condiviso ma un dispositivo contestato. Non sorprende che lo slogan più ricorrente nelle piazze taiwanesi non sia “pace nel mondo”, ma “no war economy”, perché a essere rifiutata non è solo la guerra, ma la sua infrastruttura.
L’aspetto inatteso, e per questo politicamente rilevante, è che questa frattura non proviene da influenze attribuibili in modo più o meno credibile ad influenze di matrice cinese, ma da uno spazio interno non governabile né prevedibile: una mobilitazione giovanile che non chiede protezione, ma coerenza. Il fatto che il DPP eviti sistematicamente di usare il termine “genocidio” mentre definisce la Cina “regime totalitario” rivela una crisi di credibilità che il movimento intercetta con precisione chirurgica. La questione palestinese diventa così un indice della capacità — o incapacità — delle élite taiwanesi di formulare una posizione eticamente sostenibile nel sistema internazionale.
Il caso Taiwan, come quello europeo, suggerisce che Gaza non è più un “tema estero”, ma un fattore di destabilizzazione degli assetti politici interni, capace di incrinare narrazioni tiiche e consoilidate che sembravano impermeabili. Non è la prima volta che un evento globale produce un mutamento domestico, ma è la prima volta che questo avviene in modo così rapido, trasversale e imprevisto. Quello che sta accadendo a Taipei non è un fenomeno marginale ma risponde a un’evento di portata globale. Forse un indicatore anticipato di una ridefinizione del rapporto tra società, potere e guerra in un momento in cui il mondo sta vivendo una forma di “ristrutturazione“ dell’ordine internazionale.
Taiwan Alliance for a Free Palestine (TWAFP), materiali e comunicati: https://linktr.ee/tw4palestine
The Reporter, inchiesta su filiera tecnologico-militare Taiwan–Israele (2024): https://www.twreporter.org/tag/601b4ac68301cc0600f09322
New Bloom Magazine, “Taiwan’s Palestine Solidarity Movement and Its Political Meaning” (2024): https://newbloommag.net/2025/09/20/palestine-defense-expo-protest/
United Daily News (UDN), copertura sul dibattito politico interno dopo le proteste pro-Palestina (2024-2025): https://udn.com/news/story/7314/8907256
United Daily News (UDN), editoriale (28/09/2025): https://udn.com/news/story/7338/9034230
Global Taiwan Institute, “Navigating Taiwan’s Complex Relationship with Israel” (2025): https://globaltaiwan.org/2025/01/navigating-taiwans-complex-relationship-with-israel/
Anadolu Agency, “Hundreds protest against Taiwan’s ties with Israel amid genocide in Gaza” (03/08/2025): https://www.aa.com.tr/en/asia-pacific/hundreds-protest-against-taiwan-s-ties-with-israel-amid-genocide-in-gaza/3649571
https://www.jpost.com/business-and-innovation/article-819597
Herta Manenti
