L’atteso incontro della COP 30 che si svolgerà a Belém, in Brasile, rappresenta un crocevia cruciale per la discussione globale sulla crisi climatica. Ciò che sarà in gioco alla COP 30, come lo è stato nelle precedenti e lo sarà in quelle future, è la debolezza di volontà politica. Va considerato che lo svolgimento in Amazzonia richiama un contesto ben diverso dall’approccio con cui si muovono i Paesi ricchi. I popoli indigeni di tutto il mondo – come ricorda Boaventura De Sousa Santos – utilizzano da anni un sistema di numerazione diverso, più in linea con la loro esperienza storica delle questioni in discussione. La data si riferisce all’arrivo dei colonizzatori europei nei loro territori. Nel caso del Brasile, era il 1500.
Il problema del cambiamento climatico è iniziato con il colonialismo e il capitalismo e continua ancora oggi. Non sarà risolto finché colonialismo e capitalismo domineranno le nostre vite, mentre la crisi ecologica è l’altra faccia della crisi sociale e politica.
Nonostante la crescente gravità della situazione climatica, il dibattito politico in Italia sembra rimanere al margine, con una notevole dissociazione fra un’opinione pubblica sempre più allarmata e un governo che manifestamente ignora l’urgenza di azioni da intraprendere. La posizione dell’Italia, sotto la guida del Primo Ministro Giorgia Meloni, si profila come sostanzialmente negazionista, giustificando il proprio ritardo rispetto agli obiettivi climatici assunti in sede internazionale. La retorica della Meloni, che etichetta la sostenibilità ambientale come “ideologica”, è preoccupante soprattutto mentre il governo cerca di sostenere l’industria automobilistica tradizionale, favorendo motori endotermici alimentati da biocarburanti e incoraggiando le importazioni di gas liquido proveniente dagli Stati Uniti di Trump, contraddicendo così il traguardo fissato di emissioni zero entro il 2040.
La COP 30, in programma a novembre, si svolgerà in un luogo simbolico: la foce del Rio delle Amazzoni, un ecosistema che è tanto vitale per la biosfera quanto emblema delle sfide ambientali del nostro tempo. È essenziale superare un’ottica colonialista e paternalistica tipica delle strategie dei paesi occidentali, che continua a perpetuarsi attraverso lobby energetiche contrarie alla transizione verso fonti rinnovabili. L’importanza di questa conferenza non risiede solo nelle sue discussioni, ma anche nella necessità di dare voce al Sud del mondo, dove si trovano gran parte degli ecosistemi più vulnerabili e cruciali.
I recenti eventi climatici globali, come l’uragano Melissa che ha colpito Giamaica e Cuba, evidenziano l’urgenza di affrontare il cambiamento climatico. I danni ingenti, causati da venti che hanno raggiunto i 300 chilometri orari, sono indicativi di una tendenza in aumento: la rapida intensificazione di cicloni, fenomeno da attribuire in larga misura al riscaldamento globale. Anche in Europa, le medie temperature hanno superato la soglia di 1,5 °C, con ondate di calore e disastri naturali che hanno portato a perdite economiche enormi, costando all’Italia ben 12 miliardi di euro solo nell’estate appena trascorsa.
In questo contesto, anche se da noi “provinciali” non se ne parla, il continente africano emerge come un attore sempre più proattivo nella lotta contro il cambiamento climatico. La narrazione tradizionale, che raffigura l’Africa come un continente passivo in attesa di aiuti dall’esterno, sta rapidamente evolvendo. La recente Africa Climate Summit tenutasi a Addis Abeba ha evidenziato l’intenzione del continente di mobilitare investimenti per una transizione ecologica indipendente, sottolineando la propria capacità di contribuire attivamente alla mitigazione del cambiamento climatico. A tal fine, sono necessari progressi su quattro fronti fondamentali che saranno discussi alla COP 30. Il primo riguarda la riforma del sistema di finanziamento per ridurre il costo del capitale necessario creando una nuova architettura finanziaria guidata direttamente dai popoli africani. Il secondo fronte è quello dei mercati del carbonio, che devono evolversi per promuovere benefici diretti alle popolazioni locali, piuttosto che servire solo come compensazione per le emissioni dei paesi ricchi. Il terzo aspetto si concentra sull’adattamento delle politiche, con particolare attenzione a investimenti in agricoltura, infrastrutture e sistemi idrici resilienti che generino posti di lavoro e promuovano integrazione economica. Infine, la valorizzazione dei ricchi minerali africani deve essere integrata in una catena di valore che favorisca lo sviluppo locale, evitando la cosiddetta “maledizione delle risorse”. In definitiva, la logica estrattiva del passato – in cui l’industrializzazione si basava sullo sfruttamento e sulla distruzione – deve cedere il passo a un approccio più olistico, giusto ed equilibrato, che riconosca che gli esseri umani appartengono alla natura, non il contrario.
Su un altro fronte, sempre estraneo all’Occidente, è probabile che, a seguito dell’abbandono dell’accordo di Parigi da parte di Trump, al ripensamento del Green Deal da parte della von der Leyen, ai passi indietro dell’Italia, l’attenzione per un esito non drammatico della COP 30 di Belem passi ai Paesi BRICS e, in particolare, a Brasile e Cina ed ai loro differenti approcci alla transizione energetica. Di fronte ad un primo cittadino americano che ha descritto il clima come “la più grande truffa mai perpetrata nel mondo” ed ha attaccato le rinnovabili come un “scherzo patetico”, il leader cinese Xi Jinping ha replicato che “La transizione verde e a basse emissioni di carbonio è la tendenza del nostro tempo. Mentre alcuni paesi si stanno muovendo contro di essa, la comunità internazionale dovrebbe rimanere concentrata sulla giusta direzione”. Una contrapposizione di non poco conto, largamente trascurata dal nostro mainstream, che si affanna a trascurare come l’evoluzione delle emissioni di anidride carbonica del comparto energetico cinese siano già diminuite del 3% nella prima metà del 2025 e come nel primo semestre del 2025 la Cina abbia installato 12 volte più potenza solare rispetto agli Usa.
La COP 30 di Belém segnerà probabilmente il passaggio della leadership ambientale dal mondo occidentale a Cina e BRICS, accompagnato da un risveglio africano: un cambiamento che può dare un risalto internazionale alla COP 30 che qui da noi non si intende sottolineare.
Mario Agostinelli
