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La voce necessaria da Gaza di Shrouq Alia e del popolo di Gaza

di Stefano
Galieni

Le immagini, i video, che sono riusciti ad uscire dal genocidio di Gaza, in questi orrendi due anni, sono divenuti parte fondante della ragione per cui, in tutto il mondo, uomini e donne di diversa estrazione politica, sociale ed economica, si sono sentiti e si sentono tutt’ora chiamati in causa. Lo si è detto mille volte, forse si sta assistendo ad un coinvolgimento che ha come unico riferimento, almeno per l’occidente, al periodo della guerra di liberazione combattuta e vinta in Vietnam. Ma di questo parlerà la storia, non noi, non è ancora il tempo. Per ora Gaza, come l’intera Palestina, sono dolore e cronaca, omicidi e carestia, elemosina e bastone, oppressione e carcere, ipocrisia e silenzi. E allora diventano necessarie le voci per rompere questo inaccettabile vuoto, voci capaci di scuotere, di far male, di accusare e di denunciare con le parole più precise, nette, inequivocabili. “Hanno ucciso habibi” (Wetlands. pp 86, 15 euro), uscito quasi in tempo reale è un libricino tanto piccolo quanto capace di ferire nel profondo. La voce narrante è quella di Shrouq Aila, giovane giornalista e produttrice palestinese a cui,  nel 2024 è stato conferito il prestigioso CPJ International Press Freedom Award, e nel 2025 il News & Documentary Emmy Award for Outstanding Video Journalism per il documentario “A Hidden War”. Non c’è altro modo che definirla che con il termine più consono, una “partigiana”, il 22 ottobre del 2023, alle 11.00 del mattino, un missile colpisce la casa in cui si trovava con suo marito e collega Roshdi Sarraj e la loro piccolissima figlia. Roshdi, il suo “habibi” (mio amore) muore per le ferite riportate, Shrouq resta a combattere con la sua videocamera, raccontando al mondo intero l’indicibile, quello per cui anche l’abusato termine “cuore di tenebra”, sembra insufficiente.

C’è chi ha definito gli 11 brevi capitoli che compongono  questo volume come un colpo nello stomaco, chi come un’immensa storia d’amore, nessuno dei due sbaglia. Eppure sarà per la coincidenza da eurocentrici quali siamo, il libro evoca altro. Arriva a parlare dell’agosto 2025, in tempo di record, il piccolo editore veneziano riesce a pubblicarlo, grazie anche all’abnegazione, in segno concreto di solidarietà e supporto al popolo palestinese, della produzione editoriale, dai redattori alla traduttrice, Anna Nadotti, dai designer grafici agli stampatori, a Maaza Mengiste che ha scritto la perfetta postfazione, hanno partecipato alla realizzazione di questo libro a titolo gratuito, mettendo da parte ogni altro impegno. Il volume comincia presto a circolare, la sua autrice – mai termine fu così insufficiente – viene intervistata e, quasi in contemporanea, le piazze italiane si riempiono di un popolo enorme e variegato che reclama lo stop al genocidio, libertà e giustizia per il popolo palestinese. Per questo proviamo a leggerlo come un j’accuse rivolto a tutto l’occidente pavido rimasto indifferente o complice, ai governi che negano i crimini commessi dallo Stato di Israele, a intellettuali o sedicenti uomini di cultura che minimizzano, al massimo parlano di reazione esagerata agli attacchi del 7 ottobre, persone misere che rifiutano persino i pronunciamenti della Corte Penale Internazionale quando parla di “genocidio”.

Shrouq compie, con le sue parole  un atto estremo di cui dovremmo esserle tutte e tutti grati. Racconta la sua storia, l’intima e lacerante sofferenza personale, il disorientamento, l’assenza di speranza, l’attaccamento alla realtà offerto unicamente dall’esistenza di sua figlia e di un lavoro fondamentale. Ma ci lacera raccontandoci una storia collettiva, che riguarda milioni di persone, facendoci partecipi di crudeltà che oltrepassano il sadismo, costringendoci a respirare l’odore acre della morte, della carestia, dell’assenza di ogni sorriso, imponendoci di vederlo quel sangue che si mescola alla farina lasciata entrare nemmeno come elemosina ma come esca per concentrare ed uccidere donne e bambini. Diviene difficile, forse impossibile non odiare, dopo aver scorso queste pagine, i volti degli oppressori e ancor più dei decisori politici, israeliani e occidentali. Le storie  raccolte per  strada, uscendo con la certezza che i giornalisti  sono i bersagli più ricercati dall’esercito occupante – ne sono morti ad oggi 256, più che nel secondo conflitto mondiale – si mescolano alle lacerazioni quotidiane dell’autrice, alla sua incredibile capacità di narrare quanto tutto questo orrore l’abbia e la stia ancora modificando dentro. Un testo necessario, che trasuda il bisogno di essere semplicemente ascoltato come testimonianza tangibile di come la decisione di annientare un popolo intero possa essere capace di distruggere ogni traccia di umanità, ogni sogno di speranza e di quanto, proprio per questo, ogni resa sia impossibile. Per questo l’autrice va considerata come una nostra partigiana, per questo ogni sua atroce, singola parola è il segno di una resistenza individuale e collettiva. Poche frasi per rendere, solo in parte l’idea. La prima è quella con cui viene ricordato il marito di  Shrouq, a chi chiedeva di evacuare Gaza “Non ce ne andremo. Ci solleveremo da Gaza verso il cielo e solo verso il cielo”. E poi le parole della stessa Shrouq “Noi non viviamo solo in un posto diverso, viviamo in un altro universo. Un mondo parallelo. Un mondo dove il tempo si è fermato e la pietà è scomparsa”. E più in avanti, in un capitolo devastante dal titolo “La paura” si ritrova ad affermare “ E peggio ancora, sono spaventata da ciò che sto diventando, una donna che non sa più cosa vivere senza paura”.

Non deve e non dovrà essere così il futuro, per Shrouq, per Dania, sua figlia, per tutte le donne, gli uomini, le bambine e i bambini di Gaza. Siano i carnefici e i loro complici a non restare impuniti.

Stefano Galieni

 

 

Instagram @shrouqaila

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