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Più libri, meno fascismo

di Marco
Bizzoni

La richiesta rivolta agli editori che intendono partecipare alla fiera dell’editoria indipendente “Più libri più liberi” – ovvero firmare una dichiarazione di esplicito riconoscimento nei valori della Costituzione antifascista – ha scatenato la rabbiosa e prevedibile reazione dei sedicenti “editori non conformi”. Una protesta corporativa che è stata immediatamente cavalcata, strumentalizzata e amplificata dalla stessa Capo del Governo, la quale è intervenuta pubblicamente per denunciare una presunta volontà censoria da parte degli organizzatori e l’imposizione di un’inaccettabile “patente di antifascismo” ideologica.

Cerchiamo di fare chiarezza: a cosa, esattamente, non sarebbero conformi questi editori? La dichiarazione di accettare i valori antifascisti della nostra Carta fondamentale non impedisce agli editori di pubblicare, contestualizzandoli, libri che appartengono alla storia, né libri che trattano del cancro fascista. Stessa cosa per quanto riguarda il colonialismo, il razzismo, il nazionalismo e tutte le schifezze prodotte dall’umano divenire. Allo stesso modo in cui, in molte città, gli strumenti di tortura medievali vengono oggi esposti al pubblico ludibrio negli specifici musei. Un editore persegue una propria linea culturale e costruisce dibattito intercettando i lettori; non si identifica mai acriticamente con le singole tesi politiche delle proprie proposte editoriali, come fanno invece le case editrici “non conformi”.
Per questo motivo quanti criticano la dichiarazione di antifascismo sono effettivamente “non conformi” proprio alla Costituzione repubblicana. Nei fatti, quegli editori sono dei propagandisti e organizzatori attivi del pensiero fascista e, quindi, agiscono in aperta violazione della XII disposizione della Costituzione, che vieta in modo assoluto la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Pertanto, non consentire agli editori che non si riconoscono nella Costituzione antifascista di poter usufruire degli spazi democratici, a pagamento o meno, per diffondere il veleno del fascismo è il minimo che la democrazia, a propria tutela, possa fare. Sarebbe indispensabile un’analoga dichiarazione anche per i partiti politici che si presentano alle elezioni. Magari si potrebbe iniziare con la nuova legge elettorale che le destre vogliono approvare.

Autorevoli intellettuali di area democratica hanno fortemente criticato la scelta dei gestori della fiera, evidenziando l’aberrazione della richiesta di un’adesione ai valori costituzionali, temendo una possibile deriva di intolleranza o di limitazione della libertà di espressione.
Tuttavia, questi intellettuali (che si richiamano a un liberalismo astratto e formale, ben riassunto nella frase attribuita a Voltaire: “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”, postulando che tutte le opinioni abbiano lo stesso diritto di essere espresse) non si accorgono che questo è un paradigma che non è più possibile praticare integralmente dopo l’emergere e l’affermarsi del fascismo.
La concretizzazione pratica del fascismo, rilevabile dalla storia dei fascismi, dalla storia delle organizzazioni fasciste nella Repubblica Italiana e dalle vicende, giudiziariamente accertate, delle attuali organizzazioni politiche che in Italia si richiamano a quell’ideologia, mostra che esso approfitta della democrazia per potersi affermare e, successivamente, superarla. Il fascismo è un’ideologia poliforme, dai permanenti valori regressivi e antiumanistici, intrinsecamente nemica della democrazia. Per questi motivi non è un’opinione da tutelare nel mercato delle idee, ma il rovesciamento violento di ogni libertà democratica. Tollerare la propaganda fascista significa disarmare culturalmente le classi subalterne e preparare il terreno alla distruzione dei diritti civili e sociali.
Non è quindi un caso che il presidente Pertini in un’intervista televisiva, alla domanda del giornalista se il suo assoluto rispetto per le idee altrui comprendesse anche le idee dei fascisti, rispose: “Il fascismo, a mio avviso, è l’antitesi delle fedi politiche. Il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche. Non si può parlare di fede politica parlando di fascismo. Il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano come lui. Chi non era fascista era oppresso e quindi non si può parlare di vera fede politica a chi opprime le fedi altrui.”

La polemica messa in atto in questi giorni dal Capo del Governo sulla “patente di antifascismo” mette in mostra non la ridicola idea che ci sia una censura, ma la precisa volontà del primo esponente dell’esecutivo di avallare e legittimare filoni pseudo-culturali che esaltano concetti aberranti, ponendosi nell’ottica di cavalcarli per non lasciare nessuno spazio politico-elettorale nemmeno a chi propugna concetti xenofobi come la “remigrazione” – ovvero la deportazione e l’espulsione su base etnica e razziale dei cittadini migranti –, posizioni radicalmente incompatibili con l’articolo 3 della nostra Carta. La difesa governativa di queste sacche di reazione svela la precisa volontà della destra di costruire un’egemonia culturale escludente e gerarchica, sdoganando l’inaccettabile sotto la falsa maschera del pluralismo e della libertà di espressione.

Quanto sta avvenendo con l’attuale governo delle destre — dai decreti sicurezza rivolti alla criminalizzazione del dissenso sociale e sindacale e all’attacco ai diritti civili, fino al disciplinamento della scuola (ridotta a strumento di addestramento di futuri lavoratori), passando per la volontà di sottomettere la magistratura al potere politico e di procedere al definitivo abbattimento dell’unitarietà del servizio sanitario nazionale — rende indispensabile e urgente porsi il problema di impedire che l’attuale maggioranza di destra possa tornare al potere.

La Costituzione non si celebra nei convegni, si difende applicandola: nessuno spazio ai fascisti e al fascismo.

Marco Bizzoni

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