I due referendum del giugno 2011 avevano abrogato l’art. 23 bis della L. 133/2008, rendendo illegittimo l’iter per la privatizzazione del servizio idrico, e l’art. 154 del d.lgs. 152/2006, che prevedeva la quota del 7% nelle bollette idriche per remunerare il capitale investito. La Corte Costituzionale era poi intervenuta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012, che aveva accolto il ricorso di cinque Regioni che si erano opposte alla legge 148/2011 sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, dichiarando l’illegittimità dell’art. 4. La sinistra si era opposta a quel passaggio in diversi modi, in tutti i comuni, soprattutto vivace fu l’opposizione nel Nordest. Nel 2011 si vinsero quindi le elezioni comunali di Trieste perché la sinistra si ritrovò unita, mentre la destra si divise. Andarono a votare 104.830 cittadini e Cosolini (PD) divenne sindaco con 32.623 voti di lista, in Provincia il CSX ottenne 62.115 voti, il CDX 43.054. Dopo dieci anni di opposizione la sinistra, facendo la sinistra, si affermava e la battaglia per difendere il welfare, il lavoro, le condizioni di vita delle classi meno abbienti si poteva fare potendo contare sul sostegno di associazioni, del sindacato, del mondo della cultura ecc.
L’obiettivo era quindi quello di rafforzare la compagine politica che aveva vinto le elezioni praticando obiettivi di sinistra, facendo battaglie sociali, ecologiste, di civiltà e solidarietà sociale. Invece non andò così; il politicismo del PD, la logica di accordi sottobanco con la destra “presentabile” (ex MSI/AN) ed altre vicende fecero franare tutta la costruzione politica in fieri della Federazione della Sinistra – che comprendeva PRC, SEL e IdV. Alla fine, nel 2016, al secondo turno Cosolini perdette il ballottaggio con il 47,37% dei voti a vantaggio del candidato di centro-destra che prendeva il 52,63% dei voti e Roberto Dipiazza diventò per la terza volta sindaco di Trieste (ed è ancora adesso sindaco di Trieste!). Cinque anni sprecati. Perché e come allora si ha perso?
Ma è logico, se non fai politiche di sinistra non puoi pretendere che il tuo elettorato ti premi. Un esempio? L’11 aprile 2016 si svolse una affollata assemblea organizzata da Legambiente di Trieste nell’Auditorium del Museo Revoltella: “Acqua pubblica: che fine ha fatto” con Maurizio Montalto, presidente di ABC (Acqua Bene Comune ) di Napoli, Giulia Milo, docente di Diritto amministrativo presso l’Università degli Studi di Trieste, e Fabio Cella direttore della CATO (Consulta d’ambito per il Servizio Idrico). Difatti su quel tema Cosolini aveva agito poco e male limitandosi ad un accordo tecnico con la realtà padovana di HERA tramite il sindaco, anch’egli PD, Zanonato.
A Trieste così ci fu chi iniziò a considerare ed a proporre un “Laboratorio Trieste” (PRC, Legambiente, Associazioni, settori di CGIL e sindacati di base) per una “Costituente dei Beni Comuni” sul modello di Napoli. E ad organizzare un convegno su “Acqua, Beni Comuni, Costituente”, pianificando una iniziativa a Udine ed elaborando una piattaforma che tenesse assieme legge 300, art. 39, 41, 53 della Costituzione Repubblicana.
Si sarebbe dovuto seguire il suggerimento e le indicazioni date dalla Commissione Rodotà del 2007 che aveva avuto mandato di redigere un disegno di legge delega per riformare la disciplina dei beni pubblici nel Codice Civile. Si veniva infatti formando a livello cittadino la convinzione che l’ACEGAS – storica azienda comunale di elettricità gas acqua servizi) di Trieste – sarebbe dovuta passare da SPA a soggetto di diritto pubblico prendendo come esempio l’esperienza che si stava realizzando a Napoli dove la giunta di sinistra aveva costituito l’Assessorato ai Beni Comuni, beni di utilità sociale che di fatto venivano sottratti alle “regole” del mercato. Accadde invece che il neosindaco Cosolini anziché ripublicizzare il servizio pubblico, motivando i lavoratori e le OO.SS. optò per l’indirizzo “concertativo”, legò Acegas con la ex municipalizzata di Padova. Con gennaio 2013 a Padova ed a Trieste l’acqua passò sotto il controllo del colosso emiliano HERA. Dopo un accordo preliminare i due Comuni decisero di approvare la cosiddetta fusione per incorporazione (in altre parole la vendita) di Acegas-Aps, non più azienda comunale ma multiutility che si sarebbe occupata di acqua, rifiuti ed energia, di concerto con il colosso emiliano Hera. E alla fine a votare, insieme al Pd, all’approvazione della delibera ci furono anche IdV, SEL e i Verdi anche se a livello nazionale quei due partiti avevano manifestato la loro contrarietà. La realpolitik (eufemismo) in sede locale aveva prevalso. Con gennaio 2013 a Padova ed a Trieste l’acqua passò sotto il controllo del colosso emiliano Hera. Dopo un accordo preliminare i due Comuni – entrambi guidati da giunte di centrosinistra – decisero di approvare la cosiddetta fusione per incorporazione (in altre parole la vendita) di Acegas-Aps, non più azienda comunale ma multiutility che si sarebbe occupata di acqua, rifiuti ed energia, di concerto con il colosso emiliano Hera.
Per completezza di informazione ricordiamo che sui Beni Comuni, tra le altre iniziative c’era stato l’appello lanciato da Gianfranco Bettin e Alberto Lucarelli (cioè da Venezia e Napoli!) con cui si denunciava la prepotenza del governo contro la volontà popolare che si era espressa sull’acqua pubblica.
A Padova la portavoce del Comitato Acqua Bene Comune, Giuliana Beltrame, denunciò l’operazione che di fatto comportava il venir meno di ogni possibilità di controllo e decisione sui beni comuni da parte dei cittadini. Si era consapevoli che con la cessione delle quote dell’azienda giuliano-veneta si passava ad una privatizzazione strisciante dell’acqua e degli altri servizi pubblici locali. E che veniva tradito il risultato referendario; nel merito ci si riferiva agli articoli 4 e 5 del decreto legge 138 sulla “stabilizzazione finanziaria” (sic!) che contraddicevano il pronunciamento di oltre ventisette milioni di italiani, la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto che, con i referendum del 13 giugno scorso, avevano detto un secco NO alla gestione privatistica del servizio idrico integrato.
Nel 2014 Acegas ApPS Amga di Udine quindi si allargava comprendendo l’Isontina Met Gas ed ESS (Energy Storage System-reti elettriche di Gorizia, la “liberalizzazione” del mercato energetico continuava… A livello nazionale il PRC si era attivato ed aveva indicato Tommaso Fattori di Firenze coordinatore delle iniziative sui territori. Un esito diverso sarebbe stato possibile? Forse no, ma molti di noi decisero comunque di non arrendersi, ma continuare, l’iniziativa svoltasi in sala Xenia della comunità serbo ortodossa in via Genova 9 a Trieste mercoledì 10 giugno promossa da Adesso Trieste cui ha partecipato Massimo Fattori ha fatto il punto della situazione presentando alcune proposte con una vasta partecipazione di pubblico e ciò è un fatto positivo. Riprendiamo quella battaglia.
Marino Calcinari