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Dalla parte dei fenicotteri rosa

di Mauro
Zanella

Inviato dall’Agenzia Internazionale di stampa Pressenza, sono arrivato venerdì 12 giugno a Tirana, e quindi a Piazza Scanderbeg, il cuore della capitale.
Mi imbatto subito in un lungo banchetto dove quattro ragazze stanno raccogliendo, identificando con i documenti, le firme dei cittadini per due referendum che hanno l’obiettivo di abrogare le leggi volute dal primo ministro Edi Rama che hanno consentito ad investitori stranieri mega speculazioni edilizie forzando o aggirando i vincoli ambientali.
Si è voluto in particolare favorire a tutti i costi la figlia Ivanka ed il genero Kushner del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il loro progetto di costruire un resort di lusso in un’isola deserta, che fu un’importantissima base militare ai tempi della dittatura stalinista e autarchica di Enver Hoxha.
L’isola di Sazan controlla infatti una sponda del Canale di Otranto e ha tuttora bunker antiatomici ed una fitta rete di gallerie.
Poiché Kushner è un acceso sionista alcuni temono che in questa operazione vi sia la presenza di capitale Israeliano per mettere le mani sull’isola data la sua importanza strategica di porta tra il Mar Ionio e il Mar Adriatico.
In ogni caso si tratta di uno schiaffo alla sovranità albanese: sia che si tratti di un resort di lusso, sia come possibile base o addirittura se se ne vuol fare un doppio uso.
In ogni caso si stravolgerebbe l’adiacente area naturale di Vjosa-Narta, dove nidificano, insieme a numerosissime specie di uccelli, i fenicotteri rosa che hanno dato il nome a questa rivoluzione.
L’obiettivo della raccolta delle firme è di raggiungere entro ottobre le 50mila firme certificate che imporranno al Presidente di indire il referendum per i primi mesi del prossimo anno.
Mi spiegano che il sedicente partito “socialista” di Edi Rama non ha nulla di sinistra, poiché oltre a svendere il Paese al capitale straniero favorisce gli oligarchi locali e le mafie ad essi collegate.
Tirana appare come un gigantesco cantiere con grattacieli che spuntano come funghi. Senza troppi giri di parole mi spiegano che sono il frutto di capitali mafiosi o para-mafiosi, che vengono in questo modo riciclati in beni immobiliari. Ciononostante il prezzo degli affitti nel centro cittadino è esorbitante e si aggira sui mille euro al mese. Affitti simili ai costi di quelli di Milano, sottolineano, ma il salario minimo di chi lavora in regola è di 500 euro (molto diffuso però è il lavoro nero e precario). I salari medi dei lavoratori si aggirano sui 700 euro, ma anche nella periferia di Tirana gli affitti sono di 500 euro.
Molte famiglie di lavoratori possono vivere a Tirana perché il regime stalinista qualcosa di buono fece assegnando a tutti i nuclei famigliari una casa popolare, ma ovviamente in molti quartieri sono in atto processi di gentrificazione.
Per le nuove coppie e per i giovani vivere a Tirana è impossibile, anche perché i generi alimentari nei supermercati sono addirittura più cari che in Italia.

A promuovere la raccolta di firme è il piccolo partito Shquiperia Behet (Albania si può fare) che alle ultime elezioni del 2025 ha eletto un deputato, un giovane uomo che parla un ottimo Italiano (da piccolo ha imparato la nostra lingua guardando i cartoni animati). Il suo partito si definisce di centro destra, ma parlando mi rendo conto che questa denominazione non ha nulla a che spartire con ciò che in Italia si definisce “destra”. Semplificando, si potrebbe piuttosto paragonare al Partito Radicale Italiano degli anni Settanta: un partito liberale sul piano economico, ma che si propone di riformare lo Stato lottando contro la corruzione e per alcune riforme democratiche come la legge, da loro proposta e recentemente approvata dal Parlamento, che ha permesso il voto agli albanesi residenti all’estero.
Per spiegarmi la situazione politica dell’Albania dice che si può fare un paragone con l’Italia di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi moltiplicata per dieci.
Mi spiega che loro hanno proposto i referendum, ma sperano che il governo rassegni prima le dimissioni e che si arrivi al più presto a elezioni anticipate.
Prende le distanze dai partiti di estrema destra italiani e di chi segue la via di Trump e ci tiene a precisare che i referendum sono uno strumento messo a disposizione del movimento e che i volontari che raccolgono le firme non sono solo del loro partito, ma di chiunque abbia dato la propria disponibilità.

In piazza incontro invece i militanti dell’unico vero partito di sinistra di opposizione che ha eletto a Tirana un deputato.
Il sistema elettorale è proporzionale su base regionale, senza recupero nazionale e quindi sfavorevole alle formazioni politiche minori che tuttavia riescono ad eleggere una propria rappresentanza..
Il loro giovane partito si chiama Levizja Bashke (Movimento Insieme) e nacque a partire dalle lotte anni fa degli studenti universitari; si definiscono Socialisti Democratici e come tali sono impegnati soprattutto nella difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche nelle battaglie per la difesa della minoranza Rom, della comunità lgbt e nelle battaglie contro la corruzione e per la difesa dell’ambiente.
Sono molto fortunato perché il compagno con cui parlo conosce la storia politica dell’Italia e il tentativo di Enrico Berlinguer di costruire un fronte eurocomunista con i partiti spagnolo e francese, per favorire una via democratica lontana dal sedicente “socialismo reale” sovietico e per molti versi contrapposto al regime stalinista di Enver Hoxha, che infatti condannò senza appello i comunisti italiani.
Il mio interlocutore è uno degli intellettuali di questa nuova formazione politica ed è impegnato nella traduzione in albanese degli scritti di Antonio Gramsci: ha tradotto la Questione meridionale e ora si sta dedicando alla traduzione dei Quaderni dal carcere.

Intanto in piazza la gente continua ad arrivare; sono almeno diecimila persone di ogni età e gridano “Revolution, revolution!”, “Rama e Berisha in prigione!”. Molti sono giovani e giovanissimi, molte le famiglie che sfilano al completo, alcune con i passeggini.
Per i più grandicelli, di tre, quattro, cinque anni è allestito uno spazio con volontari che offrono colori per disegnare su lunghissimi fogli stesi in terra, dopo che il corteo si è trasformato in un presidio nei pressi degli uffici del Presidente.
Dopo un’ora di fischi e proteste il corteo si riforma e va via via ingrandendosi. Tante sono le bandiere albanesi, rosse con un’aquila nera a due teste.
Molti hanno cartelli fatti in casa o sagome di fenicotteri rosa, la specie protetta minacciata dalla costruzione del resort di lusso al centro della protesta.
Lo striscione più grande recita perentorio “L’Albania non è in vendita!”.
Il compagno del Movimento Insieme mi spiega che gli albanesi hanno un forte legame con la propria terra, ma che questo patriottismo è immune da ogni forma di sentimento ultranazionalista e suprematista.

Ogni giorno la gente scende in piazza alle 18, in tutte le principali città, al mattino si lavora o si studia per gli esami universitari e tutte le sere, a decine e decine di migliaia si protesta.
Una modalità particolare e innovativa (rispetto ai nostri ormai in gran parte velleitari scioperi generali) che permetterà loro di resistere, speriamo, fino alla vittoria.

Mauro Zanella

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