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Welfare, non guerra

di Anna
Camposampiero

Domenica 14 giugno si è tenuta a Bruxelles una grande manifestazione dal titolo “Welfare not warfare-Stato sociale, non stato di guerra”. Un appuntamento costruito nell’arco di mesi con la volontà di portare nel cuore dell’Europa la voce dei cittadini e dei cittadini europei contro le scelte di riarmo dell’Unione Europea e dei singoli paesi membri. In Italia la rete Stop Rearm Europe aveva già lanciato una manifestazione il 21 giugno del 2025, ed è proprio sull’onda della presentazione del Piano Rearm Europe poi trasformato in Readiness 2030, perché la parola riarmo probabilmente spaventava mentre la traduzione di readiness è prontezza e quindi essere pronti implica una risposta e non un attacco.
L’Italia quindi è stato il primo paese ad aver colto la gravità di quanto stava succedendo in Europa e a cercare di  mobilitare quanta più società civile possibile, che in Italia  ha una storia rispetto al disarmo, al movimento pacifista. Questo percorso ha risvegliato una serie di reti e di realtà anche in altri paesi, in particolare il Belgio sta vedendo una crescita esponenziale di investimenti in armamenti, con il simbolico acquisto degli aerei F35, che anche da noi ricordiamo sono stati oggetto di contestazione ben dodici anni fa. Anche il percorso di militarizzazione delle scuole sta assumendo dei contorni inquietanti in Belgio, e anche la repressione, che si accompagna a queste scelte politiche. Solo la settimana scorsa i giovani liceali, scesi in piazza per protestare sulle condizioni della scuola e del sistema educativo sono stati duramente caricati. Il movimento anti militarizzazione del Belgio ha dato quindi spunto e vita all’idea di organizzare una grande manifestazione che si tenesse nel cuore dell’Europa e pochi giorni prima della discussione del budget del Consiglio d’Europa che inizierà il 18 e 19 giugno.
Una costruzione che ha proseguito nei mesi che è culminata appunto domenica 14 giugno e ha visto più di 12.000 persone attraversare la capitale, il cuore dell’Europa, per dire che non vogliamo un aumento di spese militari ma vogliamo più spese sociali. Lo slogan “Welfare not Warfare” che in italiano abbiamo tradotto come “Stato sociale non stato di guerra” riassume il senso di questa manifestazione. La partecipazione internazionale è stata di rilievo: sono arrivati da tutta Europa con cartelli che riportavano le cifre degli aumenti delle spese militari che avvengono in ogni paese, in questa corsa folle al riarmo che sta caratterizzando tutta l’Europa.
Va sottolineato come, anche in Belgio, le trattative per il percorso del corteo abbiamo evidenziato la preoccupazione per le parole d’ordine della manifestazione, facendoci sfilare attraverso il quartiere europeo, in mezzo alle ambasciate e agli uffici europei, chiusi di domenica… ma le voci, i canti, gli slogan, si sono sentiti e si sentiranno. Anche se i numeri sono lontani dalle proteste che vediamo in questi mesi, contro i tagli alle pensioni, e su tematiche sociali. Segno che abbiamo ancora molto lavoro da fare contro la propaganda di guerra.

La convergenza di tante realtà provenienti da tutta Europa ha preso parola poi nella partecipata assemblea – più di 200 persone – che si è tenuta alla fine della manifestazione. Importante e rilevante la partecipazione di ITUC, l’organizzazione internazionale dei sindacati, con un intervento contro la riconversione bellica e che ci dà speranza, insieme per l’Italia alla presenza della Cgil con un ottimo intervento, che si riesca a mobilitare il mondo del lavoro. Dall’Italia la rete Stop Rearm Europe e il movimento No Kings, che hanno caratterizzato le mobilitazioni dell’ultimo anno, hanno rilanciato l’impegno di partecipare alla costruzione di un grande movimento europeo.
Sul fronte politico presente ovviamente con un grande spezzone il Partito del Lavoro del Belgio, il PTB, che anima le proteste locali, e una nutrita delegazione del Partito della Sinistra Europea, capitanata dal presidente Walter Baier con la presenza di francesi, greci, lussemburghesi, italiani appunto e molti altri, che ha ospitato Jeremy Corbyn, venuto per la manifestazione. Lo striscione riportava lo slogan che caratterizza la Sinistra Europea da tempo: loro preparano la guerra, noi prepariamo la pace.
Rifondazione Comunista era presente con una numerosa delegazione, segno dell’impegno che sta prendendo il partito sul tema contrasto al riarmo e alla guerra.
Su questo fronte preoccupano gli spostamenti di bilancio che stanno avvenendo a livello degli stati membri (l’Italia ha speso nel 2025 circa 45 miliardi di euro in armamenti) e a livello europeo. La discussione che inizia il prossimo 18 e 19 giugno sui Fondi per la competitivitá nell’ambito del Multiannual Financial Framework (MFF) 2028–2034 vedranno la proposta di stanziare 131 miliardi di Euro per armamenti e settore spaziale: sono circa cinque volte in piú rispetto al bilancio precedente, mentre vengono eliminati fondi da stanziare per sanitá, ambiente e in generale gli stanziamenti per il Fondo sociale Europeo, la politica di coesione e la politica agricola vengono dirottati verso scopi militari. A questa scelta europea si accompagnano gli aumenti delle spese militari a livello nazionale, accompagnati in molti paesi europei da misure di austerità.

Risultano quindi ancora piú urgenti le richieste che arrivano dalle piazze, dalla società civile e dalle forze politiche e sindacali che comprendono quanto sia folle la direzione intrapresa. Di fronte a una situazione di poli crisi che attraversa l’Europa, e di fronte a un progressivo impoverimento delle cittadine e dei cittadini, la risposta dovrebbe essere ridare alla Unione Europea un ruolo di diplomazia da un lato, praticando la costruzione della pace, e dall’altro la promozione di politiche sociali. In mezzo, l’Unione Europea dovrebbe scegliere anche con chi avere relazioni commerciali, applicando i principi del rispetto dei diritti umani che caratterizzano ogni accordo siglato, a partire dagli accordi con Israele, ma non solo.

In ultimo, sempre per fare i conti in tasca a chi sceglie come spendere i nostri soldi, la campagna “un per cento equo” si è presentata anche a Bruxelles, durante l’assemblea dei movimenti, per sottolineare che a fronte di un risparmio di circa 45 miliardi (se il governo Meloni non li avesse spesi in armamenti), e di un gettito medio di 26 miliardi proveniente dall’imposta dell’1% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, potremmo avere circa 71 miliardi da investire in sanitá, scuola, edilizia popolare.
La lotta al riarmo e la scelta di avere equità fiscale camminano insieme.

Ci si è dati appuntamento per l’autunno, sapendo che l’accordo sul MFF (quadro finanziario pluriennale) dovrá essere raggiunto entro la fine dell’anno e c’è molto da fare e denunciare, passando per il 25esimo del G8 di Genova dove si terrá l’assemblea nazionale No Kings, per mobilitarsi, insieme al mondo studentesco, per rilanciare le mobilitazioni. 

Anna Camposampiero

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