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Perché dobbiamo trovare il modo di convogliare il dissenso

di Pier Giorgio
Ardeni

Lo abbiamo visto in settembre e ottobre, quando nel mondo e in Italia sono divampate mobilitazioni moltitudinarie, scioperi massicci e proteste in sostegno al popolo palestinese, alla sua liberazione dal giogo israeliano, per costringere Israele a porre fine al genocidio. Abbiamo toccato con mano e occhi increduli la crisi di consenso delle classi dirigenti europee – avviluppate nella complicità, coperte dall’ipocrisia di fronte allo sterminio eppure reclamanti una generale corsa al riarmo per la “difesa” – tanto che abbiamo visto profilarsi la creazione di un’alternativa contro di esse. Ma se c’è chi ha subito lamentato «piazze piene urne vuote», non per questo non abbiamo potuto non apprezzare che le tante forme di lotta, eterogenee e indipendenti, sono state unite da un unico obiettivo comune, rafforzandosi e componendosi in un movimento plurale e diversificato.

Non è il primo caso, questo: era già accaduto con il movimento “no global” e i social forum, con Occupy Wall Street, con i Fridays For Future e in altre occasioni. Pratiche differenti di protesta combinate in un’unica lotta politica, poi svanite e polverizzate dalla congiuntura, ogni volta incalzante. Già in quelle situazioni si osservò il mancato tradursi della protesta in movimento politico o addirittura in “proposta”. Eppure, lo scoppio della mobilitazione dell’autunno scorso non nasceva dal nulla, non era improvvisato, perché non sarebbe stato possibile senza il lavoro indefesso di collettivi, associazioni e sindacati che, non a caso, ha visto la convergenza di parole d’ordine apparentemente lontane come la giustizia climatica o la protesta contro il decreto sicurezza nel movimento di solidarietà internazionalista pro-Pal. Come quello che si è da ultimo concretizzato nell’assemblea “No kings” promossa da Stop Rearm Europe a Bologna e che si riproporrà con le scadenze che si è dato.

Nelle piazze si accumula potenza, cui si deve garantire continuità, allargandone la capacità organizzativa, con l’obiettivo di contrastare l’imperialismo, l’occupazione militare di territori e risorse, la riconversione bellica dell’economia, l’impoverimento del lavoro e la mercificazione del tempo e dei corpi.

Ed è questa la domanda che ci troviamo di fronte: È possibile concepire e costruire una dimensione organizzativa che – facendo tesoro dell’eterogeneità dei movimenti– possa combinare tattiche e strumenti differenti, che si rafforzano a vicenda invece di competere, e includere molteplici “anime” in tensione tra loro, ma che condividono un obiettivo strategico di medio periodo?

Rodrigo Nunes si è posto il problema nel suo Né verticale né orizzontale. Verso una teoria dell’organizzazione politica (pubblicato in inglese nel 2021, uscito in Italia nel settembre 2025) proponendo di «pensare all’organizzazione come a un’ecologia», in cui in cui tutte le componenti varie di un movimento, ciascuna nella sua autonomia, condividono un medesimo “ambiente” e possono così plasmare e favorire il campo d’azione delle altre. Per integrare a livello organizzativo quella molteplicità che può convivere (e litigare) in un movimento, ma che solitamente si dà forme organizzative separate e concorrenti.

Noi oggi ci troviamo di fronte al monolite del pensiero dominante – ossessivo, debordante, onnicomprensivo, sempre delegittimante – che combattiamo dai punti di vista che ad ognuno si confanno, come “guerriglieri”, partigiani alla macchia, non come esercito compatto. Non esiste il “partito alternativo” a quel sistema di dominio, né esiste un’unica teoria e pratica di pensiero ad esso idiosincratica. Esiste la moltitudine delle cause perse, delle lotte clandestine, dei principi violati che ognuno si erge a difendere in modo solitario e per piccole bande e associazioni. Ma sono nuclei che esprimono potenza, nella differenza, che sgorga dalla posizione oggettiva nella struttura sociale e dalla pratica politica soggettiva. Nuclei che sono “avanguardie” e collettori di pratiche e bisogni.

È questo che siamo chiamati ad affrontare, per uscirne vincenti, per destabilizzare davvero il sistema. Superando i limiti dell’assemblearismo ma anche le strettoie di caratterizzazioni organizzative centralizzate. Offrendo una “ecologia” del dissenso che si traduca prima in protesta e poi in proposta, un “ambiente” comune che non offra solo coordinamento e strategie, senza voler centralizzare l’azione che va lasciata autonoma. Dando obiettivi.

Ci sono tante forme di dissenso nel nostro Paese che vanno valorizzate, dandogli cittadinanza e riconoscimento. Che vanno raccolte e indirizzate, per non renderle vane, integrate, convogliate. Per far maturare il potenziale di opposizione al sistema dominante, con la sua narrazione, con i suoi modi plasmanti la psiche e l’immaginario. Per risaltarne le differenze – dall’attivismo climatico a quello pacifista, da quello anti-repressivo a quello anti-riarmista, da quello anti-eurocratico a quello anti-imperialista – e finalizzarle alla comune lotta contro il sistema capitalistico dello sfruttamento predatorio.

Non un partito “ombrello” serve oggi, ma una grande “tenda” che comprenda e raccolga il movimento che si dipana come rizoma. Senza temere le voci “diverse”, che non paiono cantare all’unisono, timorose di perdere identità e raffigurazione. Dando a tutte la possibilità di farsi sentire. Dando a ciascuna senso oltre il proprio scopo, che è il grande rovesciamento cui dobbiamo aspirare.

Perché il sistema è arrivato sull’orlo dell’abisso che esso stesso ha scavato attorno a sé: se non vogliamo farci travolgere, dobbiamo radunare le moltitudini dei pensieri in un nuovo grande pensiero altro. Che c’è già, nelle forme rizo-somatiche di un pensiero plurale. È ora il tempo di concepire l’alternativa, che non sarà solo orizzontale né solo verticale, ma distribuita. Che faccia della mediazione – o, meglio, della sintesi – della ricchezza delle diversità la sua forza.

Pier Giorgio Ardeni

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