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Per una “Rete della Transizione”

di Gruppo promotore
de La Transizione

Un gruppo di Associazioni e di persone hanno deciso di darsi appuntamento e di chiamare a raccolta chi sente l’urgenza delle cose che stanno precipitando intorno a noi.

Da anni ci interroghiamo, ognuno per la sua parte e per la sua personale ricerca, su ciò che sta accadendo e su quello che sarebbe necessario fare. Molte volte ci siamo illusi che fosse sufficiente invocare una sorta di “chiamata alle armi” unitaria per “ricostruire un fronte” attraverso una semplice sommatoria di soggettività, attraverso un processo di mera “ricomposizione”.

La diversità dei e nei linguaggi – invece di essere il frutto di analisi nuove e tentativi di comprendere i processi di trasformazione in atto nel mondo – si è prodotta, in questi anni, “all’indietro” trasformandosi in una vera e propria “diaspora”, frutto del tentativo di inquadrare il nuovo con le parole, ormai consunte, delle analisi precedenti. Un processo che, drammaticamente, ha comportato la svalutazione delle stesse aspirazioni di liberazione umana che muovevano tali analisi.

Sei anni or sono alcuni di noi proposero, alle forze politiche giovanili delle varie sinistre allora in campo, un nuovo terreno di elaborazione che potesse sfociare in una ipotesi di rinnovamento delle forme politiche esistenti, un cambiamento nel linguaggio, nelle forme organizzative, nei gradi di libertà da proporre come nuova frontiera della lotta di liberazione dell’umanità dai processi di alienazione, di sfruttamento “dell’uomo sull’uomo”, di compatibilità dei modelli di vita con la finitezza delle risorse e gli equilibri delle variegate forme di vita del pianeta. In altre parole, una nuova politica.

Chiamammo quell’appuntamento “La Transizione Possibile” e fu caratterizzata da una grande partecipazione e interesse, ma il tentativo di mettere quella elaborazione a disposizione delle vecchie forme della politica non riuscì.

Scontammo una impermeabilità degli apparati e delle vecchie forme organizzate che impedirono al nuovo di attecchire.

A sei anni di distanza, la Transizione pare sia diventata, purtroppo, la parola “magica” per giustificare ogni tipologia di scelta politica.

Noi crediamo, invece, che serva una consapevolezza delle parole e iniziare a dare corpo ad un processo nuovo. La Transizione, da fase impositiva di politiche di supporto di processi di ulteriore concentrazione di potere e ricchezza, di svuotamento dei processi partecipativi e decisionali, deve trasformarsi in una fase “generativa” di un nuovo “fare umano”, di una diversa e più inclusiva forma delle relazioni che sappia riconoscere differenze e autonomie, di una presenza umana compatibile con il pianeta e le sue leggi vitali.

La necessità del 99,9% delle persone che abitano il pianeta, qui ed ora, è quella di andare “Oltre” le forme della società contemporanea, degli assetti economici e di potere stratificati fino ad ora. La necessità è obbligata dalle faglie che si sono aperte sotto i piedi di questo modello sociale, delle sue incapacità a soddisfare le aspirazioni di miliardi di persone, delle sue incompatibilità sociali, ambientali, di vita.

Per fare questo salto nelle finalità del fare umano, però, è necessario aggiornare i territori dei conflitti, comprendere le nuove forme di sottomissione e progettare direttamente le forme nuove del fare. Non bastano più le rivendicazioni del ‘900.

I territori del digitale, pur potenti e dirompenti, possono essere molto “porosi” e consentire “vie di uscita” dagli schemi che le vecchie forme della produzione non consentivano.

Ma serve teoria nuova e pratiche di nuova generazione.

Per questo motivo alcune associazioni stanno raccogliendo la disponibilità a partecipare ad un appuntamento a Frattocchie il 3 e il 4 settembre per far fare un salto politico e organizzativo ad una elaborazione che da anni attraversa, a diversi livelli e consapevolezze, molte delle associazioni e personalità che orbitano nella sinistra politica e sociale del nostro paese.

L’idea è di proporre la costruzione di un “marchio comune” da utilizzare per segnalare la partecipazione al processo politico ma che consenta di mantenere le nostre diversità e peculiarità. Una sorta di “Rete della Transizione” che potrebbe configurarsi con l’aggiunta al singolo nome associativo o personale di un “suffisso” come “nome associazione – La Transizione”. Ovviamente tutto sarà deciso collettivamente nell’incontro di settembre.

La due giorni sarà organizzata in due sessioni: la prima relativa alla condivisione delle analisi su La Transizione e la seconda relativa alle forme di organizzazione (digitale e analogica) che prenderemo per proseguire il lavoro politico.

Chiediamo a tutti di partecipare a questa nuova fase della politica e che non riguarda solo il nostro paese, contribuendo alla costruzione di questo appuntamento con le vostre elaborazioni e la vostra partecipazione fisica a Frattocchie.

Per informazioni o aderire all’appello potete scrivere a: frattocchie2021@gmail.com.


Il testo dell’Appello

Le società umane attraversano la più grande trasformazione della loro storia.

Il passaggio è inedito. Mai una massa così imponente di novità, di potenzialità ma anche di diseguaglianze, di drammi e di rotture, si sono cumulati in un così breve lasso di tempo. La dimensione ormai iper-sistemica moltiplica gli effetti, amplifica le possibilità e i pericoli. Le strade potenzialmente percorribili dal divenire umano sfuggono alle vecchie catalogazioni e le risposte sociali, i conflitti tra le classi, si ridefiniscono in nuovi quadri che mancano della narrazione in grado di far comprendere la propria identità sociale.

Il mondo sembra entrato in una fase di cambiamenti che sfuggono alla possibilità di avere delle letture sociali capaci di socializzarne il significato e indurre ad azioni collettive ragionate. Noi crediamo, in realtà, che tale impotenza emerga per i ritardi di analisi dei processi reali e delle nuove qualità che introducono nelle forme del potere.

Come in tutte le Transizioni anche le classi al comando vivono una sorta di collasso. Anche quando sembrano aumentare il loro controllo, in realtà la loro capacità di accentramento dei processi decisionali e delle ricchezze sta minando la stessa possibilità di una fuoriuscita “ordinata” della fase. I gruppi dirigenti del pianeta si prodigano a rassicurare che i loro interventi ristabiliscano un “equilibrio” che, in realtà, era il dominio del Nord del mondo sul resto dei popoli e dell’umano sulla natura, sul resto dei viventi del pianeta. Devono immettere masse monetarie immani per provare a far riprendere vita ad un sistema che è collassato dopo gli infarti del 2008 e della crisi pandemica. Nuove classi dominanti, al momento ancora intrecciate con le vecchie classi dell’era finanziario-industriale, avanzano al mondo la loro “proposta di società” con una potenza globale che non era mai stata sperimentata prima.

Il passaggio che stiamo vivendo non può essere descritto con la parola “crisi”. Questo concetto contiene al suo interno l’idea di una continuità, di un possibile ripristino, della ricerca di un nuovo “equilibrio” all’interno dello schema dato. Il passaggio storico che viviamo, invece, si configura come una vera e propria “rottura sistemica”.

Si è aperta una Transizione.

La sorte di classi sociali, stati nazionali, settori produttivi, lavori, relazioni, identità personali e la stessa evoluzione umana e delle specie viventi, sono ri-descritti dalla potenza del nuovo fare che la conoscenza ha reso disponibile. Le grandi rivoluzioni nel campo della genetica, della robotica, dell’intelligenza artificiale, delle nanotecnologie, si sommano all’incapacità del mercato capitalistico di redistribuire le ricchezze da esso prodotte e all’impatto degli effetti ambientali causati dall’industrializzazione. La stessa velocità di tali processi produce dei veri e propri “strappi” nella percezione sociale del possibile e del giusto. Le forme etico-morali depositate dalla storia nei vari contesti sociali del pianeta si sgretolano di fronte alle nuove frontiere.

I territori che emergono, però, non sono necessariamente “più avanzati” o socialmente meno discriminanti. Serve, come sempre nella storia, una lotta per mantenere aperta una prospettiva di giustizia sociale.

È una illusione che a questa Transizione la sinistra e la politica possano rispondere con semplici soluzioni di sostegno della domanda o con l’idea di una “ripresa” di questo modello economico.

Questa trasformazione mette in discussione le forme delle decisioni collettive e della politica, dello stare insieme. I grandi partiti di massa si sfaldano sotto la pressione di un cambiamento che non sono in grado di analizzare, comprendere e governare. I gruppi dirigenti delle grandi organizzazioni di massa del passato perdono la loro autorevolezza e riconoscibilità. Le stesse istituzioni statuali perdono autorità e senso nel corpo vivo delle relazioni sociali.

I cambiamenti in atto, quindi, non solo non risolvono le grandi contraddizioni sociali e politiche del passato ma stanno producendo un aggravamento delle diseguaglianze, delle ingiustizie, della distruzione dell’ambiente facendo aumentare nuove esclusioni, povertà, concentrazioni di ricchezze e di poteri.

Ma di fronte a questo scenario la sinistra in questo secolo non può riscoprirsi “luddista” sperando e lavorando per “un ritorno ai bei tempi andati” dello sfruttamento della fabbrica fordista e della società sotto il controllo del capitalismo industriale finalmente capace di mettere sotto controllo sia il capitale finanziario sia l’innovazione digitale. Quello che serve ora è un progetto consapevole di un altro mondo che è possibile organizzare partendo dai punti alti della conoscenza e delle forme relazionali raggiunte. Occorre andare Oltre, indietro si torna solo a costo di miliardi di persone a rischio di sopravvivenza.

Le implicazioni dell’incapacità a governare la transizione verso un altro modello sociale, infatti, potrebbero essere drammatiche. Il proseguimento dell’attuale modello di produzione e di consumo annuncia la concreta possibilità di una implosione del modello stesso, con la relativa crisi della stessa civiltà umana.

L’umanità non ha molto tempo: la finestra per indirizzare la vita sul pianeta in maniera diversa sta per chiudersi.

Le nuove conoscenze e le nuove acquisizioni, però, aprono ad opportunità mai conosciute. Grandi processi di condivisione, di collaborazione, di cooperazione, di consapevolezza abilitano la possibilità di produrre una Transizione verso forme di Economia del valore d’uso, annunciando la fine di secoli di egemonia del modello capitalistico di soddisfacimento dei bisogni.

Queste forme, però, necessitano di nuova teoria e di nuove pratiche politiche per diventare ipotesi generali.

La sinistra del XXI secolo esisterà solo se saprà uscire dalla fase della semplice rivendicazione di “briciole di diritti e di salario” al ciclo del capitale e praticare ciò che le nuove conoscenze diffuse consentono nella riorganizzazione della forma della produzione, del modello e della qualità consumo e nel rispetto della vita come principio fondante l’abitare il pianeta. Il riconoscimento della ricchezza e della bellezza delle diversità, una conquista ancora lontana tra gli umani, deve potersi estendere all’intero creato proprio per garantire la possibile sopravvivenza della nostra stessa specie.

La solitudine degli attivisti che sperimentano già nuove forme di produzione, di consumo, di relazione sociale e di relazione con l’ambiente, va trasformata in soggettività politica. Una nuova forma di intervento della dimensione pubblica deve poter attivare lo sviluppo di beni e servizi basati su autogestione di beni comuni e su produzioni fondate su piattaforme di condivisione di nuova generazione. Fuori dalla logica delle merci, oggi è possibile sia ridurre produzione e impatto umano sul pianeta, sia soddisfare un numero più alto di bisogni.

Lo stesso “lavoro” può iniziare a fuoriuscire dalla gabbia della condizione salariata.

Per questo non solo non rivendichiamo nessuna “neutralità” rispetto alle storie politiche del passato ma ci sentiamo e siamo assolutamente sia “di parte”, sia “generali”. Abbiamo bisogno di avere la percezione delle radici antiche che hanno i processi di lotta per la liberazione umana, ma allo stesso tempo abbiamo la necessità di una nuova pianta e di nuovi frutti. Non esistono ricette da copiare dagli scaffali, né vecchi gruppi dirigenti da ri-legittimare. Vogliamo avere radici salde nella lunga storia della lotta per la liberazione umana ma abbiamo analisi e idee nuove e all’altezza del confronto con le grandi trasformazioni del capitalismo dell’era digitale.

Intraprendere questo percorso è tanto più necessario e urgente in quanto grandi fasce popolari, del lavoro, del ceto medio e dell’intellettualità appaiono disarmate e smarrite, scoraggiate e conquistate dal neo-nazionalismo razzista delle nuove destre che le illude con ricette che ne determineranno la subalternità anche nella nuova fase storica.

Il nostro appello per un incontro di questa nuova politica è per noi un impegno di lavoro condiviso e permanente per estendere una nuova consapevolezza e una rinnovata volontà di partecipazione, organizzata e incisiva, nell’attuale transizione al fine di approdare ad una nuova e più avanzata civiltà umana.

Per questo ci vedremo a Frattocchie il 3 e 4 settembre 2021. Per informazioni e per aggiungersi ai promotori o semplicemente aderire è sufficiente scrivere a: frattocchie2021@gmail.com.

Noi sappiamo che ora il cammino del cambiamento per la liberazione umana deve e può riprendere!

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