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Per chi “esportava democrazia”

di Stefano
Galieni
Ve lo ricordate l’Afghanistan? Cinque anni dopo il ritorno a Kabul, le milizie talebane hanno gettato una cappa di silenzio in un Paese che in quasi 50 anni, ha visto alternarsi, con una sequenza crudele: guerre, repressioni, occupazioni militari di vario orientamento, false promesse, regimi oscurantisti e crudeli, per poi cadere nell’oblio. Vengono in mente due frasi, pronunciate da donne. Messaggi forti e profondi che dovrebbero almeno far riflettere. “L’Urss, con l’invasione, ci ha fatto perdere speranze nel socialismo, voi occidentali nella democrazia e ora non sappiamo trovare una nostra rotta”. La pronunciava una persona un tempo nota, che a 27 anni era in Parlamento e a 40 in clandestinità. Correva l’anno 2018. “Nel mio Paese è sceso il buio il 15 agosto”, affermava una giovane giornalista – e cara amica – riuscita a fuggire con un “volo umanitario” poco dopo la presa del potere di chi di lì a poco avrebbe distrutto quello che stava rinascendo, non solo a Kabul. L’invasione sovietica del Natale 1979, il finanziamento statunitense ai gruppi formatisi nelle madrase pakistane e tornate per imporre la peggiore rappresentazione dell’islam, le bugie occidentali di chi finse di combattere per difendere le donne e nel contempo favoriva la produzione e il traffico di oppio per trarne profitti indicibili, la cosiddetta guerra al terrorismo iniziata dopo l’11 settembre e che vide la presenza nel territorio afghano di eserciti di occupazione di diversi paesi, compreso quello italiano. E poi la fine, gli accordi di Doha, iniziati nel 2018 che si conclusero con una umiliante e concordata fuga degli statunitensi, dei tedeschi, degli italiani dal Paese e l’arrivo di milizie pronte alla vendetta e ad imporre il proprio dominio. Oggi, 5 anni dopo, la situazione umanitaria, politica, sociale è più che drammatica. Si sono ridotti gli aiuti internazionali e un popolo è lasciato quasi alla deriva: nel 2025, 22 milioni di persone, di cui 10,7 composto da donne e ragazze, avevano bisogno di assistenza essenziale, ovvero circa il 45% della popolazione. Quasi un bambino su dieci, sotto i cinque anni, soffriva di deperimento (wasting) una forma grave di malnutrizione acuta e, secondo Save the Children, nel secondo trimestre del 2026, questi dati sono peggiorati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Come se non bastasse continuano ad affluire nei pochi ospedali rimasti aperti, persone rimaste ferite a causa di violenze e conflitti – altro che sicurezza – con colpi di arma da taglio o da fuoco, schegge, esplosione di mine. I talebani dicevano di essere cambiati, di essere pronti a rispettare anche i diritti delle donne. Balle, con misure “temporanee” in vigore dalla presa del potere, è fatto divieto alle ragazze di frequentare la scuola media superiore e l’università; sono estromesse da quasi tutti i lavori pubblici e privati; subiscono limitazioni della libertà nel viaggiare, frequentare parchi ed è obbligatorio comunque muoversi solo se accompagnate da un tutore maschio (marito o parente stretto). Proseguono le lapidazioni, le incarcerazioni di chi viene ritenuto oppositore, di chi commette violazioni considerate tali dal “Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio”, un nome che forse piacerebbe tanto ai vannacciani di casa nostra. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan oggi è riconosciuto ufficialmente solo dalla Russia, mentre, per ragioni diverse, la Cina, l’India, alcuni Paesi arabi e la Germania, hanno ripreso relazioni diplomatiche affatto trasparenti. Nel 2023, Iran e Pakistan hanno cacciato gruppi consistenti di rifugiati afghani presenti nel proprio territorio per rimandarli indietro. Nell’UE, sta prevalendo una condotta ipocrita che di fatto apre le porte al riconoscimento del regime. Recentemente una delegazione talebana è stata ricevuta, a Bruxelles, in una sede non istituzionale, per definire accordi – biecamente tecnici, con i rappresentanti di 15 Stati dell’Unione, allo scopo di poter rimpatriare chi, a detta degli europei, non ha diritto ad alcun tipo di protezione, si è marchiato di reati gravi, rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Voli per Kabul sono già ripartiti – per ora non dall’Italia ovviamente presente all’incontro – ma a breve anche questo potrebbe essere considerato un “paese sicuro”. Motivo in più per far scegliere all’informazione europea, la strada del silenzio e dell’oblio. Ma qualcosa filtra. Gli studenti coranici non hanno il controllo totale del Paese. Si succedono manifestazioni, organizzate soprattutto da donne ma a cui – ed è un segnale importantissimo – partecipano anche molti uomini. Aumentano mobilitazioni, azioni di ribellione, ci si rifiuta di vivere sotto un governo che non solo è crudele ma resta corrotto e impoverisce la maggioranza delle persone. In occidente si è anche venduta la balla secondo cui, col nuovo regime – la logica dei “dittatori utili”, tanto cara a Mario Draghi, sia crollata la produzione di oppio. Ed è vero. Peccato che in pochi anni sia cresciuta a dismisura la produzione di eroina. Ma non chiudiamo parlando di un paese senza speranze. Giungono, come si diceva, segnali, forse embrioni, di mobilitazioni fondate su un’idea diversa di futuro. Che, con buona pace di chi adora il “relativismo storico”, secondo cui tutto è permesso, anche le fustigazioni o le lapidazioni per adulterio, seguono un altro percorso e cercano una propria strada per poter far sperare in un Paese libero in cui torni la luce. Ma i colori di quella luce, non si decidono sul tavolo da risiko della geopolitica né tantomeno, dal comodo della propria tastiera occidentale. Potrebbe accadere che da quegli uomini che lottano e da quelle donne che non hanno mai smesso di lottare, non per rientrare nei nostri canoni, ma perché vogliono poter decidere del proprio futuro, ci giunga una reale lezione di libertà. Non confezionata in pacchetti con su scritto “made in Usa”

Stefano Galieni

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