1.
A parlare e scrivere di PCI, entrismo, ’68 potrebbero essere anche altre persone come Silvana Barbieri, Augusto Illuminati o Luigi Vinci, che ebbero un ruolo nella svolta politico-organizzativa della IV Internazionale a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del Novecento e poi nella fine dell’entrismo e nella conseguente frattura dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari (GCR). Prima di addentrarmi nella mia ‘lettura’ di quei fatti, mi preme porre in risalto, prima ancora del ruolo politico, la funzione di animatore culturale di Livio Maitan in quanto accorto analista delle dinamiche del capitalismo nazionale e internazionale e fine traduttore ed esegeta delle opere di Trotsky. Le sue analisi, che spaziavano dalla modernizzazione dell’industria e dell’agricoltura italiani alle lotte antimperialiste e alle vicende degli Stati socialisti, dimostrano capacità intellettuali tra le più perspicaci nel mondo della sinistra, intriso negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento di ideologia del PCI. Contrastare e contestare il PCI non era impresa facile, per l’influenza sociale e la formidabile capacità di attrazione verso gli intellettuali. Il PCI era quasi una ‘società nella società’ capace di conquistare consensi anche in virtù della ‘serietà’ e ‘professionalità’ dei suoi militanti e dei suoi dirigenti, pur affondando la sua ideologia nello storicismo crociano come veicolato da Gramsci. Aderire al PCI significava compiere una ‘scelta di vita’, che afferrava l’intera persona trasformandola in un militante della nobile causa del riscatto degli oppressi, da qui la percezione di eccezionalità del PCI che suggellava la militanza politica con il timbro della virtù e del rigore morali. Quello nel PCI era un impegno totalizzante, una scelta di vita. Questa presunta superiorità legittimava lo sforzo indefesso da parte del PCI di conquistare l’egemonia sugli orientamenti del sindacato operaio, delle associazioni fossero esse femminili giovanili sportive o del tempo libero, e soprattutto delle associazioni dei partigiani e del movimento della pace. In nome della sua espansione egemonica, il PCI giustificava qualsiasi scelta politica, anche se dettata dalle contingenze e perfino quelle tra loro opposte: il suo ‘machiavellismo’, lungi dall’essere considerato opportunismo, era visto come finezza strategica.
La trasformazione del PCI da partito d’avanguardia a partito di massa, nel Secondo dopoguerra, non ne aveva tuttavia cambiato la natura elitista, che vedeva nel gruppo dirigente e nel suo Capo la guida della lotta per l’emancipazione degli oppressi, e l’elaborazione della via italiana al socialismo, per rispondere alla crisi apertasi con il XX Congresso del PCUS e con le rivelazioni degli orrori dello stalinismo, non incise sulla sua pulsione egemonica continuandosi a ritenere il Partito, con la P maiuscola, vero e unico interprete degli interessi del proletariato e degli strati popolari. Per questo il PCI non tollerava l’esistenza di forze politiche alla sua sinistra e pretendeva un atteggiamento di subalternità dai suoi alleati. Così si spiega la lotta implacabile verso le formazioni che praticavano disegni autonomi, valga per tutte il Partito d’Azione o i piccoli gruppi di dissidenza di sinistra nel PSI; al contrario, si tributavano onori a chi, soprattutto se di origine altolocate, diveniva suo membro o a chi proveniva da schieramenti avversi come i catto-comunisti. Ė in questo ambiente politico-culturale, impregnato di conformismo e di ideologismi, che si inseriva la pratica dell’entrismo, la cui base trovava una giustificazione nell’egemonia che il PCI ebbe per molti anni sui settori più politicizzati della classe operaia e dell’intellettualità progressista. L’entrismo discendeva dal presupposto secondo il quale le dinamiche interne al PCI riflettevano quelle sociali, cosicché influenzare le sue scelte avrebbe significato determinare gli orientamenti delle masse proletarie e popolari. Non sembri così improbabile questo assunto essendo lo stesso che ha portato nelle diverse fasi storiche alla costruzione delle varie correnti di sinistra sindacale nella CGIL e che è stato alla base del loro rifiuto di costruire un sindacato alternativo.
In verità, essendo questo non un presupposto logico, inviolabile, ma un giudizio di fatto, andrebbe verificato momento storico per momento storico, mentre divenne per i Gruppi comunisti rivoluzionari (GCR) un’ indiscutibile principio. In La strada percorsa, è riportata una discussione che L. Maitan ebbe nel 1964 con Raniero Panzieri sul PCI e sulla tattica da praticare nei suoi confronti (Bolsena 2002, pp. 292-95). R. Panzieri coglie, a mio avviso, nel segno quando rileva, con un giudizio di fatto, che il PCI, siamo nel 1964, non ha più un’enorme influenza sulle lotte operaie e che questa minore influenza non viene compensata dagli incrementi elettorali. R. Panzieri consiglia di non scambiare i successi elettorali con l’egemonia sociale, dato che tra di essi possono rivelarsi delle asimmetrie. Per Panzieri, sottolineo nel 1964, PCI e CGIL non esprimevano più compiutamente interessi e aspettative delle classi operaie e popolari. Se si ripercorrono le vicende del PCI negli anni Ottanta, quella chiave di lettura aiuta a mettere in luce l’asimmetria tra i suoi successi elettorali e le sconfitte operaie, e per quanto riguarda gli anni Settanta, all’epoca della strategia della tensione e della lotta armata, l’utilizzazione strumentale delle lotte operaie e dei movimenti sociali per approdare all’area di governo. Una parentesi è qui necessaria per porre in rilievo un’altra delle tante manipolazioni ideologiche. La pulsione egemonica del PCI gli consentiva di condannare come gravemente dannose per il movimento operaio le scelte compiute per esempio dal PSI nel varare i governi di centro-sinistra, nel dare il suo sostegno alla CEE e alla NATO, mentre – questa la manipolazione – anni dopo, le stesse scelte compiute dal PCI con i governi di compromesso storico e di unità nazionale con la DC, vennero giustificate in nome della salvezza e sicurezza interna e internazionale della Repubblica.
Tornando agli anni Sessanta, si può parlare, sulla scia dell’esperienza delle lotte dei metalmeccanici e delle altre categorie operaie e delle mobilitazioni antimperialiste e antifasciste, di un susseguirsi di conflitti sociali e politici contro il progetto di modernizzazione capitalistica portato avanti dal centro-sinistra. Gli operai si avvalsero della contrattazione articolata per strappare aumenti salariali e avviare la lotta contro l’organizzazione capitalistica del lavoro, gli studenti universitari cominciarono a scuotere le istituzioni accademiche contrastando la diffusa presenza fascista negli atenei, i giovani in generale scoprirono l’impegno politico con le mobilitazioni antimperialiste e con la rottura degli stereotipi comportamentali modificando gusti musicali e abbigliamento (l’espandersi in Europa della beat generation, la moda dei capelloni e della minigonna …). Una traumatica svolta fu la morte di Paolo Rossi causata da un attacco fascista all’Università di Roma il 27 aprile 1966, che diede impulso a un’ulteriore attivizzazione delle nuove generazioni. L. Maitan, con i GCR, rimaneva fondamentalmente ancorato all’entrismo, infatti polemizzò con Mario Tronti accusato di aver ridotto l’entrismo nel PCI a ‘un passivo adattamento’, al fine di ribadire tuttavia la ‘necessità di operare nell’ambito dei partiti e dei sindacati operai’ (La strada percorsa, cit., p. 295). Nei GCR si avvertiva comunque il vento del cambiamento dovuto alla diffusa conflittualità operaia e giovanile, alle mobilitazioni a sostegno del Vietnam e di Che Guevara e della sua strategia di guerriglia antimperialista – Creare due, tre, molti Vietnam, come titolava un suo pamphlet –, che portò alla costruzione di organismi e iniziative autonome dal PCI e dalla CGIL. A Milano venne costituita Falcemartello e i GCR contribuirono alle lotte operaie con piattaforme distinte e forme organizzative in rottura con le Commissioni interne alla Sit Siemens, alla Borletti, alla Pirelli; a Roma venne organizzato nel 1967 il Centro antimperialista Che Guevara, che vide la presenza di giovani senza tessere di partito e che causò la mia espulsione dal PCI e dalla FGCI, e prima, grazie anche alla nascita del periodico La Sinistra (ottobre 1966), diretta da Lucio Colletti, si costituì la Tendenza, una corrente nella FGCI che coinvolgeva non solo trotskisti. Nel dicembre del 1967, con la fine della direzione di Colletti, La Sinistra divenne settimanale accentuando la sua linea di contestazione delle politiche del PCI fino a pubblicare nel numero del 16 marzo 1968, dopo gli scontri di Valle Giulia, le istruzioni per confezionare le bottiglie molotov.
2.
Per essere entro il sommovimento sociale, operaio e giovanile, l’entrismo nel PCI e nella CGIL era ormai uno strumento spuntato, non più adeguato ai nuovi tempi, anche se bisogna riconoscere che molti dei militanti del ’68 erano aderenti ai GCR e qui si erano formati come ‘quadri politici’. Ciò costituiva un comprensibile motivo di soddisfazione per L. Maitan che nel numero di Bandiera Rossa del 1° aprile 1968 sottolineò questo lavoro di preparazione svolto dai GCR, i quali sostennero politicamente e organizzativamente il movimento studentesco e operaio, tanto che in un documento del loro Comitato Centrale giunsero alla conclusione, cui era arrivato Panzieri quattro anni prima, dell’esistenza di spazi a sinistra del PCI da occupare con iniziative autonome. Tuttavia le categorie culturali di cui disponeva il gruppo dirigente dei GCR gli impedì di cogliere le novità rappresentate dal ’68, infatti la sua analisi si concentrava sulla composizione sociale degli studenti mettendone in luce la loro ‘condizione transitoria’, la diversità della loro origine sociale e la mancanza di ‘condizionamenti di classe decisivi’, perdendo completamente di vista la valenza politico-culturale della rottura rappresentata dalle nuove ondate di lotta studentesca e operaia. Anzi in un documento pubblicato da Bandiera Rossa del 1° gennaio 1968, se ne indicavano i limiti addirittura in anticipo rispetto all’esplosione nazionale del movimento studentesco: ‘generalizzazioni frettolose’, ‘spontaneismo’, ‘settarismo’ e ‘frammentazione’. Del duplice ’68, operaio e studentesco, venivano così sottovalutati, se non proprio misconosciuti, la carica innovativa delle tematiche politico-sociali e delle forme organizzative: l’individuazione dei caratteri classisti della scuola e dei suoi metodi selettivi contro cui provocatoriamente si rivendicava il ‘sei politico’ e gli esami di gruppo; la critica dell’ideologia della meritocrazia a cui si contrapponeva l’egualitarismo; la demistificazione della neutralità della ricerca scientifica; la contestazione dell’autoritarismo nella scuola e nella famiglia e l’aspirazione a sopprimere gerarchie sociali e dispositivi di comando; la pratica della democrazia partecipata erigendo l’assemblea a sede delle decisioni collettive. Tutto questo veniva sintetizzato nel termine contestazione, la contestazione di tutto il sistema. Nelle fabbriche emerse la nuova figura dell’operaio massa, rappresentato dai giovani operai, per lo più immigrati di seconda generazione, di contro alla vecchia figura dell’operaio professionalizzato, si contestò il sistema disciplinare padronale, si praticò l’azione diretta con cortei interni, si mise al centro delle rivendicazioni l’organizzazione del lavoro e la salute, gli aumenti salariali uguali per tutti, e si eliminarono infine le Commissioni Interne sperimentando forme di rappresentanza consiliare.
Il gruppo dirigente della IV Internazionale invece di tematizzare queste nuove rivendicazioni che rompevano con la tradizione comunista, riaffermò le vecchie teorie anche se, per quanto a malincuore, decise di abbandonare la pratica dell’entrismo riconoscendo la necessità dell’azione esterna al PCI e alla CGIL. Per avere contezza di tutto questo basta leggere la relazione di L. Maitan alla Conferenza nazionale di Roma, riportata da Bandiera Rossa del 15 marzo 1969, dove – al di là dell’amarezza per la rottura dei GCR dell’anno precedente che gli dettano parole forti verso i compagni ‘diluitisi’ nel movimento (anzi ‘di aver capitolato politicamente di fronte alle tendenze volte a volte dominanti, agendo così senza una linea ..’) – si difendono con determinazione posizioni ultra-leniniste. Dice, infatti, L. Maitan: ‘credo che le teorie rivoluzionarie e l’avanguardia organizzata siano proprio un a priori. Il partito bolscevico è venuto prima della rivoluzione russa’. E aggiunge, a rafforzamento, che la teoria è ‘una generalizzazione a livello scientifico tratta da analisi condotte con metodo scientifico’, arrivando a definire la lotta rivoluzionaria come ‘una scienza’, intessuta di ‘nozioni che non possono emergere spontaneamente da nessun movimento di massa’. Si propone, con accenti estremi, la teoria dell’avanguardia politica quale espressione di un’élite illuminata che possiede la scienza della rivoluzione socialista il cui soggetto storico è sì il proletariato, inconsapevole però della meta e delle strade per giungervi. Questa non è altro che una variante di sinistra dell’elitismo, che a destra trovò espressione decenni prima in G. Mosca, W. Pareto e M. Weber, che comunque aveva trovato piena attuazione nei partiti comunisti della Terza Internazionale.
L’avanguardia rivoluzionaria, al di là dei suoi fini, è pur sempre un’élite, selezionata per altro non per le capacità di lotta ma per essere dotata di conoscenze ‘scientifiche’ necessarie a guidare masse inconsapevoli del loro ruolo storico.
La trasformazione dei partiti, di qualsiasi orientamento, in oligarchie di potere era già risultata evidente nelle ricerche storico-sociologiche di Moisei Ostrogorski, rese note in La démocratie et les partis politiques pubblicata a Parigi nel 1902, tanto più significative in quanto riferite agli albori del moderno fenomeno dei partiti, cioè allo snodo tra Ottocento e Novecento, e confermate dalle indagini in particolare sulle socialdemocrazie di Robert Michels, pubblicate in La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia: saggio sociologico del 1910 e in Zur Soziologie des Parteiwesens in der modernen Demokratie. Untersuchungen über die oligarchischen Tendenzen des Gruppenlebens del 1911. Come mai, questo l’interrogativo – pur esistendo nei primi anni del Novecento ricerche empiriche, oltre a teorie, che mettevano in luce le tendenze oligarchiche e burocratiche dei partiti moderni, divenuti in pochi anni dalla loro nascita apparati di potere, organizzazioni completamente centrate sullo Stato e orientate solo alla conquista delle sue leve di comando –, per i successivi decenni a sinistra, e purtroppo anche dopo il ’68, si è continuato a coltivare l’idea del partito quale strumento necessario per l’emancipazione degli oppressi? Come mai si è continuato ad esaltare il ruolo del partito mentre già le esperienze a cavallo del XIX e XX secolo e poi quelle dei partiti rivoluzionari in pieno Novecento dimostravano che esso, da qualsiasi ideologia guidato, è mosso solo da un Wille zur Macht, da una volontà di potere?
Un analogo paradosso si riscontra anche nella concezione della democrazia tipica delle forze e dei partiti comunisti secondo cui la massima democrazia, quella socialista, si raggiungerebbe tramite la dittatura. Si pensi che in un documento del Segretariato della IV Internazionale, pubblicato su Bandiera Rossa addirittura nel gennaio 1969, si ripete che la dittatura proletaria è rivolta solo contro gli elementi residui delle vecchie classi dirigenti e il suo ‘rigore dipenderà dall’intensità e dalle forme della loro resistenza’, e questa condizionerà la stessa estensione ‘di tutte le libertà democratiche’. Come si fa a concepire una società in cui opera una dittatura verso alcuni gruppi sociali, sia pure di minoranza, e forme di democrazia diretta per altri gruppi sociali? La risposta l’aveva data già Hans Kelsen, decenni prima e precisamente nel 1920, quando scrisse che nella democrazia sovietica il proletariato era una classe privilegiata di cittadini, l’unica a godere dei diritti civili essendo, quella sovietica, una costituzione per classi, cetuale al pari di quella dell’Antico regime.
Questa è un’obiezione a livello teorico a significare che la democrazia è tale se e solo se è un regime universale, altrimenti produce un sistema istituzionale di classi separate; in secondo luogo Kelsen, e questa è un obiezione a livello storico-empirico, constata che non essendo il proletariato in Russia la maggioranza della popolazione, i diritti politici riservati solo ad esso comportava l’instaurazione di una dittatura. Diagnosi quanto mai precisa, se non fosse che, purtroppo, non era una dittatura del proletariato quanto una dittatura sul proletariato e sull’insieme della popolazione (Hans Kelsen, Intorno alla natura e al valore della democrazia (1920), ora in Due saggi sulla democrazia in difficoltà (1920-1925),Torino 2018, pp. 50-53). Altri rilievi, di ordine teorico, Kelsen li sollevò nella sua Allgemeine Staatslehre del 1925, contestando l’illusione che una società possa mai divenire omogenea, come preteso dall’ideologia marxista in quanto solo l’armonia degli interessi renderebbe effettiva la democrazia, la quale nella società borghese divisa in classi viene ridotta a una pura farsa parlamentare. Kelsen obietta che nella maggior parte degli ambiti della vita sociale e privata le persone seguono comportamenti, interessi, visioni della vita (laiche o religiose), scelte etiche e sessuali ecc. tra loro contrastanti e tutto questo è espressione del pluralismo della società moderna, metaforicamente chiamato politeismo dei valori.
Credo che rileggere oggi l’Allgemeine Staatslehre, per altro accessibile in un’ottima traduzione italiana (Hans Kelsen, Dottrina generale dello Stato, Milano 2013), sarebbe un esercizio proficuo perché aiuterebbe ad abbandonare il dogma della sovranità popolare incarnata nello Stato, di cui si svela la natura antropomorfica di macrosoggetto, un’ipostatizzazione di una mera finzione giuridica, l’illusione che esso sia il rappresentante dell’interesse generale, e al tempo stesso le argomentazioni di Kelsen renderebbero di nuovo credibile l’idea di Marx dell’estinzione dello Stato se intesa come instaurazione della sovranità della Costituzione, che eliminerebbe alla radice le condizioni dell’esercizio del potere da parte di un singolo Capo o di una classe sociale.
3.
Posso trarre una prima conclusione: già durante le prime fasi della Rivoluzione bolscevica erano stati sviluppati argomenti utili per porre in luce le falle dell’esperimento bolscevico, e le fallacie in cui incorrevano le dottrine dell’avanguardia rivoluzionaria.
Volendo però andare avanti nell’analisi, si può rilevare che le dottrine sull’avanguardia rivoluzionaria – fondate sulla presunzione che i gruppi dirigenti siano essi e solo essi capaci di coglier il senso profondo degli eventi storici – cadono palesemente nella ‘fallacia intellettualistica’, che Josiah Ober, uno specialista dell’Atene classica del VI-IV secolo A. C., così definisce: ‘the suppositions that intellectuals are influenced only by one another’s texts and that political change .. is the direct and exclusive result of a trickle-down of thoughts generated by the educated elite. The intellectualist fallacy … reinforces the apparent ‘naturalness’ of unreflective and uncritically hierarchical models of political behaviour: ‘followers’ become powerless and mindless consumers of the notions tossed at them by their ‘leaders’’ (The Athenian Revolution, Princeton 1996, p. 132). Le masse, secondo le dottrine ‘avanguardiste’, devono adeguarsi alle parole pronunciate dai gruppi dirigenti, essendo manifesatazioni della ragione rivoluzionaria, mentre al contempo affermano che uno dei segni distintivi della rivoluzione socialista è che gli oppressi prendono direttamente parola, che essi stessi danno senso alle cose determinandone il significato, senza più ricorrere al gergo delle vecchie classi dirigenti. Le parole delle vecchie classi dirigenti sarebbero menzogna, quelle delle nuove classi dirigenti sarebbero verità. L’esperienza storica ha dimostrato che le une e le altre sono state solo menzogna.
Fausto Bertinotti, pur dichiarandosi luxemburghiano, ha provato a salvare la figura del rivoluzionario di professione, richiamandosi, pur senza citarla direttamente, alla famosa Conferenza di Max Weber del 1919, pubblicata con il titolo Politik als Beruf. Come noto, in tedesco Beruf ha un duplice significato: ‘professione’ o ‘mestiere’, e ‘vocazione’. Bertinotti, giocando sul doppio registro semantico, dice che il rivoluzionario di professione è in realtà un rivoluzionario per vocazione, che dedica la vita a una nobile intrapresa, e lo fa non per interesse personale bensì per una chiamata, la liberazione degli oppressi. Probabilmente con questo vuole sostenere che il rivoluzionario per vocazione non si separa dalle masse, evitando di cadere nella trappola dell’elitismo, appunto perché si vota, si dedica alla causa degli oppressi: sta con loro, anzi si identifica con essi. L’argomentazione di Bertinotti sembrerebbe concordare con le tesi di Max Weber, perché nel discorso tenuto in quella Conferenza, e non solo in esso, egli distingue tra chi vive di politica e chi vive per la politica, dunque il rivoluzionario per vocazione potrebbe identificarsi con chi vive per la politica. Solo che l’analisi weberiana della figura idealtipica di chi vive per la politica porta comunque alla figura leader carismatico. Senza ripercorrere il discorso di Weber nella sua interezza e complessità, visto che affronta una molteplicità di questioni anche di natura etica, il punto fondamentale ai miei fini è questo: sia chi vive di politica, sia chi vive per la politica, il politico per vocazione, mira sempre ed esclusivamente al potere: ‘Wer Politik treibt, erstrebt Macht: Macht entweder als Mittel im Dienst anderer Ziele (idealer oder egoistischer), – oder Macht ‚um ihrer selbst will‘: um das Prestigegefühl, das sie gibt, zu genießen’ – che tradotto suona: ‘chi pratica la politica, aspira al potere: potere come mezzo al servizio di altri fini (ideali o egoistici), – o potere ‘fine a sé stesso’, per godere del sentimento di prestigio, che esso dà’ (in Gesammelte Politische Schriften, Tübingen 19713, p. 507). Inoltre, Weber afferma che nell’epoca moderna con la comparsa del leader carismatico si è compiuta una svolta – eine Wendung – verso il cesarismo, che ha coinvolto l’insieme della vita politica, a destra e a sinistra. Questa diagnosi si attaglia all’insieme dei partiti e alla loro storia, anche a quelli di ispirazione comunista, starei per dire soprattutto ad essi dato che hanno sempre conosciuto, e osannato alla loro testa, ‘capi’ e ‘leaders carismatici’– dal partito bolscevico a Rifondazione comunista (si parva licet componere magnis!).
Sia pure a livello discorsivo, il richiamo a Weber non salva il rivoluzionario di professione dall’essere uno dei figli dell’elitismo. D’altra parte, il termine stesso ‘vocazione’ ci riporta a un campo semantico tipico della religione: non si diventa sacerdote o monaco per ‘vocazione’? Il sacerdote e il monaco si dedicano agli altri per ‘scelta di vita’, consolando gli oppressi e gli afflitti, guidandoli verso il paradiso, così il rivoluzionario di professione dovrebbe guidare le masse, inconsapevoli della propria condizione e del proprio destino, verso il socialismo. Ambedue sono forme di paternalismo, l’altra faccia dell’autoritarismo. Ė ormai tempo di laicizzarci, di chiamare le cose con il proprio nome: se i partiti comunisti, e rivoluzionari in generale, hanno avuto bisogno di capi, è segno che non erano democratici, e il fatto di averli osannati come guide supreme e infallibili, è indice chiaro che credevano nei loro ‘carismi’. D’altra parte il vero e proprio culto della parola, cioè la fascinazione per la retorica della ‘bella e buona parola’, appartiene alla sfera della fede religiosa piuttosto che a quella dell’azione politica. Ė tempo di prendere atto delle nuove questioni e delle nuove forme di organizzazione politico-sociale, capaci di trasformare la società dello sfruttamento capitalistico, e di abbandonare la ‘religione del libro’: occorre imparare a concettualizzare le pratiche di movimento, senza ritenere che le nuove tematiche (la differenza di genere, l’ecologia, il pacifismo..), e i nuovi modi di organizzazione – i movimenti politico-sociali – si possano innestare sui vecchi ceppi. E bisogna liberarsi di ogni forma di filosofia della storia: la storia è intessuta di contingenze e non obbedisce a leggi generali e immutabili, né è guidata da disegni provvidenziali perché il futuro è incerto. Per questo è necessario essere capaci di tematizzare contenuti e pratiche dei conflitti – di classe, di genere, ambientali – che sorgono via via nelle vicende delle lotte sociali.
4.
La seconda questione che nel 1968 aprì un conflitto deflagrante dei GCR, e in generale nel mondo comunista, fu la diversa lettura degli avvenimenti cecoslovacchi, con l’invasione e la repressione delle lotte popolari da parte dell’esercito sovietico, che misero in crisi le vecchie analisi dell’URSS e dei suoi paesi satelliti. Il PCI con la condanna dell’invasione sovietica accelerava la sua adesione al sistema sociale e politico dell’Occidente capitalistico, motivato con l’ancoraggio alla Costituzione repubblicana esaltata più che per la statuizione dei diritti fondamentali per essere stata il prodotto di un compromesso tra forze politiche diverse, dunque un primo esempio di ‘compromesso storico’ e poi con gli ideologismi dell’eurocomunismo a copertura della lenta Bad Godsberg italiana.
Nella IV Internazionale, come risulta dai documenti pubblicati da Bandiera Rossa (dal numero del 15 maggio 1968 a quello del dicembre 1970), si constata che essa è ferma all’analisi che Trotsky aveva sviluppato nel 1936. Nell’edizione del 15 maggio 1968 di Bandiera Rossa, a proposito della Cecoslovacchia si afferma che essa conserva le conquiste del 1948 – quando la ‘rivoluzione’ fu il portato di un colpo di mano sostenuto dalla potenza militare dell’Armata Rossa –, vale a dire la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e il monopolio del commercio con l’estero, cosicché la Repubblica socialista non deve tornare indietro ma solo ‘aggiungere’ alla proprietà collettiva Stato e rivoluzione, cioè la democrazia sovietica, facendo rinascere il leninismo. In un documento pubblicato il 15 gennaio 1969 si ripropone il modello tradizionale di socialismo: pianificazione sociale per la crescita delle forze produttive e il progresso tecnologico combinata con i consigli di autogestione e la dittatura contro le vecchie e residuali classi dirigenti. In breve: gli Stati socialisti venivano considerati Stati operai degenerati, per cui sarebbe stata necessaria una rivoluzione politica – non socio-economico – per tornare al socialismo della Comune e dell’Ottobre del 1917 ‘spazzando via quegli strati parassitari ostacolo alla costruzione del socialismo e alla rivoluzione socialista mondiale’ come si legge su Bandiera Rossa del 15 dicembre 1970. Infine ricordo che precedentemente, in polemica con le tesi dell’economia sovietica quale forma di capitalismo di Stato, sostenute da Avanguardia operaia, si ribadiva il carattere collettivista, perciò non capitalistico dell’URSS (Bandiera Rossa, ed. gennaio 1970). Ė indubbia nei documenti della IV Internazionale la riproposizione in pieno della formula di Trotsky (T.) de La rivoluzione tradita, scritta nel 1936, dove definisce l’URSS uno ‘Stato operaio degenerato’. Quella formula era ritenuta la più atta a cogliere le contraddizioni tra burocrazia, da una parte, e operai e popolo, dall’altra, al pari di quelle all’interno della stessa burocrazia tra i suoi vari strati e settori, ciò che rendeva possibile un suo rovesciamento per restaurare la democrazia soviettista.
Dopo decenni di pubblicazione di documenti e di scritti sul Gulag, sui lavori forzati, sul feroce sfruttamento dei lavoratori, sullo sterminio dei contadini e di intere nazionalità, sulle purghe, sull’eliminazione degli stessi comunisti (i processi di Mosca), sulla deportazione e umiliazione degli artisti, sulla repressione della vita culturale, sul terrore esercitato su scala generalizzata, sulla politica di potenza ecc., le due teorie sulla natura dell’URRS – o Stato operaio degenerato o variante del capitalismo di Stato – appaiono analiticamente deboli, perché ambedue cancellano proprio l’intreccio tra quei (mis)fatti enormi e il consenso plebiscitario di cui godeva il regime staliniano. Analizzare, infatti, il sistema staliniano vuole dire mettere al centro la compenetrazione tra oppressione politica, miseria sociale e consenso popolare che non era estorto ma prodotto da pratiche totalitarie. Una delle caratteristiche di fondo del totalitarismo è la conformazione dell’agire e del pensare delle singole persone ai dettami del regime, che vengono convinte di essere in una permanente lotta per la sopravvivenza contro nemici interni ed esterni, mentre sono impegnate a costruire la società futura. Si potrebbe obiettare che è facile ricorrere oggi alla categoria del ‘totalitarismo’ dopo che intere biblioteche sono state riempite di libri sull’argomento, dopo la vastissima memorialistica e l’apertura degli archivi resa possibile dal crollo degli Stati socialisti del 1989. Eppure se si rilegge La rivoluzione tradita, come mi ha spinto a fare Diego Giachetti per verificare se T. fosse consapevole nel 1936 dei fenomeni designati con il termine ‘totalitarismo’, si fanno scoperte di un qualche interesse. Non ripercorrerò le argomentazioni di T. in quanto ben note, né voglio affrontare la vexata quaestio della formula dello ‘Stato operaio degenerato’ e delle esigenza di una rivoluzione solamente politica, e non sociale (come prima ho già rilevato), né porre in luce i limiti di una concezione del socialismo centrata sullo sviluppo delle forze produttive e sul dominio dell’uomo sulla natura, mi interessa invece porre in luce una serie di passaggi, non pochi per altro, in cui emergono le difficoltà di dar conto dell’insieme dei fenomeni che caratterizzano il regime staliniano. Chiaramente T., pur convinto della formula ‘capitalismo di Stato’ per denotare il l’URSS, ne avverte i limiti, perché essa non esprimeva il tratto saliente dello stalinismo – l’esercizio del dominio politico mediante l’integrazione delle masse nel regime servendosi sia della coercizione sia del consenso. Scrive T. che il socialismo è la produzione pianificata per il migliore soddisfacimento dei bisogni dell’uomo, invece nell’URSS c’è la ‘socializzazione della miseria’ e che se si rafforza la dittatura si è lontani dal socialismo ( La rivoluzione tradita , cit., p. 77). T. ha ben chiaro che la burocrazia è un apparato di coercizione senza precedenti e che lo Stato sovietico lungi dal deperire diviene dispotico, e ciononostante registra la ‘partecipazione di veri socialisti entusiasti al movimento di Stakhanov’ (op. cit., pp. 69, 72, 90). Dunque T. è assolutamente consapevole dell’adesione di massa alla rigida disciplina di lavoro e della stratificazione sociale all’interno dello stesso proletariato dovuta agli incentivi per l’intensificazione del lavoro, abbelliti da finalità etiche, e per questo afferma che lo ‘Stato sovietico assume un aspetto burocratico e totalitario’ (p. 110). Proprio questo involucro totalitario, che si stende sull’intera società, rende impossibile alla popolazione opporsi alla ‘la povertà di generi di consumo’, che provoca una ‘lotta di tutti contro tutti’, repressa con interventi polizieschi: alla base del Termidoro sovietico ci sono la povertà e lo stato incolto delle masse, che richiedono le ‘forme minacciose del capo armato di un pesante bastone’ (pp. 112-13). Alla repressione si affiancano propaganda e indottrinamento tramite gli apparati politici, sindacali, istituzionali per ‘manipolare le masse umane: .. addormentarle, dividerle, indebolirle .. ingannarle per poter esercitare un potere assoluto’ (p. 168) .
T. denuncia le epurazioni di massa, i campi di concentramento e l’opera di terrore verso l’intera società da parte della Ghepeu (pp. 219-20), che hanno consentito l’instaurazione di un assolutismo ‘al di fuori delle classi’, consacrato nella nuova Costituzione staliniana del 1936 (p. 226). Lo stalinismo è un regime ‘totalitario della paura, della menzogna e dell’apologia’, e la nuova Costituzione sovietica istituisce un nuovo cesarismo e un bonapartismo plebiscitario (pp. 229-30). A questo punto T. non esita a tracciare un raffronto che farà inorridire gli aderenti a ciò che resta dei vari partiti comunisti: ‘Ad onta della profonda differenza delle loro basi sociali, lo stalinismo e il fascismo sono fenomeni simmetrici. Per molti tratti si rassomigliano in un modo schiacciante’ (p. 231).
Mi preme ribadire che esaminare un regime totalitario, in tutte le sue pieghe, è un’impresa davvero impervia, e forse addirittura impossibile richiedendo approcci molteplici difficili da ricondurre a sintesi perché la ricchezza di umanità, a cui scrittori e poeti danno espressione narrando le sofferenze patite da milioni di singoli individui, non rivive nella freddezza delle analisi economiche, sociologiche, storiche o istituzionali.
Trotsky in La rivoluzione tradita cade in una semplificazione, quando racchiude la tragica complessità della società sovietica nella formula, divenuta uno stereotipo, dello ‘Stato operaio degenerato’, mentre al contempo si rende conto delle caratteristiche totalitarie del regime staliniano. Per analizzare il regime staliniano bisogna avere presente vari piani e vari ambiti, per cogliere l’intreccio di modernizzazione industrialista, consenso e terrore a livello di massa, nazionalismo coniugato con politiche imperiali a garanzia di spazi vitali, miseria sociale e sviluppo economico che ne fanno una dittatura plebiscitaria e in cui a prevalere sono le finalità di dominio politico, all’interno e verso l’esterno.
Max Weber, un conservatore dalla mente straordinariamente acuta, quando nel 1918, dunque all’avvio dell’esperienza sovietica, cercò di dar conto del tipo di società che il gruppo dirigente bolscevico si accingeva a costruire rilevò subito che le sue scelte concrete, dietro i proclami sulla dittatura del proletariato e sulla socializzazione dei mezzi di produzione, stavano dando vita a un sistema di potere al cui centro si collocava il partito, grazie alla riduzione delle istituzioni sovietiche a cinghia di trasmissione delle sue decisioni all’intera società, con la conseguente istituzione di un apparato di dominio assoluto. A differenza della società capitalistico-borghese, sosteneva Weber, dove esiste sempre l’esigenza di raggiungere accordi di potere tra la burocrazia statale e l’imprenditoria privata, dando luogo a un instabile equilibrio tra le due forze, nel regime bolscevico la burocrazia statale e la burocrazia economica si sono fuse in un sistema analogo a quello dell’antico Egitto. Secondo Weber, anzi, si potrà rivelare anche più spietato, perché la burocrazia bolscevica avrebbe legittimato le sue scelte in nome della gestione tecnica dell’economia ‘socializzata’ quale fonte di progresso, legato ogni singolo lavoratore alla macchina produttiva spremendolo fino all’esaurimento e riducendolo a una rotella meccanica in nome del socialismo (Parlament und Regierung im neugeordneten Deutschland, 1918, in Gesammelte Politische Schriften, Tübingen 19713, pp. 332-33). La conclusione che ne traeva Weber, a differenza di Trotsky, era che la burocrazia avrebbe dominato ‘Stato ed economia’, dunque non ci sarebbe stata una separazione tra un’economia collettivizzata, ‘socializzata’, e uno Stato degenerato: si sarebbe creato uno Stato dotato di potere assoluto sull’economia e sull’insieme della società. Inoltre l’analogia con il regime dell’alto Egitto, con la riduzione a schiavitù del lavoro, stava a indicare il grado di irresistibilità del potere e di impotenza del popolo ad opporsi ad esso. Weber aveva visto lontano, e nonostante le sue inaccettabili frasi di disprezzo verso gli spartachisti, ci offre ancora oggi indicazioni preziose per l’analisi del sistema sovietico, e, avendole esposte nel 1918, toglie alibi a quanti nei decenni successivi hanno chiuso gli occhi davanti agli orrori dello stalinismo, e rimane inspiegabile che i suoi scritti non siano stati utilizzati per indagarlo e per combatterlo.
Franco Russo
19 aprile 2023