L’incontro avvenuto la scorsa settimana (14-15 maggio) tra il Presidente cinese Xi Jinping e il Presidente statunitense Donald Trump non può essere derubricato a semplice vertice bilaterale; esso segna un punto di svolta, non tanto per la risoluzione dei conflitti strutturali tra le due superpotenze, quanto per la cristallizzazione di un nuovo ordine mondiale in cui l’egemonia statunitense appare visibilmente incrinata. Ha rappresentato l’istantanea plastica di un passaggio d’epoca. In un mondo segnato dalla frammentazione geopolitica e dalla ridefinizione violenta delle sfere di influenza, i due leader si sono incontrati per gestire non una collaborazione, ma una competizione esistenziale che ridefinisce i confini del possibile per il XXI secolo. Il vertice si è svolto in un clima di pragmatismo gelido, lontano dai fasti di Mar-a-Lago del 2017 o dalla diplomazia dei panda degli anni Novanta, riflettendo la consapevolezza che il terreno di scontro si è ormai spostato su un piano strutturale, tecnologico e identitario.
Il teatro delle percezioni: l’imperatore e il negoziatore
La dinamica personale tra Xi Jinping e Donald Trump è intrisa di un simbolismo che va oltre la semplice politica estera. La percezione reciproca non è di fiducia, ma di mutuo riconoscimento di una forza che non può essere cancellata, ma solo contenuta o aggirata.
Xi Jinping si è presentato al vertice con la postura di chi guida una civiltà millenaria in fase di “rinascita nazionale”; con l’aura del leader a vita, architetto del “Sogno Cinese”, la cui percezione di sé è ormai indissolubilmente legata alla missione storica di riportare la Cina al centro del sistema internazionale. Per Xi, il potere non è solo esercizio di governo, ma una missione storica finalizzata a rimediare definitivamente al “secolo delle umiliazioni” iniziato con le guerre dell’oppio (1836-1842 e 1856-1860). La sua percezione di Trump è profondamente mutata rispetto al primo mandato del tycoon: se nel 2017 lo considerava un’anomalia del sistema, un outsider imprevedibile ma gestibile, oggi lo vede come il sintomo terminale di una democrazia liberale in crisi d’identità. Xi osserva l’America di Trump come una potenza ferita, incline alla polarizzazione interna e capace di colpi di coda protezionistici che, seppur dannosi nel breve termine, confermano agli occhi di Pechino la perdita di visione strategica globale di Washington. Per il leader cinese, Trump è un leader transazionale con cui si può negoziare il prezzo delle materie prime come la soia o i semiconduttori, ma che manca della coerenza necessaria per mantenere un ordine mondiale stabile e soprattutto che manca della visione strategica a lungo termine necessaria per arginare l’ascesa asiatica.
Dall’altro lato, Donald Trump ha approcciato l’incontro con la sua consueta retorica dell’”America First”, ma con una sfumatura diversa, più cupa e consapevole della realtà dei fatti. Se nel primo mandato l’obiettivo era correggere un deficit commerciale percepito come un furto, oggi la percezione di Trump è orientata alla gestione di un ritiro strategico ordinato (o semi-ordinato) da scenari globali che gli Stati Uniti non possono più permettersi di finanziare. Trump vede in Xi un avversario “autocratico” degno di rispetto, un uomo forte che controlla il suo popolo e la sua economia con una fermezza che il tycoon ha spesso invidiato pubblicamente. Un uomo forte con cui si possono fare accordi di spartizione delle sfere di influenza, bypassando le istituzioni multilaterali che Trump ha sempre detestato. Tuttavia, la sua percezione è dominata dal timore del sorpasso tecnologico: ogni mossa di Trump è dettata dalla necessità di dimostrare che l’America può ancora dettare le condizioni del gioco, anche se la realtà dei fatti suggerisce il contrario o almeno una parità di forze. Per Trump, l’incontro è stato un modo per vendere all’elettorato statunitense l’immagine di un’America che non si arrende, pur negoziando termini che somigliano sempre più a una coesistenza forzata tra due blocchi distinti (ossia a una spartizione paritaria del mondo).
Risultati del vertice: una tregua armata tra le macerie
Nonostante l’enfasi mediatica, i risultati tangibili del vertice sono stati modesti se paragonati alla portata della crisi globale, ma estremamente significativi sotto il profilo del “risk management”. Non c’è stata alcuna riapertura verso una globalizzazione indiscriminata, né un ritorno al libero scambio inteso come motore di pace. Al contrario, il vertice ha sancito la fine di un’era.
Il risultato più concreto e immediato è stato il ripristino pieno dei canali di comunicazione diretta tra i vertici militari. In un’epoca in cui droni e sottomarini autonomi pattugliano costantemente aree calde come lo Stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, il rischio di una “scintilla accidentale” che inneschi un conflitto nucleare è altissimo. Entrambi i leader hanno convenuto che una guerra cinetica sarebbe catastrofica per le rispettive economie. È stata stabilita una “linea rossa” digitale per evitare che cyber-attacchi alle infrastrutture critiche (reti elettriche, sistemi bancari) possano essere interpretati automaticamente come atti di guerra aperta, un segnale che la competizione si sposta nel dominio dell’ombra e dell’intelligence.
Per la prima volta, è stato avviato un tavolo permanente sull’uso bellico dell’IA. Sebbene nessuno dei due Paesi intenda rallentare la corsa al primato tecnologico, vi è la consapevolezza reciproca che un’escalation algoritmica incontrollata — dove le decisioni di lancio nucleare o di attacco preventivo potrebbero essere delegate a sistemi automatizzati — destabilizzerebbe l’equilibrio globale. Sul fronte della sicurezza interna, Pechino ha promesso nuove e più rigide restrizioni sull’esportazione dei precursori chimici del fentanyl, un’offerta fatta a Trump per aiutarlo a gestire una crisi sanitaria che è diventata un tema elettorale centrale e lacerante negli Stati Uniti.
Trump ha ottenuto promesse di acquisto di circa 200 aerei Boeing e di prodotti agricoli e gas naturale liquefatto per decine di miliardi di dollari. Questi acquisti servono a calmierare i prezzi dell’energia negli USA e a sostenere il settore agricolo del Midwest, vitale per la sua base elettorale. In cambio, Xi ha ottenuto una moratoria su alcune nuove tariffe che Washington minacciava di implementare sui prodotti tecnologici di fascia media. Si tratta però di una tregua tattica: la guerra fredda sui semiconduttori avanzati e sulla produzione di chip di ultima generazione rimane totalmente esclusa dagli accordi, segno che il disaccoppiamento tecnologico è un processo irreversibile.
In sostanza, sui temi caldi — Taiwan, restrizioni sui chip avanzati e sussidi statali cinesi — non vi è stata alcuna svolta. Il vertice ha prodotto una “tregua armata” più che una pace duratura, confermando che il disaccoppiamento (o “de-risking”) è un processo ormai irreversibile.
Il declino dell’egemonia USA: il peso di Ucraina e Iran
Il ragionamento dietro questo incontro non può prescindere dal contesto geopolitico che vede l’America impegnata in un logorante sforzo su più fronti. L’egemonia statunitense è sotto pressione a causa di due teatri critici che hanno agito da catalizzatori per l’ascesa diplomatica cinese. Il vertice si è svolto in un momento storico in cui l’architettura di sicurezza guidata dagli Stati Uniti dal 1945 mostra crepe strutturali profonde. L’egemonia americana, basata sul primato militare globale, sulla proiezione di forza e sul ruolo del dollaro come valuta di riserva, è oggi prosciugata da conflitti periferici che Washington non riesce più a governare né a concludere con successo.
La guerra in Ucraina ha agito da catalizzatore per questo declino. Il conflitto ha dimostrato i limiti della capacità produttiva industriale dell’Occidente: mentre Washington e gli alleati europei hanno faticato a fornire munizioni sufficienti a Kiev, la Russia ha convertito la propria economia al bellico, sostenuta indirettamente dalla Cina. Mentre Washington ha drenato risorse miliardarie per sostenere Kiev, la Cina è rimasta sullo sfondo, traendo vantaggio dalle forniture energetiche russe a basso costo e posizionandosi come l’unica potenza in grado di mediare un futuro cessate il fuoco.
Trump ha usato l’incontro con Xi per segnalare che la sua pazienza verso l’impegno finanziario in Europa è esaurita. Per la Cina, questa è una vittoria diplomatica senza precedenti: vedere l’America che si ritrae dal teatro europeo significa un indebolimento della NATO e, di riflesso, una maggiore libertà d’azione per Pechino in Eurasia. Xi ha giocato la carta del “grande mediatore”, suggerendo che la stabilità futura dell’Europa passerà inevitabilmente per un asse Mosca-Pechino, riducendo l’influenza di Washington a quella di una potenza regionale atlantica.
Ancor più critica è la situazione riguardante il conflitto con l’Iran. Le tensioni croniche in Medio Oriente esacerbate dall’incapacità statunitense di imporre una soluzione stabile, hanno spinto Washington a una sovraestensione militare insostenibile che ne indebolisce la presenza nell’Indo-Pacifico. Mentre gli USA sono costretti a mantenere portaerei e sistemi di difesa nel Golfo Persico per proteggere i flussi energetici e gli alleati, la Cina ha costruito una rete di relazioni pragmatica e non ideologica. Pechino acquista il petrolio iraniano, investe nelle infrastrutture saudite e media accordi storici tra potenze rivali (come il riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita).
Al vertice, Xi ha sottolineato implicitamente come l’America non sia più l’unico garante della sicurezza globale. Il messaggio è stato chiaro: laddove gli Stati Uniti portano sanzioni, portaerei, basi militari e instabilità democratica, la Cina porta investimenti, infrastrutture e “stabilità autocratica”. Questo scacco matto mette in luce come il declino egemonico statunitense sia figlio di una stanchezza strutturale: voler essere il “poliziotto del mondo” senza avere più il capitale politico o economico per sostenere l’ordine che si pretende di difendere.
L’ascesa della Cina: politica, economica e sistemica
Mentre l’America gestisce il proprio logoramento, la Cina proietta una visione di futuro che non dipende più dal consenso o dal riconoscimento occidentale. L’ascesa cinese non è più solo una questione di crescita del PIL, ma di “potere di definizione” delle regole del gioco globale. La capacità di Pechino di mantenere una posizione di neutralità pro-russa senza subire sanzioni paralizzanti, unita al suo ruolo di leader del “Sud del Mondo”, ha costretto Trump a trattare Xi come un pari grado in un sistema bipolare di fatto.
Pechino ha completato la transizione da “fabbrica del mondo” a “laboratorio del mondo”. Oggi la Cina domina le catene di approvvigionamento della transizione energetica: batterie per veicoli elettrici, pannelli solari, terre rare e infrastrutture digitali 5G. Trump è consapevole che l’arma delle tariffe è spuntata contro un sistema che ha integrato le proprie catene del valore in modo così profondo nel tessuto produttivo mondiale. Al vertice, Xi ha parlato da una posizione di forza: sa che l’economia mondiale non può disaccoppiarsi dalla Cina senza subire un’inflazione devastante e un arresto del progresso tecnologico. La Cina non sta più crescendo “dentro” il sistema statunitense, ma sta costruendo un sistema alternativo (attraverso la Belt and Road Initiative) che rende l’egemonia del dollaro e delle istituzioni di Bretton Woods sempre più contestata e meno attraente per il Sud Globale.
Attraverso i BRICS+ e la Shanghai Cooperation Organization (SCO), Pechino offre oggi un modello di sviluppo economico che prescinde dai condizionamenti sui diritti umani o sulla democrazia liberale. Molti Paesi in via di sviluppo vedono in Xi un partner più affidabile rispetto a un’America soggetta a bruschi e violenti cambi di rotta ogni quattro anni. Il vertice con Trump ha confermato che la Cina non cerca più l’integrazione nell’ordine occidentale; cerca la creazione di un ordine multipolare dove Pechino sia il centro di gravità di un’area che comprende Asia, Africa e parte dell’America Latina. L’ascesa cinese è dunque una sfida sistemica: non si tratta di chi vende più merci, ma di quale modello di civiltà e di governo governerà le infrastrutture del futuro.
La percezione europea
L’Europa ha seguito il vertice di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump con un misto di apprensione e senso di isolamento, temendo di essere ridotta a una semplice spettatrice mentre le due superpotenze ridefiniscono l’ordine mondiale. A Bruxelles e nelle principali cancellerie europee è prevalso il timore del “grande accordo”: un’intesa transazionale in cui Washington e Pechino potrebbero spartirsi sfere di influenza e mercati tecnologici a scapito degli interessi del Vecchio Continente.
Nello specifico, la percezione europea è stata dominata da tre preoccupazioni critiche:
- marginalizzazione strategica: l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha utilizzato la metafora degli “elefanti” per avvertire che i Paesi più piccoli rischiano di essere schiacciati quando le grandi potenze si avvicinano troppo, sottolineando come USA, Cina e Russia sembrino sempre più a disagio con un’Europa unita e autonoma;
- sopravvivenza industriale: si teme che un’eventuale tregua commerciale sui dazi tra USA e Cina porti Pechino a inondare il mercato europeo con l’eccesso di produzione di auto elettriche e batterie, colpendo duramente l’industria automobilistica continentale (come Stellantis).
- sicurezza e risorse: esiste il timore concreto che Trump possa negoziare l’accesso privilegiato degli USA alle terre rare cinesi o sacrificare il sostegno ai teatri critici per l’Europa (come l’Ucraina) in cambio di aiuti cinesi sul fronte iraniano.
In sintesi, l’incontro è stato interpretato dai commentatori europei come una “lezione di realismo” da parte di Xi, a ribadire che in un mondo post-unipolare le vere superpotenze sono solo due o al massimo tre e che l’Europa deve ancora decidere se essere un attore o una comparsa.
L’impatto sui mercati finanziari
I mercati finanziari hanno reagito ai risultati del vertice tra Xi Jinping e Donald Trump con profonda delusione e una marcata volatilità, scontando la mancanza di impegni concreti su dossier critici come i dazi e le restrizioni tecnologiche. Le borse europee hanno avuto la settimana in forte calo, con l’indice Stoxx 600 in ribasso dell’1,5%, trascinato dal settore tecnologico (-2,5%) e dalle perdite di listini chiave come Milano (-1,87%) e Francoforte (-2,07%).
L’instabilità è stata alimentata da diversi fattori macroeconomici e geopolitici emersi durante il summit:
- settore energetico e materie prime: il prezzo del petrolio è balzato sopra i 100 dollari al barile (con il Brent che ha sfiorato i 109-111 dollari) a causa del persistere della chiusura dello Stretto di Hormuz e delle dichiarazioni bellicose di Trump verso l’Iran, che hanno riacceso i timori di shock energetici;
- obbligazionario e inflazione: l’assenza di una risoluzione per le tensioni in Medio Oriente ha cementato le aspettative di un’inflazione strutturalmente elevata, spingendo al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato; il Treasury decennale USA è salito sopra il 4,5%, mentre in Giappone i rendimenti trentennali hanno toccato i massimi dal 1999;
- azionario cinese: i listini di Pechino e Hong Kong hanno subito perdite superiori all’1% (con il Kospi coreano in crollo del 6,1%) dopo che il vertice si è concluso senza accordi di rilievo sull’accesso al mercato e sui semiconduttori, deludendo le speranze tattiche degli analisti di Goldman Sachs e Barclays.
Nonostante una breve euforia iniziale legata al tono costruttivo dei primi colloqui, il sentiment finale degli investitori è virato verso la cautela, percependo l’incontro come un “non-evento” sistemico incapace di modificare il premio al rischio geopolitico globale.
La percezione russa
La Russia ha osservato il vertice tra Xi e Trump con un misto di distaccata attenzione e calcolo strategico, percependo l’incontro non come una minaccia, ma come un preludio necessario al proprio consolidamento diplomatico. La valutazione russa si articola su tre livelli chiave:
- Pechino come hub della diplomazia globale: Mosca riconosce che il fatto che la Cina ospiti i leader delle due principali potenze rivali (USA e Russia) in meno di una settimana conferma il ruolo centrale di Pechino come nuovo arbitro dell’ordine mondiale. La Russia non ha mostrato nervosismo per il vertice Xi-Trump, considerandolo una “gestione della tensione” tra le due maggiori economie mondiali;
- marginalizzazione dell’Occidente: analisti russi vicini al Cremlino, come Alexey Maslov, interpretano la sequenza di questi incontri come la volontà di USA, Cina e Russia di relegare l’Europa a un ruolo di semplice spettatore, concentrando le grandi decisioni energetiche e geopolitiche in un nuovo “triangolo” di potenza;
- ottimismo tattico: nonostante il clima cordiale tra Xi e Trump, Mosca è convinta che le divergenze strutturali tra Pechino e Washington (su Taiwan e alta tecnologia) restino insormontabili, lasciando ampio spazio alla Russia per proporsi come il partner strategico più affidabile e “senza limiti” della Cina.
Il Cremlino ha dichiarato di avere “aspettative molto serie” per la visita di Vladimir Putin a Pechino (19-20 maggio 2026). L’incontro ha obiettivi precisi. La Russia si aspetta di ottenere da Xi un resoconto di “prima mano” sui colloqui con Trump, in particolare riguardo alla posizione statunitense sulla guerra in Ucraina e al conflitto con l’Iran. Si discuterà della cooperazione strategica e della firma di una dichiarazione congiunta per consolidare il partenariato globale, celebrando anche il 25° anniversario del Trattato di Amicizia del 2001. Mentre la visita di Trump è stata protetta da fasto e cerimoniale, l’incontro con Putin è visto come un vertice tra “vecchi amici” finalizzato a ribadire la solidità dell’asse sino-russo contro quello che percepiscono come l’unilateralismo statunitense. Mosca punta dunque a dimostrare che, nonostante il dialogo tra Xi e Trump, la cooperazione strategica Russia-Cina rimane il pilastro fondamentale della politica estera di Pechino.
La fine dell’unipolarismo e l’inizio della coesistenza competitiva
In definitiva, l’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump della scorsa settimana non ha prodotto un nuovo ordine, ma ha certificato la fine del vecchio; non ha prodotto una nuova pace, ma ha ufficializzato la fine del “secolo americano”. I due leader hanno agito come i comandanti di due eserciti che, pur detestandosi e preparandosi al peggio, sanno di dover condividere lo stesso campo di battaglia per non perire entrambi sotto il peso di un crollo sistemico.
La percezione di un’America in ritirata, affaticata dalle guerre per procura in Ucraina e dalle tensioni croniche con l’Iran, si scontra con una Cina che, pur con le sue fragilità interne, proietta un’immagine di stabilità e ascesa inarrestabile. Trump, rappresentante di un’egemonia stanca e ripiegata su se stessa, cerca di salvare il primato nazionale attraverso un isolazionismo muscolare e accordi transazionali. Xi, architetto di un’egemonia nascente e proiettata verso l’esterno, usa il tempo a suo favore per consolidare una rete di dipendenze globali che renderanno l’America, nel lungo periodo, irrilevante in vaste aree del pianeta. Il risultato è un mondo multipolare instabile, dove la pace è garantita solo dal reciproco timore della distruzione economica e dove i conflitti in Ucraina e Medio Oriente fungono da termometri del declino occidentale.
I risultati del vertice sono la cronaca di una gestione controllata della competizione: le due potenze stanno cercando di definire i confini di un ring in cui continueranno a scontrarsi per i prossimi decenni. La sfida per il futuro non sarà più “contenere” la Cina o “ripristinare” l’unipolarismo statunitense, ma imparare l’arte difficile della coesistenza competitiva auspicata da Amitav Acharya nel suo ultimo libro (Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente, Fazi Editore, Roma 2026).
Il declino dell’egemonia statunitense non significa necessariamente il crollo degli Stati Uniti, ma certamente la fine della loro capacità di agire come poliziotto globale incontrastato. In questo scenario, il dialogo tra Xi e Trump è diventato lo strumento primario per evitare che la transizione egemonica — storicamente sempre traumatica — si trasformi in una catastrofe bellica, cercando invece un equilibrio precario basato sulla forza bruta e sulla spartizione pragmatica degli interessi in un mondo che non ha più un unico padrone a Washington.
Alessandro Scassellati