Di tanto in tanto si torna a parlare di distribuzione dei redditi, dalla quale traspaiono disuguaglianze che appaiono enormi. E lo si fa, purtroppo, solo quando l’Istat o altre fonti pubblicano nuovi dati, che ci ricordano quanto la situazione sia critica.
Ora l’Agenzia delle Entrate ha reso noti i dati delle dichiarazioni fiscali del 2025 sui redditi del 2024: il quadro non è confortante. 41 milioni e 700mila italiani hanno dichiarato un reddito complessivo di 1.076,3 miliardi di euro, che corrisponde a una media di € 25.816 a testa. Rispetto al 2020, i dichiaranti sono il 2% in più e il reddito totale è aumentato del 18.9%. Tuttavia, essendo che nei 5 anni dal 2019 al 2024 l’aumento dei prezzi – l’inflazione – è stato del 20.8%, ciò implica che il reddito reale totale è diminuito dell’1.9% e quello imponibile addirittura del 4.2%.
I titolari di reddito da lavoro – dipendente, autonomo o da impresa – sono 26,8 milioni, appena un po’ meno del totale dei lavoratori dipendenti e indipendenti risultanti all’Inps (che includono 2,2 milioni di lavoratori con contratti multipli e di pensionati che lavorano). I titolari di pensione sono 14,5 milioni. Secondo l’Istat, invece, nel 2024 gli occupati erano 23,9 milioni, il che significa che ci sono quasi 3 milioni di persone che denunciano redditi da lavoro (escludendo, tra l’altro, chi non presenta dichiarazione, avendo un reddito da lavoro inferiore a 8.500 euro) ma che all’Istat non risultano. I titolari di reddito da lavoro dipendente – oltre 24,5 milioni – dichiarano in media un reddito di € 24.011 a testa; i lavoratori autonomi – che includono artigiani e professionisti – una media di € 32.594 mentre i 2,7 milioni di titolari di redditi da impresa si fermano a una media di € 25.341. Per i pensionati, invece, il reddito medio scende a € 22.390.
Rispetto al 2019, tra i percettori di redditi da lavoro si registra un aumento di quasi 1,7 milioni di unità tra i dipendenti e un calo di circa 400mila unità tra gli indipendenti. È sorprendente, però, quanto pochi siano i contribuenti che denunciano un reddito da lavoro autonomo o da impresa (appena 3 milioni 165mila): secondo l’Istat, infatti, i lavoratori indipendenti dovrebbero essere 5 milioni e 85 mila (nel 2024). In termini reali, comunque, il reddito cala di quasi 5 punti percentuali per gli oltre 24 milioni di dipendenti, mentre aumenta del 22.6% per gli autonomi, del 6.8% per gli imprenditori e dell’1.6% per i pensionati. È un paese che si impoverisce.
I proprietari di immobili titolari di redditi da fabbricati sono più di 19,6 milioni (in aumento di 900mila unità rispetto al 2019). Se consideriamo che la popolazione stimata di età superiore ai 14 anni era nel 2024 di oltre 51,9 milioni di persone (di cui più di 3,1 milioni tra 14 e 24 anni, per lo più studenti e non occupati) e che il numero dei nuclei familiari era di 26,3 milioni (di cui il 36,2% con un solo membro), ciò significa che un buon numero di residenti in Italia vive in un’abitazione in affitto.
La distribuzione territoriale del reddito mostra che il 31.8% va alle quattro regioni del Nord-ovest, il 22.9% alle quattro regioni del Nord-est e solo il 21.4% alle sette regioni del Mezzogiorno. Come detto, in questi cinque anni il reddito reale è diminuito, gli italiani si sono impoveriti, patendo un notevole calo del potere d’acquisto. Nelle quattro macro-regioni, però, il calo è stato diversificato: dal 6.1% nel Nord-ovest al 5.6% nel Nord-est; dal 4.8% nel Mezzogiorno al drammatico crollo del 14.9% nel Centro.
Anche la distribuzione del reddito per fasce appare preoccupante. Il 35.9% dei dichiaranti ha un reddito lordo inferiore ai 15mila euro annui e il 26.7% tra i 15 e i 26mila, il che significa che il 62.7% (ovvero 26,8 milioni di persone) ha un reddito che non supera i 26mila euro lordi annui (nel Mezzogiorno la quota sale al 72.7%): una cifra davvero preoccupante, trattandosi di reddito lordo. Un reddito di 26mila euro lordi annui equivale a 2.166 euro mensili, più o meno 1.500 euro netti al mese (e questo è il “tetto” della fascia), una cifra che non consente a un individuo, specialmente se ha famiglia, di arrivare serenamente alla fine del mese. Tra questi, 6,4 milioni di persone denunciano un reddito inferiore a 5mila euro annui, una vera miseria.
Il 31.7% è nella classe “media” di reddito tra 26 e 55mila euro, appena il 5.3% ha un reddito tra i 55 e i 120mila euro e lo 0.9% (poco più di 372mila persone) supera i 120mila. Rispetto al 2019, quando ben il 72.5% aveva un reddito inferiore a 26mila euro, la distribuzione si è compattata al centro, anche perché il 95% dei dichiaranti percepisce un reddito da lavoro dipendente o da pensione e salari e stipendi sono aumentati (anche se non in misura tale da preservarne il potere d’acquisto). Le classi di reddito basso e medio basso sono pertanto ancora largamente maggioritarie, soprattutto al Sud, ed è su queste – e sulle loro retribuzioni – che andrebbe concentrata l’attenzione delle politiche economiche.
Se guardiamo alla concentrazione nelle fasce secondo il tipo di reddito, il quadro è altrettanto allarmante. Il 30.3% dei lavoratori dipendenti e il 30% dei pensionati hanno un reddito imponibile inferiore a 15mila euro (e il 10.2% dei dipendenti ne ha uno inferiore a 5mila euro). Tra i lavoratori autonomi, la quota con redditi inferiori a 15mila euro è addirittura pari al 38.2% (e il 28.1% ha redditi sotto i 5mila euro), mentre tra gli imprenditori è pari al 30.4%. Nella fascia medio-bassa (15-26mila euro) si trovano il 27.9% dei lavoratori dipendenti, il 28% dei pensionati, l’11.3% dei lavoratori autonomi e il 21.4% degli imprenditori. In compenso, nella fascia di reddito alta (sopra i 120mila euro), si trovano l’1.2% dei dipendenti, l’1.1% dei pensionati, l’11% degli autonomi e il 5.2% degli imprenditori, nonché il 16.8% dei percettori di redditi da capitale.
La distribuzione del reddito descritta da luogo, peraltro, a un indice di Gini (calcolato con dodici fasce di reddito) pari a 0.439, un valore decisamente alto.
È il quadro storico che si è ormai cronicizzato: un reddito che non cresce in termini reali, la cui distribuzione resta concentrata nelle fasce medio-basse e bassissime, particolarmente al Sud; un Mezzogiorno dove il reddito medio è inferiore del 30% rispetto a quello del Nord-ovest. Mentre la politica latita, le retribuzioni non aumentano a sufficienza, mangiate dall’inflazione. Ce ne sarebbe a iosa per farne tema di un programma di governo credibile e alternativo che guardi ai livelli delle retribuzioni, al mantenimento del potere d’acquisto e alla distribuzione, andando a incidere sulla progressività delle imposte, che ora favoriscono i ceti più ricchi.
Pier Giorgio Ardeni