Le note che seguono prendono spunto dall’articolo di Costas Lapavitsas, “A Topography of the New Dollar Imperialism”, sul numero 157 della New Left Review del febbraio di quest’anno che si rivela particolarmente utile per la completezza dell’analisi delle trasformazioni in atto.
L’obiettivo che si pone è il seguente.
“Questo saggio analizzerà invece l’imperialismo contemporaneo attraverso il primato del denaro mondiale e del potere dello stato patrimoniale, della ricchezza (balance sheets): l’organizzazione della produzione e della finanza globali attorno alla liquidità del dollaro, il controllo istituzionale dei bilanci delle banche centrali e la capacità degli Stati Uniti di definire le condizioni in cui le passività contano come denaro—un’architettura in cui la forza militare rimane il garante di ultima istanza”.
Possiamo partire dalla coda in cui si prospettano gli esiti possibili della situazione attuale.
“La configurazione attuale non indica un unico esito deterministico. Rimangono possibili tre traiettorie. Primo, un interregno prolungato in cui la gerarchia del dollaro persiste con crescenti attrito: corridoi di pagamento frammentati, politica industriale difensiva, enforcement militare e crisi periodiche instradate in gran parte attraverso gli stati patrimoniali, la situazione economico-finanziaria dei diversi soggetti. Secondo, una frammentazione gestita in cui i blocchi monetari e produttivi consolidano maggiore autonomia—zona yuan, zona euro, zona del dollaro—pur restando ancorati alla liquidità statunitense. Questo esito è altamente improbabile nelle condizioni attuali.
Terzo, una transizione contestata in cui la rivalità si riversa più direttamente nella sfera monetaria e finanziaria. Il confronto si manifesta sotto forma di pressione su punti di strozzatura, controlli tecnologici e uso aggressivo della finanza. Il punto finale è la guerra—spesso la fonte di cambiamenti sistemici nella storia del capitalismo. Il vincolo nucleare rende improbabile una guerra mondiale aperta, ma la possibilità non può essere esclusa. L’ordine monetario non può essere riorganizzato pacificamente. L’escalation già in corso—sequestro di riserve, esclusione dei pagamenti, embarghi tecnologici, logistica militarizzata e guerre per procura—non è una turbolenza temporanea, ma la fase iniziale di un conflitto più profondo.”
L’oggetto dell’analisi, specificato nel titolo, ossia la mappa e le trasformazioni del predominio del dollaro nell’economia mondiale, sempre connesso al primato tecnologico e militare, incrocia la tematica più volte trattata su queste pagine del ‘declino dell’occidente’ -di quello che viene definito occidente che comprende le principali economie capitalistiche alleate degli Stati Uniti- la fine o almeno l’inizio della fine di quel predominio come si è determinato nel secondo dopoguerra. Il cuore dell’argomentazione sul declino è l’emergere della Cina come potenza in grado di superare economicamente gli USA; assieme alla Cina le altre potenze emergenti che hanno cominciato ad aggregarsi nei cosiddetti BRICS -acronimo che nasce dai primi cinque Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa- a cui man mano si vanno aggregando altri paesi1 avendo definito un secondo livello di partecipazione i cosiddetti partner. Una aggregazione che presenta al suo interno diverse contraddizioni2. La tematica del ‘declino dell’occidente’ ha una sua accezione specifica nella retorica delle destre3 a partire dalle critiche del pensiero MAGA verso l’Europa. La seconda presidenza Trump, pur nelle sue sempre più straordinarie oscillazioni e correzioni di rotta, è motivata indubbiamente dalla necessità di rideterminare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, nel tentativo di ricostruire, rappresentare al proprio interno, gli interessi nazionali degli USA riconfigurando al contempo il proprio potere imperiale; l’analisi delle tattiche e strategie della presidenza USA, delle trasformazioni strutturali di quel paese, i percorsi e gli esiti di queste nelle trasformazioni della sua costituzione materiale, presentano straordinarie complessità. Il modo con cui la presidenza affronta le crisi-transizioni gemelle, quelle climatica e quella tecnologica digitale, ne sono una dimostrazione lampante, con la negazione della prima e la via libera allo strapotere degli oligopoli, con la gigantesca bolla finanziaria che si sta determinando nello sviluppo dell’ecosistema tecnologico dell’Intelligenza Artificiale assieme alle progressive e crescenti trasformazioni indotte in tutte le filiere economiche, della produzione e dei servizi, nei processi di produzione e condivisione della conoscenza, nel maturare delle relazioni e dello sviluppo personale, possiamo dire in sintesi nella costituzione dell’individuo sociale.
Abbiamo più volte sottolineato come la crisi/trasformazione in corso interessa tutti gli aspetti della formazione sociale globale, senza che si possano individuare oggi -ma anche nel prossimo periodo- forme di cooperazione internazionale ovvero potenze prevalenti in grado di determinarne gli andamenti complessivi. In altri termini siamo in presenza di dinamiche caotiche per le quali l’orizzonte degli eventi prevedibili è sempre più prossimo. In questo contesto i diversi partecipanti al ‘grande gioco globale’ assumono -quando ne sono in grado e ne hanno le risorse- diverse strategie; evidente la differenza tra la postura del governo USA e quella cinese, dove la seconda si pone e si propone come elemento stabilizzatore, mentre la prima si qualifica per il contributo all’apertura di punti di crisi, con conseguenza sempre più rilevanti sul piano interno. Vedi a questo proposito la contraddizione tra i guadagni delle corporation dell’energia, nella crisi energetica indotta dalla chiusura dello stretto di Hormuz, ed il raddoppio del prezzo dei carburanti per gli automobilisti statunitensi. L’esito dell’incontro tra Trump e Xi Jinping, analizzato in questo numero della rivista da Alessandro Scassellati nel suo articolo fornisce una istantanea delle diverse strategie. Gli accordi Russia-Cina, la sempre maggior dipendenza della prima dalla seconda ne sono una ulteriore dimostrazione.
Come dice Costas Lapavitsas in conclusione del suo articolo, l’ordine monetario non può essere riorganizzato pacificamente. L’escalation già in corso—sequestro di riserve, esclusione dei pagamenti, embarghi tecnologici, logistica militarizzata e guerre per procura—non è una turbolenza temporanea, ma la fase iniziale di un conflitto più profondo.
Come ben sappiamo i rapporti di forza nel mercato monetario globale costituiscono un vero e proprio architrave del sistema economico mondiale. Il ruolo del dollaro come moneta dominante è ciò che ha permesso la crescita del debito pubblico statunitense, che sotto Trump sta toccando nuove vette con un incremento straordinario delle spese militari. Semplificando i titoli di debito dell’amministrazione Usa i Treasury Bills, di credito nei suoi confronti, i dollari garantiti dalla FED in possesso di titolari non residenti rappresentano mezzi di pagamento e forme di tesaurizzazione nel mercato globale. Il dominio nel mercato monetario e finanziario si fonda anche sul controllo delle istituzioni che ne regolamentano il funzionamento, nei dispositivi che ne governano i flussi e gli scambi. Un insieme di dispositivi che nello sconquasso che ha investito la globalizzazione che abbiamo conosciuto nei decenni passati, continuano ad operare necessariamente dovendo produrre le reciproche garanzie di chi opera sui mercati, sia pure entro una fortissima gerarchizzazione.
L’articolo in proposito afferma quanto segue, sempre procedendo dalla fine verso l’inizio dell’articolo.
“Il vecchio ordine persiste attraverso l’inerzia istituzionale e il dominio monetario anche mentre le fondamenta produttive del potere americano si erodono e i sfidanti si rafforzano. Non esiste un complesso istituzionale rivale con portata comparabile. La gerarchia è incorporata nella legge, negli standard e negli impegni di bilancio, ed è resistente alla rinegoziazione.
Questo blocco strutturale rende pericoloso l’attuale confronto; Il rischio emerge proprio dallo stallo. I soggetti che lo contestano hanno raggiunto sufficiente capacità produttiva e militare per resistere alla subordinazione, ma mancano del potere monetario e istituzionale per riscrivere le regole. L’egemone mantiene il dominio mondiale del denaro, ma affronta una degradazione della primazia produttiva e una limitata libertà militare d’azione.”
“Esiste un divario crescente tra portata monetaria e applicabilità militare. La coercizione finanziaria può essere applicata più ampiamente del potere militare. Le guerre commerciali, i dazi, i controlli sulle esportazioni e lo screening degli investimenti costituiscono gli strumenti più miti della contestazione egemonica. Sanzioni, sequestri di riserve e esclusione dal compenso di dollari o dalle tecnologie critiche hanno un prezzo più pesante.
Oggi gli Stati Uniti mantengono sanzioni o misure di controllo delle esportazioni contro ben oltre cento paesi, incluse diverse grandi economie emergenti, portando una quota sostanziale della produzione mondiale sotto qualche forma di restrizione. Le sanzioni penetrano sia nelle catene produttive che nei circuiti finanziari, limitando l’accesso a tecnologie, componenti, canali di pagamento e liquidità in dollari.”
IMF COFER data (October 2025) shows that the euro’s share of allocated official reserves has never exceeded 25 per cent and stood at around 20 per cent in 2025. The ecb provides no global liquidity facilities, and euro-area sovereign debt does not function as international collateral. The eurozone still lacks a fiscal union or a unified lender of last resort for sovereign debt. European states do not possess the coercive monetary infrastructure that sustains dollar dominance.
“I dati COFER del FMI (ottobre 2025) mostrano che la quota dell’euro nelle riserve ufficiali allocate non ha mai superato il 25 per cento ed è stata intorno al 20 per cento nel 2025. La BCE non fornisce facilitazioni di liquidità globale e il debito sovrano dell’area euro non funge da garanzia internazionale. L’eurozona manca ancora di un’unione fiscale o di un istituto unificato di ultima istanza per il debito sovrano. Gli stati europei non possiedono l’infrastruttura monetaria coercitiva che sostiene il dominio del dollaro. (…)
Il Giappone occupa una posizione analoga: nonostante la sua base manifatturiera avanzata, lo yen rappresenta meno del 4 per cento delle riserve globali e non svolge un ruolo internazionale significativo.”
A proposito del ruolo della Cina.
“Nel 2024, la Cina ha rappresentato quasi il 30 per cento del valore aggiunto manifatturiero globale e il 15 per cento delle esportazioni mondiali di merci, rispetto a circa il 10 e il 9 per cento degli Stati Uniti. Le imprese statali dominano i settori strategici, mentre la Cina ha costruito istituzioni parallele che in parte bypassano le strutture multilaterali guidate dagli Stati Uniti: l’Iniziativa Belt and Road e la Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture. Eppure la capacità monetaria della Cina rimane fortemente limitata.
Il renminbi rappresentava meno del 3 per cento delle riserve globali e dei pagamenti transfrontalieri assegnati a metà 2025. Circa la metà del commercio mondiale è fatturata in dollari, mentre meno del 5 per cento è in renminbi. Il debito pubblico cinese non funziona come garanzia globale e la Banca Popolare Cinese non fornisce alcun supporto di liquidità per i mercati internazionali. I bilanci cinesi — sia quelli delle grandi imprese che delle banche — sono inseriti in strutture monetarie denominate in dollari, mentre i controlli sui capitali che salvaguardano la stabilità interna bloccano la piena convertibilità del renminbi e la sua emergenza come asset globale liquido.”
L’analisi nel suo procedere non può che partire dall’intreccio tra i circuiti produttivi e quelli finanziari, a partire dalla libertà e dalla autonomia di quella merce particolare che è il denaro.
“Il capitale produttivo e finanziario differiscono strutturalmente. Il primo è legato a condizioni di produzione rigide, tra cui manodopera qualificata, capitale fisso, energia, logistica e i limiti fisici del tempo e della tecnologia. La finanza organizza liquidità, trasformazione delle scadenze e credito sotto un’infrastruttura istituzionale e legale che le conferisce un’elasticità molto maggiore. Un hedge fund può gestire un miliardo o un trilione di dollari dalle stesse stanze a Mayfair; Un impianto a semiconduttori non può raddoppiare la produzione senza anni di investimenti.”
Sotto questo aspetto il ciclo produttivo, economico e finanziario che si è aperto con l’esplosione dell’ecosistema dell’Intelligenza Artificiale costituisce assieme una conferma ed una novità. Una conferma per la materialità dei processi che si sono attivati con lo sviluppo esponenziale dei data center, della circolarità degli investimenti reciproci tra i protagonisti del settore, il ridotto valore dei profitti a fronte degli investimenti e della esplosione dei valori borsistici.
“La redditività della produzione multinazionale è inseparabile dalla disponibilità globale di finanza, che a sua volta dipende dal regime di liquidità governato dal dollaro. Le rigidità delle catene produttive globali sono mediate da un sistema finanziario elastico, mentre l’interazione tra i due è articolata attraverso meccanismi monetari mondiali ancorati allo stato egemonico. I dati Orbis per le più grandi aziende manifatturiere mostrano una disponibilità di liquidità che supera di gran lunga il prestito a breve termine.
Le principali società ora detengono ampie riserve di liquidità, mentre il credito bancario è stato ridotto a uno strumento marginale e contingente. La maggior parte del capitale circolante e degli investimenti proviene dall’emissione di utili non ritenuti e titoli, mantenendo i prestiti bancari come backstop. Eppure queste aziende restano legate alle banche per gli elementi essenziali del denaro mondiale, inclusi depositi sicuri, pagamenti transfrontalieri, canali bancari corrispondenti e accesso al sistema di regolamentazione del dollaro.” (…)
Il rapporto centro periferia, la gerarchia dei sistemi produttivi e delle catene di fornitura è un fattore fondante.
“I collegamenti più densi e tecnologicamente complessi si trovano tra le economie centrali; I legami centro–periferia sono estesi e in crescita, ma rimangono secondari. La geografia degli investimenti diretti esteri riflette questo schema: gli afflussi di IDE nel 2023 sono ammontati a circa 1,3 trilioni di dollari, con le economie in via di sviluppo che hanno preso poco meno della metà ma la maggior parte dei progetti greenfield destinata ai paesi sviluppati.17 Le azioni azionarie sono più sbilanciate: le azioni di investimenti diretti in ingresso hanno raggiunto circa 49 trilioni di dollari nel 2023, di cui le economie sviluppate detengono poco più di tre quinti e solo gli Stati Uniti rappresentano poco più di un quarto”.
“Il coordinamento ricade tipicamente su una multinazionale leader che integra affiliati, fornitori, partner e clienti. Le aziende leader avviano nuovi prodotti, modellano il dispiegamento della manodopera, controllano il trasferimento di tecnologie, gestiscono la logistica e concentrano i profitti. Manipolano inoltre le convenzioni di prezzo e i termini di credito per disciplinare i fornitori, stabilendo condizioni di credito commerciale e determinando l’accesso alla liquidità nei mercati finanziari. Attraverso questi meccanismi, vincolano fornitori formalmente indipendenti alla catena.
L’impresa che coordina si trova in una posizione privilegiata per estrarre rendimenti: il transfer pricing sposta i profitti dichiarati verso giurisdizioni a bassa tassazione; le tariffe per i servizi di proprietà intellettuale e gestione prelevano le rendite sugli asset immateriali; il debito interno e i pagamenti degli interessi reindirizzano i flussi di cassa all’interno della struttura societaria. Le società lead applicano la fatturazione del dollaro in profondità nelle loro reti.”
“Circa la metà dei pagamenti transfrontalieri gestiti da Swift, il meccanismo internazionale di regolamento bancario, sono regolati in dollari—più vicini ai tre quinti, escludendo i flussi intra-area euro; Circa il 55 per cento delle richieste bancarie internazionali e in valuta estera e il 60 per cento delle passività sono denominate in dollari. Queste strutture monetarie superano di gran lunga la quota statunitense della produzione globale.”
“L’interdipendenza tra circuiti produttivi e finanziari conferisce al dollaro un enorme vantaggio. La scarsità di dollari diventa una leva diretta del potere. I bilanci delle 500 maggiori aziende manifatturiere riflettono questa struttura, come mostrato nella Tabella che cattura i vincoli aggregati sulla scadenza e liquidità del finanziamento all’inizio della distribuzione aziendale. Le imprese statunitensi rappresentano il 32 per cento del campione globale ma detengono più della metà di tutto il debito a lungo termine e quasi il 39 per cento del totale di cassa, mentre si affidano poco al credito a breve termine.
Le imprese cinesi, al contrario, rappresentano oltre il 20 per cento del campione ma detengono solo il 6,5 per cento del debito a lungo termine, pur avendo una quota sproporzionatamente alta di prestiti a breve termine. India e Brasile mostrano schemi simili. Queste sono le condizioni disponibili per le imprese che operano sotto uno stato che emette moneta mondiale, e i vincoli affrontati da quelle i cui stati non lo fanno. Il denaro mondiale determina quali bilanci possono essere stabilizzati nei momenti di stress, stabilendo i limiti delle strutture di scadenza e liquidità amabili in tempi normali.”
L’articolo prosegue analizzando ancor più in profondità, la struttura dei mercati la gerarchizzazione dell’accesso al credito e dei suoi costi, in un contesto globale in cui nuovi protagonisti si affacciano a livello statutale e delle imprese, motivando il carattere di instabilità del mercato mondiale, della formazione sociale globale come noi la definiamo. Questo come altri articoli contribuiscono a delineare con maggior profondità ed estensione dell’analisi i caratteri della complessità e dell’instabilità strutturale del mondo in cui viviamo, rafforzando l’avvertenza a non crogiolarsi in analisi definitive che pretendono di descrivere gli accadimenti dei decenni a venire, così come emerge la necessità di seguire le dinamiche con cui si evolve questa realtà globale così instabile o meglio metastabile.
Le cronache ci parlano di una nuova epidemia di una variante del virus dell’Ebola in Africa, senza che emerga il pericolo di una pandemia ma con la possibilità di uno sviluppo di una epidemia in diversi paesi africani e non solo. I lavori della Organizzazione Mondiale della Sanità avvertono sullo stato di salute delle popolazioni, connesse a quelle degli ecosistemi e sotto gli effetti del riscaldamento globale e delle crisi climatiche indotte nelle diverse regioni del globo.
La costruzione di una via d’uscita da queste crisi globali, da dinamiche che non fanno che aggravare le disuguaglianze sociali, la qualità della vita le possibilità stesse di sopravvivenza di intere popolazioni, è una necessità, un compito ineludibile che riecheggia quanto fu detto e cioè che ‘non abbiamo da pere che le nostre catene’ che nel frattempo avvolgono e sono penetrate sempre più profondamente nelle nostre esistenze.
Roberto Rosso
- https://legrandcontinent.eu/it/2025/01/02/i-brics-si-espandono-il-gruppo-rappresenta-ora-il-51-della-popolazione-e-il-40-del-pil-mondiale/.[↩]
- https://www.rainews.it/articoli/2026/05/brics-vertice-senza-conclusioni-sul-medio-oriente-non-ce-accordo-e60a1679-8909-4492-9f89-fc177e33b521.html.[↩]
- https://www.micromega.net/declino-occidente.[↩]