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Dalla guerra mondiale a pezzi alla militarizzazione della scuola

di Marco
Bizzoni

Mentre l’Europa e il Medio Oriente bruciano sotto il fuoco di conflitti innescati dall’imperialismo statunitense e dalle politiche di potenza della Russia, si assiste progressivamente nella percezione dei cittadini al ritorno della guerra, come orizzonte esistenziale “naturale”, percezione alimentata e fomentata anche da un Governo che dichiara tranquillamente che se vuoi la pace devi preparare la guerra, con il corollario mediatico che supporta questa tesi affermando che certi Stati oggi comprendono solo il linguaggio della forza, con buona pace dell’articolo 11 della Costituzione. In questo fosco scenario globale, la Scuola Pubblica Statale viene progressivamente invischiata nel complessivo processo di militarizzazione della società e rischia di divenire lo strumento privilegiato per costruire un “senso comune” funzionale al complesso militare-industriale. Da una parte il Ministro Valditara sta operando una vera e propria Restaurazione che mira a ridurre lo studio da diritto universale a merce settoriale; tra gli ultimi atti di questo percorso la riforma degli istituti tecnici. Dall’altra il Governo finanzia l’industria bellica, per arrivare al 5% di spesa bellica concordato in ambito NATO, tagliando risorse ai servizi e all’istruzione pubblica. I dati di PeaceLink confermano un travaso di risorse eticamente insostenibile: si sottraggono fondi al welfare e alla scuola pubblica per finanziare nuovi sistemi d’arma. Una scelta ideologica del Governo che indica ai cittadini quale sia la priorità dello Stato, non è la cura, la salute, la cultura o l’emancipazione dei cittadini, ma la preparazione alla guerra.

Ogni occasione è ormai buona per l’ingresso a scuola delle forze armate, direttamente o indirettamente attraverso le Associazioni d’Arma, delle Forze dell’Ordine e dei manager delle aziende del comparto militare-industriale. Si assiste a una progressiva occupazione, ideologica e fisica, degli spazi educativi da parte di militari che nelle scuole promuovono, in modo più o meno esplicito, la cultura dell’arruolamento. Lo fanno puntando su soggetti che, non avendo ancora completato la propria maturazione critica, risultano maggiormente esposti alla fascinazione della divisa e a una retorica valoriale spesso fuorviante. . A questa invadenza si somma quella delle forze di polizia, che travalicano sistematicamente le proprie competenze in ambito formativo, quello di spiegare i reati in cui i ragazzi possano incorrere nell’utilizzo della rete web e dei social, per divenire esperti tout court di bullismo, educazione alla legalità, prevenzione delle dipendenze etc. confondendo in un’unica prospettiva securitaria questioni che possono e devono essere affrontati da esperti civili: psicologi, sociologi, educatori, pedagogisti.  Si dimentica, o si finge di ignorare, che il compito istituzionale delle forze dell’ordine non è educare, ma prevenire e reprimere i reati. Il “Cavallo di Troia” di questa penetrazione ideologica è il “Protocollo d’Intesa” stipulato tra il Ministero dell’Istruzione e il Ministero della Difesa. Attraverso cui si incentivano e normalizzano, indipendentemente dal ciclo scolastico di appartenenza, le visite scolastiche delle scolaresche alle diverse strutture militari presenti sui territori: caserme, installazioni radar, porti e poligoni militari. Ancor di più ciò avviene nei segmenti scolastici che dovrebbero essere orientanti verso gli studi, scuola secondaria di I° , o verso la futura professione, scuole secondarie di II°. Non è quindi un caso che a Civitavecchia, delle classi del liceo scientifico, siano state portate in visita scolastica al Com.V.I.E, Comando valutazione e innovazione dell’esercito, cioè nel centro di addestramento del personale militare preposto alle operazioni fuori dal territorio nazionale. Non è un caso che tra le attività illustrate agli studenti vi sia la sperimentazione di nuove tecnologie belliche, inclusi droni, robot e sistemi automatizzati. Non è un caso che la Marina Militare promuova il progetto “Visita le nostre navi”: invitando le scuole a scoprire le basi navali , presentando un programma dove esalta le doti di leadership e addestramento. Non è un caso che a Niscemi, città devastata e militarizzata, i carabinieri entrino negli istituti superiori per sviluppare corsi educativi sul disagio giovanile e perfino per percorsi sensoriali interattivi o che a Pontedera, la palestra di un Istituto Comprensivo sia stati concesso per selezionare istruttori della “Ginnastica Dinamica Militare Italiana”. Una disciplina il cui metodo, apertamente dichiarato, afferma che “non esiste il singolo o l’individuo: esiste un gruppo”, a cui gli ordini sono impartiti per forgiare “futuri guerrieri”, in netto contrasto con un’educazione volta a formare cittadini critici.

L’apice di questa pericolosa deriva etica si tocca quando l’alternanza scuola-lavoro (PCTO) viene svolta all’interno di basi militari operative, e persino in basi NATO come Sigonella o Solbiate Olona. I PCTO si trasformano così in percorsi di asservimento in cui i giovani vengono esposti alla propaganda bellica mascherata da opportunità formativa. I PCTO che forniscono manodopera a costo zero, non sono più ipocritamente utilizzati solo a far comprendere il mercato del lavoro ai ragazzi, addestrandoli allo sfruttamento e alla precarietà, ma anche per promuovere tra i giovani la cultura militarista.

Il processo di militarizzazione delle scuole si avvale anche del marketing e della seduzione tecnologica per sviluppare programmi di Edutainment, istruzione e divertimento. Un esempio aberrante è l’iniziativa “School Days 2026” presso il parco divertimenti MagicLand, che si vanta di trasformarsi nella “Scuola senza Pareti” più grande d’Italia. In questo contesto, le Forze Armate e le Forze dell’Ordine allestiscono villaggi tematici. Vedere bambini arrampicarsi su macchine di morte in un contesto ludico opera la consueta scissione cognitiva “normalmente” provocata dai videogame: la violenza, depurata dal sangue e dal dolore, diventa “gioco”, attuando una nuova e terribile banalizzazione del Male, addestrando bambini e ragazzi all’insensibilità verso la sofferenza dell’altro e inserendo nella loro percezione, non più solo digitale o video, ma della realtà quotidiana, che l’uso della violenza è una banale normalità della vita. Portare le scolaresche in questa gigantesca operazione di marketing bellico non è orientamento, ma mero addestramento all’ordine costituito, alla gerarchia, all’ubbidienza, al consenso. Poiché in certe attività e certi momenti non vi può essere riflessione critica, che però gli adulti non dimenticano e, successivamente, quando si può ripristinano chiedendo conto di ciò che hanno dovuto fare se non convinti se sia giusto. Ma ai ragazzi ed ai bambini esposti alle simulazioni di azioni, belliche o di polizia, resta solo la prima parte, quella dell’uomo macchina che agisce senza, apparente, riflessione, per ottenere il risultato dell’arresto o della cattura, per non dire altro, del “nemico”.

Mentre i giovani vengono orientati alla normalità delle attività belliche attraverso i PCTO, addestrati alla guerra con i videogiochi o con le simulazioni nelle “visite didattiche” ai parchi giochi. All’interno della scuola secondaria di II° si sviluppano campagne di “informazione” (arruolamento) sull’accesso alle scuole e accademie militari e nello stesso tempo, soprattutto nelle scuole in contesti economicamente difficili, il sapere viene espropriato e subordinato agli interessi delle industrie degli armamenti. Non è certo per motivi filantropici che la Leonardo Spa, azienda produttrice di armi, sta progressivamente penetrando nel mondo della pubblica istruzione attraverso progetti incentrati sulle discipline STEM, promuovendo un orientamento tecnico-scientifico con un marcato outlook sul settore militare. Così, come ci riporta “Il Fatto Quotidiano” il 5 marzo 2026 all’anteprima ufficiale del festival “Demarcazioni”, l’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, si è rivolto ai giovani ricercatori e studenti che lo ascoltavano affermando che: «La pace non è gratuita» e davanti al «cattivo, che c’è sempre, bisogna esser pronti a sparare». L’obiettivo è chiaro, plasmare i programmi educativi sulle finalità aziendali, veicolando l’ideologia del riarmo nelle menti dei giovani attraverso la copertura istituzionale.

Queste dinamiche si intrecciano perfettamente con la riforma della filiera tecnologico-professionale (il famigerato “modello 4+2”) voluta da Valditara o il liceo quadriennale. La riduzione del tempo di studio, taglia la maturazione dei saperi critici e trasforma la scuola in un centro di addestramento per le necessità immediate delle imprese e delle forze armate. Accorciare il percorso scolastico significa negare all’adolescente il tempo della maturazione, producendo lavoratori docili ed esecutori passivi, incapaci di opporsi allo sfruttamento e alle logiche di guerra.

La scuola democratica, quella della Costituzione Repubblicana e antifascista, non può restare inerte a fronte di questi processi, ma attivarsi proprio a partire dell’Articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra, non come atto di debolezza, ma come massima espressione di una civiltà matura. Tuttavia, come ammoniva Calamandrei,  «La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.» E’ proprio in queste parole che emerge il compito della scuola democratica. Costruire quei cittadini sulle cui gambe possa camminare la Costituzione verso le promesse che esprime. Non si rispetta l’art. 11 semplicemente scrivendo o urlando NO alla Guerra! Lo si rispetta se la scuola, assumendo un atteggiamento di realismo radicale, si immerge con le sue discipline all’interno di un orizzonte culturale in cui la pace non sia semplicemente il momento dell’assenza di guerra, ma un processo di educazione permanente. Un processo in cui la pace non sia intesa come insegnamento di un’utopia, un auspicio da anime belle, una scontata ovvietà da ripiegare e mettere in cantina ai primi scossoni bellici, ma e una stringente e concreta urgenza civile da costruire e ricostruire, giorno per giorno, generazione per generazione.

Se ai suoi tempi, Don Milani, con il libello civile “L’obbedienza non è più una virtù”, in difesa dell’obiezione di coscienza, ha dovuto decostruire la retorica del concetto fascista di obbedienza cieca (credere, obbedire combattere), che in quel momento ancora permeava settori della società e della cultura, per poter affermare il principio del dovere morale di disobbedire a leggi ingiuste per il bene della comunità . Oggi, in una società in cui la cultura della Costituzione, sebbene sia ancora in costruzione e malgrado i molti nemici che cercano di manometterla, permea molte sfere della vita civile e politica, è necessario attivare un nuovo rovesciamento del discorso. L’obbedienza al dettato costituzionale e alle leggi della Repubblica consentono e impongono alle istituzioni scolastiche l’attivazione dell’educazione alla pace. Un’educazione che è radicalmente incompatibile con le visite guidate presso basi militari, l’alternanza scuola-lavoro in installazioni NATO, i protocolli che delegano compiti educativi alle forze armate. Non si promuove la cultura della pace se si appaltano gli spazi educativi a logiche marziali o ai mercanti di cannoni La costruzione della pace è una pratica attiva che sostituisce la logica del dominio con quella della solidarietà, per far ciò è necessario che le nostre scuole inizino a disertare la guerra. Maria Montessori indicava nella competizione l’embrione della guerra. Se continuiamo a valutare gli individui in base al superamento dell’altro, stiamo formando contendenti, non cittadini. Formare cittadini e costruire la pace sono le due facce della stessa medaglia, non si può avere un aspetto senza l’altro. Per questo il lascito ideale della nostra Costituzione, che in molti vorrebbero cambiare, è: se vuoi la pace prepara la pace.

Marco Bizzoni

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