Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo

di Cinzia
Sciuto

La premessa di carattere generale da cui muove questo lavoro è che oggi in Europa viviamo in società sempre più complesse dal punto di vista etnico, religioso e culturale. Si tratta di una situazione determinata in parte dai fenomeni migratori che caratterizzano la nostra epoca, in parte dalla generale perdita di un orizzonte culturale compatto all’interno di una stessa comunità politica.

In altri termini, le nostre società diventano sempre più complesse certamente grazie all’iniezione di contributi culturali che vengono da fuori, ma anche a causa delle spinte centrifughe interne che caratterizzano le società liquide.

Si tratta di un dato di fatto rispetto al quale si possono avere tre atteggiamenti diversi: 1) considerarlo un disvalore in sé, e dunque auspicare un ritorno a comunità il più omogenee possibile (ammesso che siano mai esistite comunità di una certa grandezza davvero omogenee), il che conduce per direttissima – e per coerenza – a politiche identitarie antidemocratiche e di estrema destra; 2) considerarlo un valore in sé e confidare in una “mano invisibile” che con il tempo armonizzerà questo amalgama (un atteggiamento fideistico, al limite del superstizioso); 3) considerarlo un fenomeno fortemente ambivalente, senza una intrinseca razionalità, privo di una finalità propria, di un valore o disvalore in sé, un fenomeno sociale e umano che, in quanto tale, va analizzato, compreso e gestito con spirito critico e sulla scorta di una visione politica forte.

Quest’ultimo è l’unico atteggiamento che, a nostro parere, si attaglia a una prospettiva democratica e progressista.

Alla premessa fattuale, dunque, se ne affianca una di valore, una precisa prospettiva etico-politica. Quel che tenteremo di argomentare nelle pagine che seguono è perché, posti quel dato di fatto e quella prospettiva etico-politica, l’atteggiamento più proficuo che uno Stato democratico e liberale possa assumere di fronte a questa complessità è quello di una rigorosa laicità.

Al contrario di quello che sostiene Habermas, secondo il quale “in società complesse la cittadinanza non può essere tenuta insieme da un consenso sostantivo su valori ma solo da un consenso sulle procedure per una attuazione legittima delle leggi e per l’esercizio legittimo del potere”, 2 è proprio in società complesse che a nostro parere è indispensabile individuare un nucleo, magari piccolo ma molto solido, di valori sostantivi di riferimento, un nucleo al cui centro – come cercheremo di mostrare – non possono che esserci i diritti umani fondamentali e la laicità.

È importante sottolineare la prospettiva etico-politica, dunque normativa, che anima questo lavoro. Troppo spesso, infatti, nel dibattito pubblico contemporaneo l’approccio normativo viene trascurato in favore di uno sguardo che si presume descrittivo, sociologico, che pretenderebbe di essere neutrale. Rinunciare all’approccio normativo significa, però, rinunciare alla politica e farsi semplicemente trascinare dagli eventi, come se la storia fosse già tutta scritta.

Per esemplificare questo rischio, leggiamo cosa scrive il politologo francese e grande esperto di islam Olivier Roy a proposito dei matrimoni forzati, una realtà che, purtroppo, si sta nuovamente diffondendo anche in Europa: “La stampa parla costantemente di matrimoni ‘forzati’, ma la maggior parte di questi matrimoni non sono ‘forzati’ ma sono ‘combinati’, nel senso che la ragazza accetta di entrare in questo gioco”,  come se la mera mancanza di una costrizione fisica fosse sufficiente a eliminarne il carattere coercitivo. Osservare le dinamiche fattuali con cui questi matrimoni vengono realizzati – esercizio ovviamente indispensabile a conoscere il fenomeno – non può sostituire la valutazione etico-politica: un matrimonio è “forzato” non solo nei rari casi in cui ci sia coercizione fisica, ma in tutti quelli in cui la volontà di chi sta per contrarlo è ignorata, soffocata, sottomessa, oppressa, o anche solo fortemente plagiata. E, nel caso delle cosiddette “spose bambine”, sono forzati sempre, per definizione, persino in presenza di un eventuale esplicito consenso che, data l’età della sposa – quindici, tredici, talvolta persino undici anni –, non si può affatto presumere davvero libero. Sono mille i motivi per cui una ragazza, per usare le parole di Roy, “accetta di entrare in questo gioco”, il che non rende affatto il “gioco” meno “forzato”.

Per evitare di chiamarli con il loro nome, Roy giunge a sostenere che si tratta di “rapporti complessi”, che “con una certa frequenza sfociano in drammi”. Poiché le parole costituiscono la premessa per l’azione – solo se una cosa è nominata si può riconoscerla e agire di conseguenza –, parlare di “rapporti complessi” invece che di “matrimoni forzati” cambia radicalmente il nostro approccio a questo fenomeno: nel primo caso, ci asteniamo dal giudicare e dall’intervenire, si tratta in fondo di “rapporti complessi” in cui tenere conto di molte variabili e in cui, in fin dei conti, è meglio non mettere il dito; nel secondo caso, invece, scatta l’indignazione e ci adoperiamo per porre fine a una pratica che viola i più elementari diritti umani, nella stragrande maggioranza dei casi delle donne e delle bambine.

È poi forse utile chiarire preliminarmente che l’orizzonte di riferimento di tutto quanto diremo nelle pagine che seguono è l’Europa. Sebbene i princìpi che ispirano questo libro abbiano – come tutti i princìpi – un’aspirazione universale, è pensando all’attuale contesto europeo che lo abbiamo scritto. Dunque un ambito di riferimento al tempo stesso relativamente limitato ma molto preciso.

Infine, questo lavoro parte dalla convinzione che il pensiero politico di sinistra (nell’ambito del quale esso si colloca) compia un grosso errore quando sottovaluta lo straordinario potere strutturale – ossia capace di modellare le dinamiche e le relazioni sociali – di quegli elementi che troppo spesso vengono invece liquidati come secondari, superficiali, “sovrastrutturali”. Tutte le questioni di cui ci occupiamo in questo libro – religioni, culture, laicità, identità, diritti umani – sono state sovente trascurate a sinistra, affetta da un benaltrismo che l’ha portata alla convinzione che sono solo le dinamiche economiche, o almeno principalmente queste, a determinare i rapporti di forza e le relazioni sociali.

Il fatto che, in tempi di crisi economica come quelli che viviamo ormai da parecchi anni, gli elementi culturali e religiosi tornino in auge come sorgenti di senso e di identità dimostra, al contrario, che questi hanno una fortissima capacità di strutturare le relazioni sociali, capacità che travalica contesti economici e generazioni. Verrebbe anzi da dire che sono persino più strutturali delle dinamiche classicamente individuate come tali, e dubitiamo che i problemi che essi pongono sparirebbero magicamente in un armonioso mondo dell’uguaglianza, esattamente quel che Engels pensava sarebbe accaduto in riferimento alla condizione di sottomissione della donna: “Il predominio dell’uomo nel matrimonio è una semplice conseguenza del suo predominio economico e cadrà da sé con la scomparsa di questo”.

Insomma, c’è sempre ben altro di più importante di cui occuparsi.

(dall’Introduzione alla nuova edizione)

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