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Nell’ir/razionalità capitalistica quale ragione della liberazione?

di Roberto
Rosso

Il tema dell’instabilità degli assetti globali costituisce lo sfondo, il contesto nel quale necessariamente si sviluppano le analisi, le previsioni su scala locale, regionale o globale, ciò accade anche quando si privilegia un punto di vista per costruire l’analisi che sia la crisi dell’egemonia degli USA, la tendenza alla guerra, la crisi degli assetti europei o l’mergere di nuovi attori sulla scena internazionale.

Instabilità degli assetti attuali e impossibilità di costruire previsioni a lungo termine, difficoltà anche solo a determinare dinamiche nelle quali si possano individuare pochi ‘attrattori’ che permettano quindi di fare previsioni di lungo periodo. Lo sguardo sul futuro individua una pluralità di possibili punti di biforcazione, a partire dai quali si aprono futuri alternativi. In un contesto nel quale la complessità dei processi si coniuga con una crescente incertezza sui loro esiti futuri, si aggravano le diseguaglianze, le loro conseguenze future in base alla differenza nel poter costruire il proprio futuro. Le differenze nel presente si moltiplicano nel futuro.

Nell’incertezza, nella complessità cruciale è la scelta tra cooperazione e competizione, come abbiamo più volte sottolineato la scelta dominante è quella della competizione, competizione nella quale non può che acquisire sempre maggiore importanza la definizione dei rapporti di forza sul piano militare. Non esiste una cesura netta tra sviluppo ‘civile’ e ‘militare’, un confine nella crescita della competizione esterna e nei conflitti interni che non venga superato. Anche le formazioni sociali che appaiono più stabili, si proiettano verso regimi di sicurezza interna ed esterna che richiedono l’uso della forza, la predisposizione quindi degli apparati necessari ad attuarla, la definizione delle condizioni, dei regimi delle emergenze che ne richiedano l’utilizzo.

Nella Considerazioni del Governatore della banca d’Italia Panetta di quest’anno sono significative le seguenti frasi.

“Le risorse comuni vanno destinate prioritariamente alla tecnologia e alla ricerca nel campo della difesa. A livello nazionale, gli investimenti per la crescita e la spesa sociale non devono essere penalizzati dallo sforzo per la sicurezza esterna.  Soprattutto, la promozione della cooperazione internazionale e della pace deve restare il cardine dell’azione europea. Investire insieme nella sicurezza non significa avviare una corsa agli armamenti, ma affrontare con realismo minacce comuni che nessun paese può contrastare da solo.”

Con tutti i distinguo del caso e la retorica sulla cooperazione e la pace, portando avanti l’ipotesi di razionalizzare la spesa in campo militare, in definitiva emerge nella sua visione il ruolo trainante e necessario dello sviluppo tecnologico e produttivo della filiera bellica. Come al solito ‘si vis pacem para bellum’, sappiamo in realtà come va finire.

Le risorse comuni vanno destinate prioritariamente alla tecnologia e alla ricerca nel campo della difesa. A livello nazionale, gli investimenti per la crescita e la spesa sociale non devono essere penalizzati dallo sforzo per la sicurezza esterna.  Soprattutto, la promozione della cooperazione internazionale e della pace deve restare il cardine dell’azione europea. Investire insieme nella sicurezza non significa avviare una corsa agli armamenti, ma affrontare con realismo minacce comuni che nessun paese può contrastare da solo.

Nell’introduzione alle sue considerazioni Panetta afferma quanto segue.

Al tempo stesso, molti paesi a basso reddito sono rimasti intrappolati in condizioni di povertà e di alto debito, nonostante le opportunità loro offerte dall’integrazione nell’economia globale e gli aiuti ricevuti dalla comunità internazionale. Tra le economie emergenti – che hanno tratto ampi benefici dall’apertura degli scambi – è aumentato il malcontento per il mancato riconoscimento, nella governance delle istituzioni internazionali, del loro accresciuto ruolo nell’economia mondiale. Si è così gradualmente indebolito il consenso intorno a un assetto fondato su regole condivise, apertura dei mercati e cooperazione multilaterale. In questo scenario si inseriscono le politiche protezionistiche adottate dagli Stati Uniti, con l’obiettivo dichiarato di rilanciare l’industria nazionale e di riequilibrare la bilancia commerciale, soprattutto nei confronti della Cina.

Panetta fotografa le contraddizioni crescenti della formazioni sociale globale, da un lato la trappola in cui si trovano costretti i paesi che non sono riusciti ad avviare un proprio processo di sviluppo, nel contesto delle mutate condizioni globali, che sono rimasti intrappolati nella trappola della subordinazione nella divisione  internazionale del lavoro, dall’altra i paesi -vedi i BRICS- che hanno conquistato nuove posizioni, in termini di produzione di ricchezza e accresciuta complessità delle proprie economie e pretendono di contare, di poter ridefinire le logiche  di fatto che sovraintendono al funzionamento del mercato mondiale, in assenza di regole condivise cogenti e garantite da istituzioni globali.

L’Europa a sua volta rappresenta un luogo di massima incertezza, di contraddizioni e conflitti convergenti, di assenza di un dispositivo di governo continentale, della UE in particolare che ne governi l’evoluzione almeno nel breve periodo e su alcune questioni ineludibili. È significativo che tenendo conto di questa condizione Panetta offra se non come soluzione certamente come condizione necessaria che “Le risorse comuni vanno destinate prioritariamente alla tecnologia e alla ricerca nel campo della difesa”.

Negli anni e nei decenni passati le stragi, le catastrofi i genocidi   appartenevano ad un altrove rispetto a quell’occidente -a quel mondo sviluppato che ormai va ben oltre le rive dell’atlantico- appartenevano spesso al continente africano. Oggi le cronache parlano di Gaza, parlano di noi, di un luogo dove la storia europea ha trapianto le sue tragedie, le riproduce con una inversione dei ruoli, soprattutto quanto accade è diventato inaccettabile; quando ciò che accade raggiunge l’indicibile si leva dai governi, quando si leva, qualche timida protesta, salvo poche voci. Non è un problema di Israele, della diaspora ebraica, è il segno tanto drammatico quanto inequivocabile del tempo in cui viviamo. Si manifesta l’alternativa tra la vita di alcuni e la morte di altri nella competizione per risorse finite, per la riproduzione delle società umane e di ogni altra forma di vita che gli attuali rapporti sociali di produzione, le forme societarie vigenti devastano.

In conclusione dell’ultimo articolo pubblicato’ La precarietà della vita umana, da Gaza alla crisi climatica’1 si diceva” Ci viene consegnato per l’ennesima volta l’interrogativo sulla capacità della nostra specie di affrontare la minaccia se non di una sua estinzione -che peraltro non si può escludere- quanto meno di una riduzione ai minimi termini, di una selezione drammatica, tra chi sopravvive e chi no, tra chi sopravvive con una buona qualità della vita e chi è ridotto alla nuda vita ed anche meno, una Gaza globale.

La questione che si pone quindi, sempre citandosi, nei termini seguenti.

La questione della e della pace si pone sempre più in profondità nel corpo delle società, nella contesa sui modelli disviluppo, nel tessuto degli ecosistemi, nelle dinamiche climatiche, tra loro correlate. Se la guerra è un sistema, totalmente e profondamente interrelato con ogni altro sistema, si tratta di richiamare questi nessi profondi, contro ogni visione superficiale. Nessi profondi che producano riconoscimento reciproco, in un processo di lungo periodo, riconoscimento reciproco in un orizzonte comune. Non sono alle viste scorciatoie, nei decenni sono stati sviluppati linguaggi, concetti, esperienze concrete, visioni parziali del mondo suscettibili di costruire un linguaggio, strumenti per costruire quell’orizzonte comune, sia pure da punti di vista e di esperienza diversi. L’uso della scienza, delle tecnologie deve essere rovesciata rispetto alla creazione di quei nessi artificiali, di cui i meccanismi autoriflessivi di questo mondo artificiale, di cui l’A.I. costituisce lo strumento in pieno sviluppo, messi al servizio del processo di valorizzazione del capitale di conferma della concentrazione del potere. Le ‘ricuciture’ non riattivano la circolazione, la diffusione, la riorganizzazione di forme della vita, se non nella loro piena subordinazione al processo di valorizzazione, producendo una ‘riduzione di complessità’ degli ecosistemi, rendendoli con ciò sempre più fragili, richiedendo quindi sempre nuovi interventi per stabilizzarli. Siamo di fronte ad una fragilità crescente delle condizioni che permettono la riproduzione delle società umane, in ciò una ragione di fondo per l’acuirsi, l’estendersi ed il diffondersi dei conflitti. Il cerchio si chiude come un nodo scorsoio, se la vita non si rivolta.

Gaza, genocidio, estinzione sono le parole dell’attualità, del presente, del futuro prossimo di un futuro possibile più distante dal nostro presente, ma sempre tremendamente prossimo nelle sue conseguenze.

Di fronte a questi orizzonti che si aprono, che abbiamo più volte evocato e sintetizzato prendendo a prestito il termine della policrisi, emerge il senso della crisi della ragione, della perdita di senso dello sviluppo della società umana. Crisi della ragione che certo non si presenta per la prima volta nella storia, si è vissuta come crisi, tracollo di civiltà e quindi crisi delle correlate visioni del mondo, che si è vissuta come crisi della razionalità capitalistica, della sua capacità scientificamente fondata, tecnologicamente realizzata di dominare il mondo, di garantire la sua riproduzione perenne.

Oggi il passaggio di civiltà che stiamo vivendo, che mette in crisi il concetto stesso di stabilità di una forma di società che possiamo definire civiltà, opera alle radici delle forme con cui comprendiamo il mondo – nei confini del nostro pianeta e dello spazio prossimo che stiamo colonizzando- e pensiamo di riprodurlo. Gli attuali rapporti sociali di produzione sono costretti ad operare cercando di ricucire gli strappi tremendi indotti nel mondo della vita di cui siamo parte, cercando di accomodarsi alla transizione climatica in corso di cui non si vedono esisti certi, mentre è certo che non sia in corso una transizione energetica efficace. È ciò che abbiamo definito il cyborg globale, un nesso tra il naturale l’artificiale che via via si forma, ritaglia i suoi organi, selezionando forme di vita e quote di umanità da salvaguardare riconnettere.

Quale forma, natura può assumere ciò che chiamiamo la ragione, cultura, creazione, condivisione di conoscenza in forme plurali, affinché si realizzi in tempi utili la rivolta della vita, la riconnessione dei mondi della vita, delle culture sociali  della resistenza, della rivolta e della liberazione, della cooperazione e del riconoscimento reciproco?

Una domanda che è necessario porsi, mentre è in corso una rideterminazione dei rapporti sociali che va in direzione contraria, a cui possiamo cominciare a rispondere dentro il tessuto di relazioni, pratiche e mobilitazioni cui faticosamente stiamo lavorando, speriamo tanto con pazienza e apertura mentale, quanto con tempestività e coraggio.

Roberto Rosso

  1. https://transform-italia.it/la-precarieta-della-vita-umana-da-gaza-alla-crisi-climatica/ []
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