articoli

Milano, 25 aprile. La generazione antifascista

di Luciano
Beolchi

Un giovane che cercava di formare dei cordoni si avvicina a un signore molto anziano con il bastone, il fazzoletto dell’Anpi e la bandiera palestinese e gli dice, non proprio cortesemente, «Signore, si sposti». E quello: «Non si permetta di chiamarmi così!». E il giovane: «Come la devo chiamare?». «Io sono un antifascista!». Mi era parso che a dirgli di chiamarmi “compagno” forse non avrebbe capito. Antifascista andava bene, anche se a chiamarmi “Signore antifascista” non ci provò. Di sicuro quella reazione lo aveva sorpreso. In mezzo a noi giravano reporter, giornalisti e fotografi di Sky Tg24 e di altre televisioni. Non ci conoscevano e perciò hanno scritto di essere stati sorpresi da quella folla anonima di persone anziane e sconosciute, gente qualsiasi, che si opponevano con tanta decisione al passaggio delle bandiere israeliane in nome delle quali interi popoli vengono crocefissi con crudeltà e furore: palestinesi, libanesi, iraniani e con crudeltà e ferocia e la pretesa di essere loro le vittime. Era una folla di qualche migliaia di persone che aveva cominciato a radunarsi e riconoscersi quando erano comparsi una ventina di ragazzi del Carc che intendevano contestare il passaggio delle bandiere con la stella di Davide e trovarono davanti ancora di peggio. Di fronte a loro un piccolo nucleo che li bloccò nell’angolo tra Via Senato e Corso Venezia. Chi era già lì si accorse che succedeva qualcosa di strano, qualcosa di diverso dagli abituali fischi e slogan.
Intanto quella folla anonima “di gente qualsiasi” cominciava a riconoscersi: c’erano i compagni dei Comitati antifascisti, dell’Mls, di Avanguardia operaia. Qualcuno di Lotta continua. Degli anarchici. Tra i settanta e gli ottanta anni. Quelli del decennio antifascista di Milano dal 1968 al 1977, quando l’esimio presidente del Senato viveva in clandestinità nella sua città e di sicuro non poteva fare comizi né nelle scuole, né nelle università, per non dire delle fabbriche. Quando era normale che una sera un gruppetto di sciagurati fascisti – Mammaras, i fratelli Luttemberger e altri – che si erano riuniti come si dice “col favore delle tenebre” proprio di fronte alla Camera del Lavoro, si videro capitare addosso un’orda di ossessi che gli piombarono addosso d’improvviso semplicemente traversando strada. Perché era normale in quella Milano del 1970 che i fascisti intimidiavano con le bombe la gloriosa Camera del Lavoro e che fosse presidiata dal Gruppo Dimitrov del Servizio d’ordine del Movimento studentesco. E quando lo vide ci avvisarono di aver riconosciuto un gruppo di fascisti che si radunava di fronte alla Camera del Lavoro; il sottoscritto e il comandante del Gruppo, Roberto Tuminelli che è scomparso di recente e che era il migliore dei comandanti di quel servizio d’ordine, decidemmo di andare a sistemare le cose e il resto il lettore lo ritrova nella cronaca di quei giorni. Ma era normale che noi fossimo lì, come era normale che il nostro presidente si chiamasse Giuseppe Alberganti, nato nel 1898, primo segretario della Camera del lavoro di Milano, ecc., ecc.
All’improvviso era spuntato fuori un gruppetto di persone sventolando quattro bandiere dello Stato di Israele, due dello scià di Persia, una bandiera americana, una foto di Trump. C’era anche una bandiera di Forza Italia.
I compagni, perché ormai sappiamo chi erano, cominciarono a gridare «Fuori, fuori!» e poi «Fuori i fascisti dal corteo»; «Fuori i sionisti dal corteo». Emanuele si aggirava tra la gente come una furia insultando, gridando, dando ordini alla polizia perché ci arrestasse tutti. Sognava di essere a Gaza. Nessuno ha accettato la sua provocazione e allora lui dava ordini alla polizia di arrestare tutti. La cosa strana era che non erano passati né il sindaco, né i gonfaloni. Semplicemente quel gruppetto si era messo in testa al corteo per aprirlo come estremo sfregio con le bandiere insanguinate di Israele. Gli era stato detto di non portarle, ma non è da oggi che i sionisti credono di poter fare al mondo quello che vogliono, non ci sono accordi e patti che tengano, figuriamoci una pressione come quella di non provocare una pacifica manifestazione antifascista. Era evidente a tutti che con i loro insulti e tutta la loro provocazione cercavano di far sì che la situazione degenerasse. Per fortuna questa volta l’Anpi aveva rifiutato di dare loro la copertura di un servizio d’ordine; c’erano solo le divise rosse dei City Angels che nonostante l’evidente intenzione di menare le mani nessuno ha preso neanche in considerazione.
Il corteo continuava ad essere bloccato. Qualcuno chiedeva infastidito perché la gente non si scostava e non la lasciava passare. Era così semplice. Come sempre nelle discussioni di strada il passante ha pronta la soluzione di tutte le questioni mondiali. I più riottosi se ne andarono brontolando quando spiegavamo che lo scopo era proprio quello di non farli passare. Se ne dovevano andare. Il nostro corteo era un corteo antifascista e quella gente era lì solo per difendere il genocidio di Gaza e Cisgiordania. I partigiani erano nemici, l’Anpi era terrorista e filopalestinese.
Mentre il blocco va avanti si viene a sapere che il gruppetto se era messo in quella situazione da solo e quando la polizia lo aveva fatto entrare nel corteo da una via laterale, erano sfuggiti allo schieramento di forze dell’ordine predisposte per proteggere la loro provocazione e si erano buttati in avanti sperando di conquistare la testa del corteo, ma l’astuta manovra non aveva fatto altro che separarli da quell’imponente scorta che loro stessi avevano chiesto e Fiano aveva un bel gridare «Arrestateli tutti, identificateli tutti», ma i poliziotti si erano già tolti il casco e non per il caldo, ma per dimostrare a Fiano che non avevano nessuna intenzione di combattere una battaglia e di fare del male a dei tranquilli cittadini che occupavano la strada nel corso di una manifestazione autorizzata. A chi guardi le innumerevoli fotografie scattate nell’occasione vedrà le facce infuriate dei City Angels e quelle tranquille dei poliziotti con il casco sotto il braccio.
Per fortuna, nella situazione erano presenti degli ufficiali dei carabinieri e di polizia che non si sono lasciati convincere dalle esasperazioni di Fiano.

Luciano Beolchi

Articolo precedente
Resistenza e nucleare: la lezione del 25 aprile nell’era della minaccia atomica 
Articolo successivo
Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.