Un giovane che cercava di formare dei cordoni si avvicina a un signore molto anziano che si regge con il bastone. L’anziano porta al collo il fazzoletto dell’Anpi e la bandiera palestinese annodata al bastone. Il giovane gli chiede, non proprio cortesemente, «Signore, si sposti». E quello: «Non si permetta di chiamarmi signore!». E quello: «E come la devo chiamare?». «Io sono un antifascista!». Mi era parso che a dirgli di chiamarmi “compagno” non avrebbe capito. Antifascista andava bene, anche se a chiamarmi “Signore antifascista non ci provò”. Di sicuro quella reazione lo aveva sorpreso. In mezzo a noi giravano reporter, giornalisti e fotografi di Sky Tg24 e di altre televisioni. Non ci conoscevano e perciò hanno scritto di essere stati sorpresi da quella folla anonima di persone anziane e sconosciute, gente qualsiasi, che si opponeva con tanta decisione al passaggio delle bandiere israeliane in nome delle quali interi popoli vengono crocefissi con crudeltà e furore: palestinesi, libanesi, iraniani. Con crudeltà e ferocia e la pretesa di essere loro le vittime. Era una piccola folla di persone che aveva cominciato a radunarsi e a riconoscersi quando erano comparsi una ventina di ragazzi del Carc che intendevano contestare il passaggio delle bandiere con la stella di Davide e si trovarono davanti ancora di peggio. Di fronte a loro si schierò un piccolo nucleo di polizia che li bloccò sull’angolo tra Via Senato e Corso Venezia. Chi era già lì si accorse che succedeva qualcosa di strano, qualcosa di diverso dagli abituali fischi e slogan.
Intanto quella folla anonima “di gente qualsiasi” cominciava a riconoscersi: c’erano i compagni dei Comitati antifascisti, dell’Mls, di Avanguardia operaia. Qualcuno di Lotta continua. Degli anarchici. La maggior parte tra i settanta e gli ottanta anni. Quelli del decennio antifascista di Milano dal 1968 al 1977, quando l’esimio presidente del Senato viveva in clandestinità nella sua città e di sicuro non poteva fare comizi né nelle scuole, né nelle università, per non dire delle fabbriche. Quando era normale che una sera un gruppetto di sciagurati fascisti – Rodolfo Crovace detto Mammarosa e alcuni suoi degni compari – si radunassero “col favore delle tenebre” proprio di fronte alla Camera del Lavoro, e si vedessero capitare addosso un’orda di ossessi che proprio dalla Camera del lavoro era usciti. Perché era normale in quella Milano del 1970 che i fascisti minacciassero a suon di bombe la gloriosa Camera del Lavoro e che quella – quella sera- fosse presidiata dal Gruppo Dimitrov del Servizio d’ordine del Movimento studentesco. E quando le vedette ci avvisarono di averli riconosciuti, il sottoscritto e Roberto Tumminelli che comandavamo quel gruppo, decidemmo di andare a sistemare le cose e le sistemammo. Ma era normale che noi fossimo lì, come era normale che il nostro presidente, qualche anno dopo, si chiamasse Giuseppe Alberganti, classe 1898, ardito del popolo nel 1921, combattente in Spagna e nella Resistenza senatore comunista e primo segretario della Camera del lavoro di Milano dopo la liberazione
Per tornare al 25 aprile di 56 anni dopo all’improvviso avevamo visto spuntare dal nulla fuori dal nulla un gruppetto di persone che sventolavano quattro bandiere di Israele, due dello scià di Persia, una bandiera americana, e una foto di Trump con tanto di ringraziamenti. C’era anche una bandiera di Forza Italia.
I compagni, perché ormai sappiamo chi erano, cominciarono a gridare «Fuori, fuori!» e poi «Fuori i fascisti dal corteo»; «Fuori i sionisti dal corteo». Emanuele Fiano si aggirava tra la gente come una furia insultando, gridando, dando ordini alla polizia perché ci identificasse tutti. Sognava forse di essere a Gaza, ma nessuno accettava la sua provocazione e allora lui dava ordini alla polizia di arrestare tutti. La cosa strana era che non erano ancora passati né il sindaco, né i gonfaloni e quel gruppetto si era messo in testa al corteo per aprirlo con le bandiere insanguinate di Israele. Gli era stato detto di non portarle, ma non è da oggi che i sionisti credono di poter fare al mondo quello che vogliono, non ci sono accordi e patti che tengano, figuriamoci la richiesta di non provocare una pacifica manifestazione antifascista. Era evidente a tutti che con i loro insulti e tutta la loro provocazione cercavano di far sì che la situazione degenerasse. Per fortuna questa volta l’Anpi aveva rifiutato di dare loro la copertura di un servizio d’ordine; c’erano solo le divise rosse dei City Angels con l’evidente intenzione di menare le mani ma nessuno li prese in considerazione.
Il corteo continuava a restare bloccato. Qualcuno chiedeva infastidito perché la gente non si scostava e non li lasciava passare. Era così semplice! Come sempre nelle discussioni di strada il passante ha pronta la soluzione di tutte le questioni mondiali. I più riottosi se ne andavano brontolando quando spiegavamo che lo scopo era proprio quello di non farli passare. Se ne dovevano andare. Il nostro corteo era un corteo antifascista e quella gente era lì per difendere il genocidio di Gaza e Cisgiordania. I partigiani erano nemici, l’Anpi era terrorista e filopalestinese.
Mentre il blocco va avanti si viene a sapere che il gruppetto se era messo in quella situazione da solo e quando gli organizzatori lo aveva fatto entrare nel corteo da una via laterale e loro erano sfuggiti allo schieramento di forze dell’ordine predisposte per proteggerli buttandosi in avanti con la vana speranza di conquistare la testa del corteo, ma l’astuta manovra non aveva fatto altro che separarli dall’imponente scorta che loro stessi avevano chiesto e l’ex onorevole Fiano aveva un bel gridare «Arrestateli tutti, identificateli tutti», perchè i poliziotti si erano già tolti il casco e non per il caldo, ma per dimostrare a Fiano che non avevano nessuna intenzione di combattere la battaglia voluta solo d lui e di aggredire senza motivo dei tranquilli cittadini che occupavano la strada nel corso di una manifestazione autorizzata. Chi guardi le innumerevoli fotografie scattate nell’occasione vedrà le facce infuriate dei City Angels e quelle tranquille dei poliziotti con il casco sotto il braccio, dando un grosso dispiacere al senatore Larussa ormai sicuro che i suoi avversari di allora fossero stati definitivamente cancellati lasciandolo assiso sul trono del senato. E invece, almeno quella volta, in piazza vincevamo ancora noi.
Luciano Beolchi