Nel giorno della Liberazione il tema della memoria della Resistenza si intreccia sempre più spesso con le grandi sfide globali del presente, a partire dal ritorno delle tensioni nucleari e dalla crisi della sicurezza internazionale. In questo scenario, il confronto tra passato e futuro diventa una chiave di lettura per comprendere i limiti della violenza politica e le responsabilità delle democrazie contemporanee.
Il nesso tra la memoria della Resistenza antifascista, celebrata in Italia attraverso il Giorno della Liberazione, e il movimento internazionale per il disarmo nucleare costituisce uno dei temi più complessi e moralmente rilevanti della storia politica contemporanea. Tale connessione non è immediatamente evidente sul piano cronologico, poiché la liberazione dal nazifascismo nel 1945 e l’emergere dell’ordine atomico globale appartengono a due momenti storici distinti. Tuttavia, a un’analisi più profonda, essi risultano intimamente legati da una comune riflessione sulla dignità umana, sui limiti morali della violenza politica e sulla responsabilità delle democrazie nel prevenire forme sistemiche di distruzione.
La Resistenza europea, e in particolare quella italiana culminata nell’insurrezione del 25 aprile 1945, rappresentò non soltanto la sconfitta militare del fascismo e del nazismo, ma anche l’affermazione di un principio etico e giuridico fondamentale: nessun ordine politico può considerarsi legittimo quando si fonda sulla negazione della persona umana. Il fascismo storico aveva trasformato la violenza in strumento ordinario di governo, legittimando persecuzioni razziali, guerre di aggressione e annientamento sistematico di intere popolazioni. La liberazione segnò dunque l’inizio di una nuova architettura morale internazionale che avrebbe trovato espressione nel Processo di Norimberga, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nella nascita delle Nazioni Unite.
È tuttavia nello stesso 1945 che l’umanità entrò in una nuova epoca di vulnerabilità assoluta attraverso i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Se i campi di sterminio nazisti avevano mostrato la capacità dello Stato moderno di industrializzare la morte, l’arma nucleare introdusse la possibilità di una distruzione istantanea e potenzialmente universale. La categoria di “genocidio programmato”, pur non appartenendo formalmente al lessico giuridico internazionale, esprime una critica filosofica radicale alla dottrina della deterrenza nucleare: essa presuppone infatti la disponibilità permanente a distruggere indiscriminatamente popolazioni civili come condizione di stabilità geopolitica. In questo senso, la deterrenza si fonda su una razionalità strategica che normalizza l’eventualità dell’annientamento collettivo.
Durante la Guerra Fredda tale logica venne formalizzata nella dottrina della mutua distruzione assicurata, secondo cui il possesso reciproco di arsenali nucleari avrebbe impedito il conflitto diretto tra superpotenze. Numerosi teorici delle relazioni internazionali hanno sostenuto che questo equilibrio del terrore abbia effettivamente evitato una guerra mondiale tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Tuttavia, tale argomentazione trascura il costo antropologico e democratico di un sistema internazionale fondato sulla minaccia permanente di sterminio di massa. La deterrenza ha imposto una struttura psicologica e politica globale basata sulla paura, sottraendo alla deliberazione democratica decisioni capaci di determinare la sopravvivenza stessa della civiltà umana.
In opposizione a questa logica si sviluppò un vasto movimento transnazionale per la pace, composto da scienziati, medici, leader religiosi, sopravvissuti e attivisti. Albert Schweitzer rappresentò una delle prime grandi coscienze morali dell’era atomica. Con la sua *Declaration of Conscience* denunciò la normalizzazione dei test nucleari e il rischio di contaminazione planetaria. Analogamente, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, gli Hibakusha, trasformarono la propria sofferenza in testimonianza storica universale, opponendosi alla rimozione politica della catastrofe atomica.
Un ruolo cruciale venne svolto anche dalla comunità scientifica e medica internazionale. Le Pugwash Conferences on Science and World Affairs contribuirono a costruire spazi di dialogo durante i momenti più critici della Guerra Fredda, mentre International Physicians for the Prevention of Nuclear War dimostrò scientificamente l’impossibilità di qualsiasi risposta sanitaria adeguata a una guerra atomica, ricevendo il Premio Nobel per la Pace nel 1985. Più recentemente, la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons ha rilanciato la centralità del diritto umanitario internazionale contribuendo all’adozione del Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons e ottenendo il Premio Nobel per la Pace nel 2017.
Nel contesto italiano, il rapporto tra memoria resistenziale e cultura pacifista ha assunto una particolare profondità. Molti protagonisti della lotta antifascista interpretarono la liberazione non come semplice evento militare concluso, ma come processo permanente di emancipazione dalle strutture della violenza. Sandro Pertini incarnò emblematicamente questa continuità, collegando la propria esperienza partigiana a una critica costante del militarismo contemporaneo. Analogamente, l’ANPI ha spesso richiamato la Costituzione italiana — in particolare l’articolo 11 — come fondamento di una politica internazionale orientata al ripudio della guerra.
Sotto il profilo filosofico, il problema fondamentale consiste nella tensione tra sicurezza e umanità. La modernità politica ha spesso giustificato la sospensione dell’etica in nome della sopravvivenza dello Stato. L’arma nucleare radicalizza questa dinamica fino al punto di rendere la sopravvivenza dello Stato potenzialmente incompatibile con quella dell’umanità. Pensatori come Hannah Arendt e Günther Anders hanno mostrato come la capacità tecnica di distruggere il mondo ecceda la capacità morale e politica di assumerne la responsabilità.
Il 25 aprile, pertanto, può essere interpretato non soltanto come commemorazione nazionale della liberazione dal fascismo, ma come paradigma universale di resistenza contro ogni sistema politico fondato sulla minaccia della morte collettiva. In questa prospettiva, la lotta contro il fascismo storico e la critica dell’ordine nucleare appartengono a una medesima genealogia etica: quella che pone al centro la tutela della vita umana contro le strutture istituzionalizzate della distruzione.
La memoria della liberazione conserva dunque una funzione critica nel presente. In un’epoca segnata dal ritorno delle tensioni nucleari globali, essa ricorda che la pace non può essere costruita sull’equilibrio della paura, ma soltanto su istituzioni giuste, cooperazione internazionale e riconoscimento universale della vulnerabilità umana. La lezione più profonda della Resistenza e del movimento antinucleare converge in una medesima affermazione: nessuna sicurezza è legittima se richiede la possibilità dell’annientamento dell’umanità stessa.
Laura Tussi.
Nota: il paesaggio desolato dopo l’esplosione atomica di Hiroshima. Città devastata dopo il bombardamento atomico da parte degli USA, un orrore inutile perché la guerra era vinta. Quel paesaggio di rovine segna uno spartiacque nella storia dell’umanità. Solo pochi mesi prima, il 25 aprile 1945, l’Europa festeggiava la liberazione dal nazifascismo. Tra quella speranza e l’orrore del 6 e 9 agosto su Hiroshima e Nagasaki, si consuma una drammatica contraddizione: in entrambi i casi, gli Stati Uniti protagonisti di eventi destinati a cambiare il corso del mondo, tra liberazione e distruzione.
