A partire dai primi del decennio in corso, si sono intensificate le pubblicazioni di testi dedicati alla nuova sinistra in Italia, o con letture complessive, come quella di Eros Francescangeli, che ripercorre la storia della “sinistra rivoluzionaria” dall’immediato dopoguerra al 19781, o con la ricostruzione e l’interpretazione di alcuni itinerari delle forze politiche ad essa appartenenti, come Avanguardia operaia2 o Democrazia proletaria3. È un segnale positivo e non casuale, che segna il consolidarsi di un interesse storico che era necessario, per far tesoro di precedenti ricerche monografiche ma soprattutto per emanciparsi dalla damnatio memoriae – conseguente alla riduzione unilaterale, fuorviante, scorretta di quel periodo agli “anni di piombo” – e da una memorialistica che mostrava alcune insufficienze analitiche.
Questo risveglio d’interesse mi pare correlato alla consapevolezza dell’importanza, per l’oggi, della lettura del tragitto dei vari soggetti politici che hanno attraversato il “lungo Sessantotto”, oltre che per un doveroso bilancio di quella stagione. Era tempo che si affermasse una più matura considerazione dell’identità, delle caratteristiche, dell’operato e dell’eredità di queste esperienze. E, se si parla di eredità, occorre farlo in modo serio, con uno sguardo retrospettivo e insieme prospettico: ossia studiando il retroterra della nuova sinistra, il suo rapporto con le elaborazioni teoriche e politiche precedenti, come minimo a partire dalla stagione dei primi anni Sessanta – una per tutti, i Quaderni rossi –, e al contempo tematizzando la riconsiderazione del suo portato e del suo lascito nei confronti delle esperienze a noi più vicine.
Alessandro Barile e Alberto Pantaloni hanno affrontato questo tema con un volume collettivo, a loro cura (Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta, Mimesis, Sesto San Giovanni 2026), che non ha ambizioni di ricostruzione complessiva ma si struttura intorno ad approfondimenti specifici su alcuni aspetti significativi.
Lo scopo, esplicitato nell’introduzione al volume, è quello di dialettizzare lo studio dei nodi politici, dei temi programmatici e dei repertori di azione che emergono nelle varie formazioni della nuova sinistra con l’intreccio tra le ragioni immediate della politica e le dinamiche profonde del mutamento sociale. Già da questa dichiarazione d’intenti emerge la volontà di un approccio attento, fondato su una pluralità di livelli d’interazione (talvolta anche contraddittoria, perché l’oggetto in questione presenta notoriamente anche intime aporie) di questi fenomeni. In una galassia in cui la “politica al posto di comando” fu una parola d’ordine ribadita a più riprese – fino al punto, talvolta, di assurgere a un’“autonomia del politico” comparabile a quella rimproverata ad alcune inflessioni e pratiche del Pci – era necessario far spazio, in sede di rilettura critica, alla considerazione delle connessioni cercate, talvolta trovate e praticate e in qualche occasione clamorosamente mancate o distorte con il “sociale”, esso pure assunto in alcuni casi a polo privilegiato e preminente dell’impegno.
Grazie a questo approccio problematico emergono dal volume acquisizioni importanti, perché più situate e circostanziate rispetto ad aspetti distintivi; ne affronto alcune, riassumendole e talvolta discutendole.
Il capitolo iniziale di Diego Giachetti inquadra, proprio in coerenza con questo approccio multiproblematico, il “secondo biennio rosso” italiano (l’espressione è di Bruno Trentin), in cui l’autore coglie in atto l’intreccio tra tre elementi costitutivi di quel periodo: il protagonismo operaio e quello giovanile e studentesco, la questione generazionale e quella di genere. Nel saggio, che è quello che più profondamente e complessivamente sistematizza l’analisi del periodo, si sottolinea a più riprese la sincronicità di tempi e la simultaneità e pervasività di spazi dell’interconnessione e della reciprocità tra le varie mobilitazioni e attivazioni (tendenzialmente planetarie), ma si evidenziano anche le differenze in cui questi processi si dispiegano: occorre distinguere tra una “chiamata generale” all’azione, ascoltata e praticata in Occidente, in particolare dai movimenti giovanili e contestatori, una “chiamata meno ascoltata” (quella dei Paesi del blocco sovietico, sui cui tornerò più avanti) e una “non chiamata”, meno esplicita ma per converso molto ascoltata, come dimostrano l’esempio della Cina e del Vietnam (en passant, Giachetti non accenna qui all’attenzione rivolta ai movimenti di liberazione nazionali e anticoloniali, che pure ebbero un loro indubbio seguito, per quanto con un impatto minore rispetto ai due casi appena ricordati).
Altri spunti analitici importanti del capitolo di Giachetti sono quelli relativi alle contraddizioni vive – oltre che nelle relazioni tra i tre elementi costitutivi sopra identificati – anche al loro, rispettivo, interno: a. il nesso tra solidarietà e chiusura vigente nei “gruppi”, ossia il difficile convivere di dinamiche identitarie, autocentrate, e l’apertura alle altre formazioni politiche; b. sul versante generazionale, la mobilità sociale, territoriale e formativa, se favoriva la grande diffusione delle elaborazioni critiche, era comunque subordinata alla transitorietà anagrafica della condizione giovanile; c. per quanto attiene alla contraddizione di genere, il suo riconoscimento poneva in crisi l’assetto ideologico delle varie forze, orientate a quella più tradizionale, legata alla classe, aprendo la strada alla rivendicazione dei diritti e delle libertà individuali e dei bisogni soggettivi (altro tema su cui il libro torna in altri punti, come si vedrà).
Il capitolo di Marco Grispigni si centra sulla strage di piazza Fontana, come spartiacque periodizzante, snodo cruciale del confronto tra la nuova sinistra (qui esemplificata in Lotta continua) e il Pci, in termini di scontro di interpretazioni e di messa a punto di conseguenti strategie, ricostruite lungo il triennio di indagini, processi e iniziative politiche a valle del drammatico evento. Se comune ai due fronti è la pronta diagnosi della responsabilità fascista della strage, con il rifiuto della ricostruzione operata dagli organi di stampa borghesi e dal governo, l’aspra divergenza sorge invece quando si evidenziano le poste in gioco: nel caso del Pci, la “pista nera” è vista come funzionale all’attacco eversivo alla Repubblica nata dalla Resistenza, mentre invece per Lotta continua – sulla scorta di una fitta controinformazione che culmina nel fortunatissimo pamphlet La strage di Stato – è in questione il coinvolgimento ampio dello Stato (non certo solo per alcune sue parti o strutture “deviate”) e delle classi dirigenti italiane.
Il rapporto con le istituzioni e il modo di combatterle (o di migliorarle) è uno dei terreni su cui si mette alla prova il rapporto tra la sinistra storica e quella extraparlamentare; suoi corollari sono per esempio il tema del ruolo della classe operaia, su cui si intrattiene Emilio Mentasti nel suo capitolo – in cui viene subito chiarito che sia ai riformisti che ai rivoluzionari è ben chiaro che quel ruolo è centrale (semmai le divergenze sono nel modo in cui tale ruolo viene agito, per il tramite dell’iniziativa degli attori politici, e nel suo indirizzo e obiettivo) – oppure la questione della violenza politica, affrontata da Davide Serafino, richiamando la crescente e diffusa consapevolezza della sua legittimità all’interno dei gruppi della nuova sinistra, che articolano posizioni differenti, ma sempre in un quadro che vede la democrazia borghese come un’entità bloccata, sottoposta a torsioni autoritarie come quelle evidenziate dallo stragismo nero.
Lo scarto radicale rispetto alla sinistra storica è verificato da Chiara Stagno anche in merito a un’altra “questione di frontiera”, quella costituita dal femminismo, e in particolare da quello della “seconda ondata”, che critica e forza gli orizzonti tradizionali dell’emancipazionismo e dell’uguaglianza in nome della differenza, dell’opposizione a un soggetto presuntamente neutro e universale e della rivendicazione dell’identità femminile. L’indagine è messa alla prova nell’analisi della produzione teorica di tre gruppi – Lotta femminile, Rivolta femminile e Movimento di liberazione della donna – che, sia pur con diverse posture, inflessioni e contenuti, articolano una visione in radicale opposizione alle ragioni del movimento femminile storico.
Un altro fronte su cui si articola la differenziazione rispetto alla cultura politica del Pci è quello del rapporto con il problema del “dissenso” nei Paesi dell’Est: un tema poco studiato per il versante della nuova sinistra, che Andrea Della Polla ha il merito di approcciare facendo capo in particolare alle posizioni maturate in Lotta continua e nel Manifesto. L’argomento del dissenso – mi permetto di far notare – è un sensore delicato, anche perché pone in crisi gli orizzonti teorici delle formazioni di sinistra, sia storiche che rivoluzionarie, consapevoli del fatto che il distacco e la separazione di tali orizzonti passa anche per processi sperimentati attivamente da esse stesse; che il Manifesto maturi e subisca la sua divisione dal Pci in virtù di una critica a quel modello politico, che si alimenta anche della critica al “socialismo reale”, oppure che il Pci pronunci una sua forte critica all’intervento sovietico a Praga, esplicitando così il suo disaccordo con il blocco sovietico, oppure ancora che Lotta continua, nella contingenza del ’77, imposti una forte campagna di denuncia nei confronti di una cultura ufficiale e di un’opinione pubblica schierate sulla criminalizzazione del dissenso, tutte queste evenienze segnalano una particolare caratura del tema. Se il Pci, almeno fino all’invasione della Cecoslovacchia, abbina i motivi della difesa dei diritti della persona all’individuazione e alla soluzione delle difficoltà e dei limiti (comunque individuati come non strutturali) delle “democrazie popolari”, auspicandone un’autoriforma, i due soggetti della nuova sinistra articolano analisi critiche originali del modello del “socialismo reale” e ragionano su un’altra coppia di implicazioni, quella tra difesa dei diritti umani e sostegno a un’opposizione sociale, avanzata per esempio da Rossanda nel convegno veneziano del Manifesto, nel novembre 1977. In chiusura, Della Polla nota che attorno al 1978 sia Lotta continua che il Manifesto fanno sempre più spazio alle tematiche dei “diritti umani”, ma se il Manifesto coniuga con attenzione questo apporto in relazione al marxismo critico novecentesco, Lotta continua attua una loro più disinvolta e acritica assimilazione, che anche per il tramite dell’azione culturale dei nouveaux philosophes prelude e apre a quella retorica liberale dei “diritti umani” e dei “bisogni radicali” degli individui che avrebbe caratterizzato gli anni Ottanta.
Noemi Magerand analizza nel suo capitolo il rapporto tra nuova sinistra e strategia elettorale. “Il voto non è mai rosso, solo le lotte lo sono” è uno slogan che traduce bene la visione che alcune forze della sinistra (intermittentemente) extraparlamentare hanno delle elezioni. Il saggio segue bene l’evoluzione che, nel corso del tempo, segna un progressivo, anche se contrastato, processo di avvicinamento, comunque sempre critico, alle istituzioni da parte di alcune formazioni e coalizioni. A maggior ragione, questo processo va appunto correlato al prevalente (se non esclusivo) e originario riferimento al “sociale”, come terreno prioritario di lotta politica che accomuna tutti i soggetti della nuova sinistra. Senza rievocare qui le vicende delle discussioni interne alle forze, delle loro eventuali interazioni in coalizione e dell’altalenare dei risultati ottenuti, affrontate nel capitolo, vale la pena di riprendere gli spunti finali di Magerand: l’utilità ai fini politici della presenza nelle istituzioni, valutata dalle varie soggettività lungo una scala che va dalla proclamata, assoluta irrilevanza a un consapevole, relativo apprezzamento, si scontra a più riprese con le divisioni interne e soprattutto con le strategie di sopravvivenza, affidate anche alla concorrenza con gli altri soggetti.
Il rapporto tra la nuova sinistra italiana e le formazioni omologhe nel Regno Unito è al centro della ricostruzione di Alberto Pantaloni e Tommaso Rebora. Si tratta di una di quelle ricerche in ottica transnazionale che, per quanto poco praticate, possono riservare acquisizioni e risultati interessanti. Se, fino ai primi anni Settanta, la relazione politico-culturale Italia-Regno Unito era stata rigidamente monodirezionale, vedendo il nostro Paese in posizione fortemente “debitoria” (mi permetto di notare che manca un accenno all’attenzione che Panzieri ebbe nei confronti della produzione di autori come Thompson e altri componenti della cerchia della New Left Review, pubblicando per esempio nel 1962 Uscire dall’apatia da Einaudi), a seguire si ha un’inversione di tendenza, qui dimostrata dall’esperienza del gruppo britannico Big Flame, che trasse forte ispirazione dalle teorizzazioni e dalle pratiche di Lotta continua.
Il volume si chiude con due capitoli, rispettivamente di Salvatore Corasaniti su Autonomia operaia e il Pci nel ’77 e di Wiliam Gambetta su Democrazia proletaria. Come rilevano i curatori nell’introdurre il primo dei due saggi, il ’77 si configura come il “canto del cigno” del “decennio rosso”, in una spirale ricorsiva, surriscaldata e drammatica di azione e repressione che, se stimola la crescita del movimento, ne decreta poi il declino e l’implosione. Poste a confronto, l’impennata del ricorso alla violenza, teorizzata e praticata come soluzione strategica e non solo tattica, e l’avversione del Pci rispetto ad essa, che trova una sponda nell’inchiesta che ha il suo asse nel “teorema Calogero”, accanto alla svolta repressiva, segnano rapidamente il decorso della mobilitazione, fino al suo esaurimento. Su un altro fronte Democrazia proletaria, studiata come si è visto in altre sedi da Gambetta, che qui riprende alcune delle sue precedenti considerazioni e acquisizioni, si configura come significativo esperimento politico, elaborato collettivamente in una fase di rilevante difficoltà, a confronto con l’incipiente offensiva neoliberista. “Un piccolo partito dalle grandi ragioni” che si sforzò di “camminare eretti”, secondo l’auspicio di Ernst Bloch, con il lucido e generoso intento di connettere la cultura del marxismo critico con l’emergere delle nuove contraddizioni, da quelle relative alla globalizzazione a quelle ambientali e di genere.
E siamo quindi al lascito per l’oggi, che vede come sappiamo ancora aperte tali questioni. Il libro curato da Barile e Pantaloni ha il merito di riproporre una considerazione seria di questo periodo, non agiografica né recriminatoria: l’unica che può servire per il presente e per il futuro.
Stefano Nutini
- E. Francescangeli, «Un mondo meglio di così». La sinistra rivoluzionaria in Italia (1943-1978), Viella, Roma 2023.[↩]
- R. Biorcio, M. Pucciarelli (a cura di), Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia operaia, Mimesis, Sesto San Giovanni 2021.[↩]
- A. Nicotra, L’agile mangusta. Democrazia proletaria negli anni Ottanta, Alegre, Roma 2021; W. Gambetta, Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi (1968-1980), DeriveApprodi, Roma 2024 (ma, per il decennio precedente, si veda anche M. Pucciarelli, Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia proletaria, Alegre, Roma 2011).[↩]
