C’è un paradosso che attraversa le organizzazioni della sinistra italiana da almeno vent’anni e che nessuno, finora, ha avuto il coraggio di guardare in faccia. La mobilitazione di piazza è presente. Eccome. Le organizzazioni, sindacati, associazioni, partiti, centri sociali, movimenti hanno saputo rendere visibile l’indignazione popolare. L’autunno contro il genocidio palestinese ha portato in strada centinaia di migliaia di persone. Il No al referendum sulla separazione delle carriere ha mobilitato una maggioranza silenziosa che i sondaggi non sapevano intercettare. La manifestazione Toghether dei nostrani No Kings ha mostrato una voglia di politica intergenerazionale che nessuna delle formazioni promotrici – Sinistra Italiana, Verdi, Partito Democratico, Arci, CGIL, Rifondazione Comunista, Movimento 5 Stelle – è stata poi capace di trasformare in casa stabile. Eppure, ogni volta che l’onda si ritira, la mobilitazione non diventa organizzazione. L’indignazione non diventa progetto. La pluralità non diventa forza. E chi dovrebbe raccogliere quella spinta — i movimenti, le associazioni, i soggetti politici antagonisti — continua a riprodurre, al proprio interno, gli stessi meccanismi di gestione personale del potere che denuncia nelle istituzioni.
Il problema, diciamolo con franchezza, non è la mancanza di coraggio. È la mancanza di metodo. Ed è per questo che la parola convergenza, regalata al linguaggio dei movimenti dal Collettivo di Fabbrica della ex GKN di Campi Bisenzio, rischia oggi di trasformarsi nell’ennesimo slogan consumato se non sapremo farle seguire una rivoluzione delle pratiche concrete, dei tempi, dei luoghi e degli strumenti con cui stiamo insieme.
La convergenza come promessa tradita
Bisogna riconoscerlo: la convergenza GKN è stata una novità autentica nella grammatica politica di questo paese. Non un’alleanza tattica tra sigle, non un cartello elettorale, non l’ennesima federazione di bandiere. Era il tentativo di mettere insieme, intorno a una vertenza operaia concreta, il movimento climatico, i collettivi femministi, le reti contadine, il mutualismo dal basso, le esperienze di autogestione. Il Patto di Mutuo Soccorso formato dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo insieme a realtà come Mondeggi Bene Comune, Fuorimercato e le Officine Corsare di Torino è stato, nel suo piccolo, un esperimento di ciò che potrebbe essere un’alternativa di società: mutualismo conflittuale, intervento pubblico per la transizione ecologica, convergenza tra soggetti affini.
Eppure, come ha riconosciuto lo stesso Dario Salvetti in alcune interviste recenti, l’intero processo di mobilitazione ha dimostrato il bisogno disperato della convergenza di altre componenti sociali mentre, nello stesso identico momento, quell’universo di soggettività politiche e sindacali si affannava a dimostrare la propria autosufficienza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: frantumazione, autoreferenzialità, lotte che resistono ma non producono immaginario collettivo, vertenze che vincono battaglie ma perdono la guerra. La convergenza è stata evocata, celebrata, persino praticata in alcuni momenti alti — le assemblee fiorentine, l’Insorgiamo Tour, il corteo del 26 marzo — ma non è mai diventata infrastruttura permanente. È rimasta evento. E gli eventi, si sa, finiscono.
Tre nodi da sciogliere senza esitazioni
Perché questa promessa è stata tradita? Le ragioni sono almeno tre, e ciascuna chiede una risposta diversa. Nessuna delle tre può essere elusa se davvero vogliamo che la prossima ondata di indignazione non si disperda come le precedenti.
Il primo nodo è culturale. La sinistra italiana, anche quella dei movimenti, è storicamente allergica alla procedura. Vive la metodologia come una contaminazione tecnocratica, come se darsi regole trasparenti di discussione e decisione fosse già un cedimento al formalismo borghese. È un’eredità malcompresa dell’assemblearismo sessantottino, che in realtà era molto più rigoroso di quanto la vulgata ricordi. Il risultato è che le assemblee libere finiscono regolarmente per essere governate da chi le convoca: dai più esperti, dai più rumorosi, da chi ha più tempo libero e più relazioni personali. L’orizzontalità e inclusività proclamate diventano verticalità ed esclusione nascosta. I leader informali non si eleggono e non si revocano: semplicemente esistono, con tutto il carico di leaderismo, settarismo ed equilibri politici preistorici che questo comporta. Chi non si sente di appartenere a quella tribù semplicemente se ne allontana.
Il secondo nodo è materiale. I ritmi di vita e di lavoro imposti da quarant’anni di neoliberismo non consentono più l’attivismo totale, e non c’è bisogno di martiri della militanza. Non esiste un solo lavoratore precario, un solo operaio turnista, una sola madre sola con figli che possa permettersi tre serate a settimana in assemblea. Questo significa che qualunque processo politico serio, oggi, deve essere progettato per persone che hanno due ore libere alla settimana, non venti. Deve essere compatibile con la vita reale, altrimenti seleziona automaticamente una minoranza di superattivisti e respinge esattamente quella maggioranza silenziosa che vorrebbe attivarsi ma non trova spazi idonei.
Il terzo nodo è metodologico, ed è forse il più decisivo. La facilitazione — quella disciplina concreta che consente a un gruppo eterogeneo di discutere, decidere e agire senza essere divorato dai propri conflitti interni — è citata nel dibattito dei movimenti quasi di sfuggita, come se fosse un dettaglio tecnico. Non lo è. È l’architrave di tutto. Esiste in Italia e nel mondo un sapere consolidato, sviluppato a partire dalle tradizioni quacchere, dai gruppi nonviolenti, dai movimenti femministi, dalle comunità autogestite latinoamericane. Il metodo del consenso, l’ascolto attivo, la rotazione dei ruoli, le regole scritte di parola, la distinzione rigorosa tra chi propone, chi facilita e chi decide: non sono sottigliezze da accademici, sono le tecniche elementari con cui si impedisce che un’assemblea di trecento persone collassi nelle mani di dieci, allontanando i restanti duecentonovanta.
Cosa funziona: gli strumenti che già esistono
Chi dice che tutto questo è utopia non sa di cosa parla. Gli strumenti esistono, sono testati, sono disponibili. Il software libero Decidim, sviluppato dal Comune di Barcellona e oggi utilizzato persino dal Governo italiano sulla piattaforma ParteciPa, dal Comune di Milano, dalle Regioni Emilia-Romagna e Puglia, consente a qualunque movimento civico di gestire proposte, deliberazioni, votazioni e tracciabilità delle decisioni in piena trasparenza, senza delegare nulla a Facebook o a Google. Le assemblee cittadine sul clima — come quella milanese o quelle francesi e britanniche — hanno dimostrato che persone comuni, sorteggiate, informate e facilitate da professionisti possono deliberare su temi complessissimi con una qualità spesso superiore a quella parlamentare. I bilanci partecipativi, nati a Porto Alegre quarant’anni fa e diffusi in centinaia di città (tra cui Bologna, Parma, Milano, Roma) hanno accumulato un patrimonio enorme di lezioni su cosa funziona e cosa no. Poi sono rimasti buone pratiche di cui fregiarsi, senza adottare quelle metodologie nelle organizzazioni. Loomio è un altro software libero, utilizzato da decine di associazioni e piccole aziende partecipate, per gestire i processi interni: discussioni, decisioni, votazioni. Anche questo permette votazioni utilizzando il metodo Schulze, come nel più articolato software decisionale Liquid Feedback, sviluppato e utilizzato dal Partito Pirata. Eccettuato il Movimento 5 Stelle – che in Italia, pur tra molte ambiguità e involuzioni successive, è stato il primo soggetto politico a portare su larga scala il tema della democrazia diretta e partecipata – gli altri partiti della sinistra e le organizzazioni sindacali hanno finora evitato di utilizzare questi strumenti per paura di sovvertire le loro strutture interne.
E poi c’è la letteratura pratica, quella che si compra in libreria e si legge in un pomeriggio. La guida al metodo del consenso di Beatrice Briggs, per esempio, è un manuale operativo che spiega come si conduce una riunione, come si costruisce un ordine del giorno, come si gestisce un disaccordo senza spaccare il gruppo in maggioranza e minoranza. Niente filosofia, solo procedura. Anche imparare le tecniche della sociocrazia può essere utile per condurre riunioni decisionali efficaci, ben diverse dalle assemblee rituali in cui i leader usano la retorica per conquistare un acritico consenso. È importante, per esempio, analizzare i bisogni degli aderenti all’organizzazione e definire con chiarezza il cambiamento che vogliono raggiungere assieme. È disarmante constatare quanto poco questi strumenti circolino nelle nostre assemblee, e quanto invece circolino — ormai da decenni — nelle comunità degli ecovillaggi, nei gruppi di acquisto solidale, nelle cooperative agricole, in tutto quel tessuto di esperienze locali che la sinistra politica guarda con sufficienza salvo poi, puntualmente, farsele scivolare tra le dita.
Da cosa iniziare domani mattina
Se dovessi tradurre tutto questo in qualcosa di operativo per una organizzazione politica, o per una qualunque rete territoriale che voglia davvero tentare il salto, proporremmo tre direzioni concrete. Non sono ricette: sono condizioni minime.
La prima è formare facilitatori. Ogni realtà locale dovrebbe avere almeno due o tre persone formate alla facilitazione e al metodo del consenso: serve mestiere. Si impara, esiste una letteratura, esistono formatori italiani seri. È l’investimento più produttivo che un movimento possa fare, perché cambia la qualità di ogni singolo incontro. Una riunione ben facilitata produce in due ore quello che una riunione caotica non produce in dieci.
La seconda è darsi regole scritte, pubbliche, modificabili. Ordini del giorno pubblicati in anticipo. Verbali accessibili a tutti. Tempi di parola regolati e ruotati. Criteri espliciti per le decisioni. Rotazione periodica dei ruoli di coordinamento. Meccanismi chiari per far entrare chi è nuovo e per far uscire, senza drammi, chi vuole fare un passo indietro. La trasparenza procedurale non è burocrazia: è l’unico antidoto reale al leaderismo occulto. Paradossalmente, è ciò che rende possibile l’uguaglianza, non ciò che la contraddice. Chi proclama l’informalità assoluta sta solo difendendo, consapevolmente o meno, il potere di chi gestisce i processi.
La terza — la più difficile — è accettare la lentezza strutturale dei processi democratici e costruire movimenti a due velocità. Una velocità rapida per rispondere alle emergenze: piazze, prese di posizione pubbliche, campagne mediatiche, azioni dirette. Una velocità lenta per elaborare piattaforme, costruire convergenze durature, formare quadri nuovi, produrre analisi, scrivere proposte di legge. La GKN ha fatto esattamente questo con l’assemblea permanente, il progetto di reindustrializzazione dal basso, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, l’azionariato popolare. E infatti è diventata un esempio. Il problema è che è rimasta un esempio isolato, perché nessun altro ha saputo — o voluto — replicarne il paziente lavoro di tessitura.
La posta in gioco
La maggioranza silenziosa di cui parliamo esiste davvero. Lo dimostrano il No al referendum costituzionale, le piazze per la Palestina, la crescita costante dell’astensionismo letto non come disimpegno ma come sfiducia consapevole verso un’offerta politica che non parla più la lingua del paese reale. Ma questa maggioranza non si organizzerà da sola, e non si organizzerà dentro contenitori vecchi. Si organizzerà soltanto se qualcuno saprà offrirle spazi politici credibili: orizzontali nelle pratiche, trasparenti nei processi, rispettosi dei tempi di vita, capaci di produrre risultati visibili senza chiedere l’anima in cambio.
Non si tratta di fondare l’ennesimo soggetto politico nazionale — ne abbiamo già troppi, tutti autosufficienti e molti irrilevanti, convinti di essere l’avanguardia mentre restano incapaci di parlare alle persone reali. Si tratta di sperimentare localmente, con rigore metodologico, forme concrete di convergenza tematica: sulla pace e contro il riarmo, sulla difesa della Costituzione, sulla giustizia climatica, sul diritto alla casa e al lavoro dignitoso. E documentare, raccontare, mettere in rete i risultati. Il rinnovamento delle pratiche politiche non si decreta dall’alto e non si annuncia in un manifesto: si fa, si fa insieme, e si fa imparando dagli errori degli altri piuttosto che ripetendoli all’infinito.
C’è una frase di Stefano Rodotà che torna spesso, in questi mesi, nelle nostre riflessioni: la democrazia non è uno stato, è un processo. Aggiungiamo: un processo che ha bisogno di infrastrutture, di tecniche, di disciplina. Chi crede nella democrazia sostanziale — quella degli articoli 1, 3 e 49 della Costituzione — ha il dovere di imparare a praticarla, ogni giorno, nei luoghi dove vive e lotta. Imparare a convergere è, oggi, il primo compito politico di chi non si rassegna. Tutto il resto, senza questo, è propaganda.
Mario Sommella e Matteo Minetti
