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I bonus non fanno degno il lavoro

di Federico
Giusti

La bozza del decreto lavoro che il Governo ha varato non risponde alle reali esigenze della nostra società, si va avanti con esoneri contributivi e bonus, si pensa a qualche incentivo come misura adeguata al rilancio dell’occupazione e per regolarizzare i contratti di lavoro.
Appena avuto il testo definitivo sarà facile intervenire sull’argomento e con maggiori ragguagli ma intanto, da quanto letto, e ascoltato nella conferenza stampa del Consiglio dei Ministri, possiamo trarre alcune considerazioni.
Partiremo dalla mera constatazione che i bonus si siano dimostrati poco utili per la ripresa dell’occupazione, i dati sono impietosi, per un anno la fascia di età tra i 50 e i 59 anni era quella destinataria delle offerte occupazionali, la fascia che non necessita di formazione presentando manodopera già impiegabile in produzione, formata e addestrata, Questa fascia di età, come quella tra i 25 e i 50 anni, nell’ultimo anno risulta invece maggiormente penalizzata. Si deduce che l’ottimismo meloniano era mal riposto, la occupazione non cresce come nelle previsioni, l’economia arranca, i bonus si dimostrano misure inadeguate, parziali e in sostanza favorevoli alla parte datoriale che, tuttavia, prima di assumere qualcuno a tempo indeterminato penserà a soluzioni quali il tempo determinato o l’interinale, specie in tempi nei quali la incertezza domina sovrana per le ricadute della guerra sull’economia europea. Il Governo dovrebbe riflettere bene sulla sua politica estera, tanta arrendevolezza verso Trump non aiuta la economia europea e italiana.
Siamo quindi ancora dell’idea che i bonus restino la soluzione migliore per far decollare economia e occupazione?
Come pensiamo di combattere la miseria salariale e la continua erosione del potere di acquisto?
Fino ad oggi sono stati proprio i bassi salari a rappresentare il cavallo di battaglia dell’imprenditoria italica, i fattori di competizione se dipendono dal ridotto costo del lavoro in pochi anni si rivelano fallimentari.
Anche in questo caso il Governo si arrampica sugli specchi nascondendosi dietro alle posizioni assunte dal CNEL, ai minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali (CCNL) stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative, quei minimi che poi si sono dimostrati invece del tutto inconsistenti . Il dumping salariale non si contrasta in questi modi, perfino le disuguaglianze economiche nei vari comparti della Pubblica amministrazione restano le cause della perdita di migliaia di lavoratori negli enti locali e nella sanità.
Il Governo evita di stabilire per legge un salario minimo ben consapevole che oggi i contratti nazionali non assicurano equità e dignità alla dinamica salariale, in questo modo evita tuttavia contenziosi con le parti datoriali e accontenta i sindacati rappresentativi consegnando loro il monopolio della contrattazione.
Il Governo non mette in discussione le norme che disciplinano i rinnovi contrattuali, il codice IPCA con cui calcolano, al ribasso, gli aumenti, provano a nascondersi dietro alla promessa di adeguare le retribuzioni forfettariamente in misura pari al 30% della variazione dell’Indice dei prezzi al consumo armonizzato (IPCA) in caso di mancato rinnovo entro 12 mesi dalla scadenza.
Altre dovrebbero essere le soluzioni, ad esempio: abrogazione del codice Ipca che non tiene conto dei costi energetici, sostituzione della indennità di vacanza contrattuale con aumenti reali fin dal primo mese di scadenza contrattuale. meccanismi automatici di adeguamento dei salari e delle pensioni al costo della vita.
Chiudiamo con due considerazioni ulteriori, la pretesa di disciplinare gli algoritmi che determinano invece nuove forme di sfruttamento con il ricorso alla tecnologia e al suo utilizzo da parte datoriale. Sono proprio gli algoritmi uno dei mali endemici da combattere per restituire dignità al lavoro. Il Governo interviene, si fa per dire, anche sui rider preoccupandosi solo di accedere alla piattaforma attraverso SPID, CIE o CNS oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma ad un preciso singolo codice fiscale. Invece di comprendere come funziona questo mondo si pensa alla sanzione tra i 600 e i 1.200 euro per punire «la cessione del proprio account e l’uso di account da parte di persona diversa dal titolare» .
Il Governo dovrebbe intervenire pesantemente sui datori di lavoro, sulle piattaforme facendo pagare loro le tasse in Italia visto che nel nostro paese accumulano profitti considerevoli. Ancora una volta si preferisce invece fare la voce grossa con i deboli e mostrarsi arrendevoli e servili verso i potenti. Prova ne sia il fatto che non si vogliono rimettere in discussione tutti quei meccanismi regolatori in materia di rinnovi contrattuali dimostratisi dannosi per la forza lavoro, abbiamo perso tanto potere di acquisto da essere ormai tra gli ultimi paesi europei quanto a tenuta dei salari.
E il Governo Meloni? Pensa che i bonus, gli sgravi fiscali, la decontribuzione, le sanzioni siano la soluzione di ogni male, visione semplicistica che dimostra la lontananza siderale dai problemi reali di questo Esecutivo.

Federico Giusti

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