intersezioni femministe

Manifestare serve

di N. Pirotta
P. Guazzo

“A cosa serve manifestare la pace se la notte stessa gli Stati Uniti hanno bombardato i siti nucleari iraniani e l’escalation bellica non si è fermata?”

Domanda legittima specie dopo la bella manifestazione di sabato scorso nella quale migliaia e migliaia di persone, di generi e generazioni differenti, provenienti da diversi parti del nostro paese, hanno sfilato per le vie di una Roma bollente per affermare la propria volontà di pace, chiedere ancora a gran voce la fine del genocidio a Gaza e le violenze in Cisgiordania, ribadire l’urgenza di garantire a tutte e a tutti l’esigibilità dei diritti sociali e civili, a partire da salute, scuola, lavoro, e per esprimere contrarietà al riarmo dell’Unione Europea.

Un’Unione Europea che priva di qualsiasi rilevanza politica sullo scacchiere internazionale, non ha saputo fare di meglio che stanziare, con un accordo quasi completamente bipartisan, 800 miliardi per potenziare la difesa militare dei singoli Stati ma in particolare della Germania.

Un’Unione Europea governata da una leadership femminile, espressione di un patriarcato per nulla morto, che considera il ritorno della guerra in Europa possibile, se non imminente.

Tornando alla domanda da cui siamo partite vorremmo sottolineare che, benché legittima, è pero fuorviante.

Ci sono già state altre epoche storiche nelle quali movimenti sociali di massa non sono stati in grado di fermare le dinamiche di guerra. Pensiamo nello specifico all’oceanica manifestazione del 15 febbraio 2003 che portò in piazza, nelle principali città del mondo, oltre 100 milioni di persone (la seconda potenza mondiale, la definì il “New York Times”) che si opponevano all’imminente guerra in Iraq. Questa manifestazione è stata definita la più grande manifestazione pacifista della storia. Nasceva dentro una dinamica mondiale di un movimento che, partito da Seattle nel 1999, aveva costruito spazi e luoghi di incontro, o forum sociali come vennero chiamati,  confronto e lotta in diverse parti del pianeta.

Nonostante tutto ciò la guerra in Iraq ci fu, e con essa la sconfitta di quel movimento.

In seguito il susseguirsi di  crisi, economiche, ambientali e sanitarie, frutti avvelenati di una sistema capitalista e patriarcale vorace e sempre più aggressivo e violento, alimentò inquietudini, paure, preoccupazioni per il futuro che hanno favorito individualismo, solitudini e precarietà di vita.

In questo quadro, in Occidente, le democrazie, anche sul piano formale, declinano costantemente e favoriscono il ritorno di sentimenti revanchisti, desideri suprematisti, conflitti intercapitalisti la cui soluzione, per alcuni, in assenza di una forza materiale di movimento alternativa al sistema, sta nella corsa agli armamenti e nel ritorno della guerra come mezzo di soluzione dei problemi.

Tutto ciò ha reso oggettivamente complicata la nascita o la ripresa, nella società, di movimenti che provino a modificare l’ordine delle cose. A dire il vero qualcuno che ci prova c’è, pensiamo in particolare al movimento femminista internazionale di “Ni una menos” o a quello ecologista o ancora , nel nostro Paese, all’esperienza di “Insorgiamo”, nato dalla lotta dei lavoratori della GKN.

Esperienze importanti che però faticano a convergere in una forza, comune e organizzata capace di costruire e praticare collettivamente una visione del mondo, e quindi un modo di vivere, alternativi ai poteri dominanti.

Per queste ragioni la manifestazione di sabato scorso, lanciata dalla rete europea Stop ReArm Europe, a cui hanno aderito oltre 400 realtà organizzate (collettivi, reti, associazioni, partiti, sindacati) è stata preziosa. Non come punto di arrivo, ma al contrario come possibile punto di partenza per provare a dare corpo ad un soggetto collettivo ed organizzato capace di costruire egemonia e dare gambe all’alternativa.

Crediamo che questa sia una prospettiva difficile e complicata ma non impossibile.

E lo crediamo anche alla luce del fatto che sabato scorso i cortei erano due e, benché i soggetti che li hanno organizzati non siano riusciti a convergere per specifica responsabilità di chi non crede possa esistere una realtà che non sia la propria, e nonostante la loro strutturazione fosse diversa ( l’uno più politico e l’altro più sindacale) noi crediamo che le persone in carne ed ossa che hanno partecipato all’uno o all’altro, esprimano un comune auspicio: lottare per un mondo diverso nel quale sfruttamento, oppressione, violenza e guerra non siano più la cifra del nostro vivere.

Se questo è vero, potrebbe significare che esistono ancora anticorpi all’ascesa di idee suprematiste, misogine, razziste e bellicose e antidoti all’affermarsi di società autoritarie ed escludenti.

Il corpo della società tremola e si agita, sobbolle forse in cerca di nuove vie. Troverà un’organizzazione meno miope, meno ancorata ai poteri patriarcali surrettizi e talora espliciti che infestano anche le logiche di chi si oppone? Le lotte territoriali dovrebbero cominciare ad essere messe in discussione, a partite da noi stessə. Aprire, non chiudere. Convergere, non ostruire.

Ecco perché noi riteniamo che essere scese in piazza sabato 21 giugno sia stata cosa buona e giusta: abbiamo ridato visibilità e corpo ad un popolo che non vuole rassegnarsi e continua a lottare per un mondo migliore.

Dici niente!

 

Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta

 

Articolo precedente
Lui, verso la sua fine
Articolo successivo
Non solo Ungheria. I diritti lgbtia+ tra Istanbul e Amed

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.