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Malattie virali, allevamenti e distruzione di habitat naturali

di Riccardo
Rifici

Già da molte parti si è accennato a quanto la distruzione degli habitat naturali abbia inciso sulle cause che hanno portato alla pandemia causata dal Covid-19. Ritengo utile dire qualcosa in più su questo tema. A tale proposito mi sembra utile un breve premessa.

Nel suo bel libro Armi, acciaio e malattie, Jared Diamond ci suggerisce i motivi che, nel corso dell’età moderna, hanno permesso agli europei di prevalere su altri popoli. Tra questi, l’affermarsi dell’allevamento e dell’agricoltura, sono stati i fattori che, oltre a influenzare i cambiamenti sociali avvenuti nella preistoria delle comunità umane, hanno determinato le ragioni della supremazia europea che ha caratterizzato i secoli successivi al rinascimento.

Mentre da un lato tali “mezzi di produzione” hanno provocato il rivoluzionamento delle strutture sociali e culturali, in particolare quelle riguardanti:

  • la progressiva sostituzione delle comunità nomadi con quelle stanziali.
  • il passaggio da una società matriarcale, più attenta ai bisogni collettivi, ad una patriarcale, sicuramente più egoista ed individualista

l’affermarsi dell’allevamento già in età preistorica, avvenuto soprattutto in Europa e in particolare nell’area del Mediterraneo, e quello dell’agricoltura, ha permesso una accumulazione individuale di ricchezza con la conseguente formazione di oligarchie e strutture di comando maggiormente propense all’espansione territoriale e alla sottomissione di altre popolazioni.

L’agricoltura e l’allevamento hanno, però, avuto anche altre conseguenze negative, sia nei confronti degli habitat in cui vivevano gli uomini, sia nei confronti degli stessi esseri umani. Nel caso degli allevamenti, questi elementi negativi si sono manifestati molto precocemente. Basti notare come la pratica della pastorizia intensiva, già nei primi millenni della storia umana ha avuto seri impatti sugli habitat naturali provocando rilevanti fenomeni di desertificazione nelle zone praticata.

L’allevamento ha avuto un’altra importante conseguenza. La domesticazione degli animali ci ha, infatti, regalato molte di malattie infettive cui gli uomini non erano soggetti.

La stretta coesistenza tra uomini e animali (sempre più densamente ammassati) ha consentito, col passare del tempo, il salto di specie di microorganismi dagli animali all’uomo. A ciò si aggiunge il fatto che gli uomini, per destinare all’agricoltura e al pascolo sempre più territori, hanno da subito cominciato, spesso con metodi distruttivi, ad aggredire gli habitat naturali costringendo così animali selvatici che li vivevano, ad avvicinarsi sempre più alle comunità umane e agli allevamenti.

In alcuni casi, nel corso dei secoli, gli uomini hanno avuto il tempo di adattarsi, diventando immuni o acquisendo comunque una maggiore resistenza alle infezioni dei microorganismi, in altri, solo la medicina moderna ha trovato rimedi.

Come ci racconta Diamond, nel suo libro, questa maggiore resistenza ai microrganismi di origine animale è stata l’arma, forse determinate, per assoggettare e sterminare interi popoli che non avevano acquisito tale resistenza. Ciò è stato sicuramente il caso delle Americhe e dell’Australia dove, a causa della scarsa presenza di animali addomesticabili (nelle Americhe si allevavano solo alcuni volatili e poco altro), le popolazioni locali sono stati in pochi decenni sterminate da malattie come il vaiolo, il morbillo, il tifo e come la banale influenza (alcune stime dicono che oltre il 90% della popolazione originaria delle Americhe sia stato sterminato dalle malattie portate dagli europei). Questo è stato, probabilmente, l’elemento principale che ha permesso a pochi invasori, anche se meglio armati, si aver ragione di intere popolazioni.

Vale la pena di segnalare, come controprova di tutto ciò, che tale facilità nel sottomettere territori non si è avuta nel caso dell’Africa, dove esistevano già molti parassiti locali a cui gli europei non erano abituati e non avevano alcuna protezione immunitaria.

Peraltro, gli stessi europei, prima dell’età moderna e dell’arrivo di antibiotici e vaccini, hanno avuto anche loro problemi serissimi con le malattie infettive provenienti dagli animali. Si pensi alla peste bubbonica che nella metà del 1300 spazzò via un quarto della popolazione europea o a casi come quello della influenza “spagnola” che dopo la prima guerra mondiale provocò decine di milioni di morti (influenza probabilmente originata da un volatile, poi passata ai maiali e quindi all’uomo), o ad altre malattie più recenti (l’AIDS, la SARS, o Ebola), tutte arrivate, attraverso successivi passaggi, dagli animali selvatici, agli animali da allevamento, fino all’uomo.

Ma, queste numerose esperienze, che gli uomini hanno affrontato nel corso della loro storia, non sono servite a far comprendere i gravi rischi dell’attuale modello produttivo. Un modello che non solo genera problemi come il riscaldamento del globo, ma ci espone a eventi come la pandemia del Covid-19.

Ancora una volta la natura ci dice come sia particolarmente rischioso non fare i conti con essa. Come non sia rimandabile una azione per cambiare da cima a fondo questo modello produttivo, in particolare quello legato all’agricoltura e agli allevamenti industriali, che sono tra i principali responsabili della distruzione degli ambienti naturali, della emissione di inquinanti e dell’innesco di fenomeni come l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo.

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