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Contro il negazionismo liberista

di Roberto
Musacchio

Finalmente cominciano delle manifestazioni di sinistra, nel rispetto delle regole di sicurezza, che rifiutano e contestano il negazionismo delle destre sul virus ma anche il negazionismo della necessità di criticare ciò che non si è fatto e non si fa.

Il negazionismo della mancata autocritica su 30 anni di liberismo e della necessità di rompere con essi.

Di rompere con i cattivi interessi di confindustria e di fare cose concrete. Chiudere quando è necessario.

Dare reddito per tutt@. Assumere le centinaia di migliaia di persone che mancano per far funzionare meglio sanità, scuola e trasporti.

Poi ci sarebbe un discorso sulla democrazia.

Il caos di capi e capetti cui è ridotto questo Paese.

Lo stato di emergenza permanente che non ha evitato l’emergenza.

Di questa lotta al negazionismo della critica e dei danni del liberismo c’è un grande bisogno.

Tre mesi di lock down duro sono arrivati tardi e dopo la perdita di decine di migliaia di vite.

E non sono serviti a impedire che ora si tornasse in una crisi acuta.

Il virus è una brutta bestia.

I problemi ce li hanno tutti.

I guasti vengono da lontano.

Ma questo non assolve né esime dalla critica doverosa.

Ricapitaliamo.

In Italia non c’è traccia di una seria predisposizione ad attuare quel piano pandemico indicato dall’OMS come necessario a fronte dei rischi pandemici individuati dal 2000.

Una interrogazione del senatore De Falco su questo tema aspetta ancora risposta.

La individuazione pronta delle zone rosse è andata a finire nelle nebbie del caos istituzionale e degli interessi.

Situazione non risolta come si è visto in questi giorni.

Le riaperture generalizzate e la diffusione del virus al Sud. Le discoteche aperte. La gestione della stagione estiva.

Il perché quando si torna alla “vita normale”, al “chiuso” il sistema non regge la “convivenza” col virus.

L’Italia ha subito 37 miliardi di tagli alla spesa sanitaria.

Ha 3 posti letto per 1000 abitanti contro gli 8 della Germania. 170 medici di base per 100 mila abitanti contro i 280 della Germania mentre ha una pletora di medici specialisti collegati al privato. Manca di anestetisti, infermieri, tecnici.

Ha due punti di lavoratori pubblici in meno della media europea. Addirittura 70 per 1000 abitanti contro i 180 degli USA.

Sono i più anziani e tra i peggio pagati.

E così sono le strutture in cui operano.

Le scuole e gli ospedali sono vecchi e malandati. Molti ospedali sono stati chiusi. La rete metropolitana è la più scarsa delle grandi città europee. Gli autobus hanno più di 11 anni di vita media contro i 6 della Germania.

Se in Italia stiamo a 40 mila morti e in Germania a 10 mila si dovrà dare conto. Anche perché il trend differente della mortalità tra Italia e Germania è ricominciato.

E infatti l’Europa dovrebbe essere chiamata in causa. Ha imposto tagli. Non ha promosso armonizzazione. È l’Europa di Maastricht e non della cura. Deve cambiare. La presa d’atto delle “insufficienze” che viene da Ursula von der Layen non basta. Serve una azione diretta della UE che finanzi interventi diretti sulla gestione della pandemia.

È l’opposto del “fai da te a debito” del Mes.

Il Mes va sciolto perché indegno di una Unione politica e per recuperare soldi per un intervento di sanità pubblica antipandemia direttamente europeo.

E vanno coordinate le conoscenze scientifiche, le scelte, i lockdown necessari e su cui non può pesare la paura della concorrenza. Le cose da salvare, come la scuola. L’uso del vaccino, che deve essere pubblico e per tutti.

Il negazionismo liberista va sconfitto.

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