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Mala tempora currunt

di Maria
Pellegrini

di Maria Pellegrini

Nel 2003 le Nazioni Unite istituirono la “Giornata Internazionale contro la Corruzione” per porre l’attenzione su questo fenomeno, sulla sua pervasività e sull’impatto che può avere sulla vita delle persone, ma nonostante le buone intenzioni, dopo sedici anni la corruzione è ancora molto diffusa in tutti i paesi del mondo e anche nella nostra Italia. Non può essere portato a consolatoria giustificazione il fatto che è un fenomeno sempre esistito in varie forme e con varia gravità. Ci sono infatti episodi di grande attualità che hanno consonanze con vicende e personaggi di un passato remoto.La storia dell’antica Roma documenta che tale fenomeno ebbe dimensioni anche superiori a quelle dei nostri tempi con precise testimonianze di corruzione elettorale, brogli, concussione, peculato, appalti e tangenti, vendita di posti e di cariche, manovre per comprare i giudici. Si acquistavano voti, cariche pubbliche, inferiori e alte, posti nell’amministrazione e nell’esercito. Fu proprio questa vena corruttiva a decretare il declino della civiltà romana. Montesquieu, nelle Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza, osservava tra le cause della decadenza l’uso degli uomini di potere di corrompere il popolo con il denaro.

Celebre fu nel I secolo a. C. il processo contro Gaio Verre, ex governatore della Sicilia, i cui capi di accusa erano: concussione, peculato, violenza. Durante il suo mandato aveva sfruttato la provincia con incredibile rapacità. Poiché un magistrato in carica godeva di molti privilegi e dell’immunità giudiziaria, durante gli anni di governatorato a nessuno era venuto in mente di accusarlo o aprire un’indagine nei suoi confronti. Ma a fine mandato nel gennaio del 70 a. C., ben sessantaquattro città dell’isola, saccheggiate e stremate dalla sua cupidigia, decisero di ricorrere al Foro Romano per intentare contro di lui una causa per corruzione e concussione affidando il patrocinio dell’accusa a Ciceroneche accettò nonostante nella sua carriera fosse solito assumere la difesa di accusati. Verre, come era in uso tra i governatori, era andato in Sicilia per arricchirsi e ciò poteva essere accettabile, ma aveva oltrepassato ogni limite di decenza. Il famoso oratore durante il processo rivolgendosi ai giudici annunciò: «Ho portato in tribunale un uomo che è stato dilapidatore del denaro pubblico, rovina e flagello della provincia di Sicilia» e lo definì «avido collezionista di preziose opere d’arte, in tutta quanta la Sicilia non ha lasciato nulla in casa di nessuno, neppure in quella degli ospiti, nulla nei luoghi pubblici, neppure nei santuari, nulla che appartenesse ai Siciliani o ai cittadini romani, in una parola nulla che cadesse sotto i suoi occhi o che risvegliasse la sua cupidigia, nulla di privato o di pubblico». Cicerone mostrò con metodo, con precise testimonianze e documenti che nei suoi anni in Sicilia Verre aveva ammassato l’enorme somma di 40.000.000 di sesterzi. (considerando che oggi 1 sesterzio potrebbe equivalere da 2 a 6 euro, il corrispondente sarebbe tra € 80.000.000 a €240.000.000). Non è difficile vedere nell’imputato di questo processo, un uomo corrotto, tanto simile a politici e amministratori che in questi giorni affollano i nostri quotidiani e gli schermi televisivi con rivelazioni sorprendenti e intercettazioni telefoniche, indecorose testimonianze della brutalità dei loro animi e delle loro azioni. Verre costituiva un caso tutt’altro che isolato, i governatori delle provincie e gli alti gradi dell’amministrazione periferica, nonostante il generoso appannaggio ricevuto, spesso approfittavano della propria posizione per danneggiare le popolazioni soggette a Roma. Era costume diffuso depredare le province dei loro tesori d’arte e arricchirsi con ogni mezzo lecito e illecito che consentisse loro di ripagarsi le enormi spese sostenute per la candidatura. Dalla fine del II sec. a.C. si scatenò una vera e propria caccia al voto, ottenuto con ogni mezzo anche attraverso la “clientela”. Il cliens era quel cittadino che, per la sua posizione svantaggiata all’interno della società, si trovava costretto a ricorrere alla protezione di un patronus in cambio di svariati favori. Il vincolo clientelare era un’arma potente in mano agli aristocratici per subordinare i ceti inferiori, ed un forte ostacolo all’esercizio della giustizia, obbligando a una specie di omertà sia il patrono sia il cliente. Era inoltre un’eccellente base di manovra politica e riserva di voti assicurati. Altre fonti di corruzione erano la compravendita delle cariche pubbliche minori, di posti nell’amministrazione provinciale e nell’esercito, e la pratica della raccomandazione per l’accesso all’entourage di un potente.

Per Cicerone il processo offriva al Senato l’opportunità di riacquistare credito di fronte all’opinione pubblica, mediante una condanna esemplare che ristabilisse la fiducia dei cittadini nei confronti della giustizia. Il processo finì con un verdetto di condanna.

La vicenda diede un energico impulso alla riforma dei tribunali e del sistema delle giurie. Il monopolio delle giurie da parte dei senatori fu abolito e la loro rappresentanza in esse fu ridotta di un terzo. Si era tentato anche prima, fin dall’inizio del II secolo a. C. di arginare, di porre un freno ad affari illeciti con una serie di leggi la lex Calpurnia, nel 149 a.C., sanzionava il crimen repetundarum, cioè l’estorsione e la captazione di doni da parte di magistrati che li sottraevano alla comunità. La legge forniva ai provinciali gli strumenti giuridici per recuperare quanto i governatori romani avevano loro ingiustamente estorto. Successivamente fu la volta della Lex Cornelia de repetundis, nell’81 a C., integrata poi dalla Lex Iulia de repetundis nel 59 a. C. per definire dettagliatamente i reati di concussione e di estorsione, fissando un tetto alla somme in denaro che i magistrati romani potevano percepire nell’adempimento delle loro funzioni. Si stabiliva inoltre che i registri fiscali dovessero essere tenuti in triplice copia, una delle quali doveva essere inviata a Roma, e si fissava la pena del reato, che era di solito pecuniaria (restituzione del triplo o del quadruplo della somma illecitamente guadagnata) integrata, nei casi più gravi, con l’esilio. Nonostante gli sforzi legislativi, la corruzione continuò a serpeggiare nel mondo politico e affaristico. Poiché la compravendita dei voti era attuata anche con l’offerta di banchetti, di posti a teatro, di giochi gladiatori, Cicerone fece promulgare una legge che vietava di organizzare giochi gladiatori due anni prima della candidatura a una carica.

Anche oggi di fronte a ogni scandalo di affari illeciti, si torna a parlare della questione morale, ma forse si deve fare qualcosa di più per prevenirla e non intervenire soltanto quando il male è ormai in atto e virulento a tal punto da non potersi più estirpare, o quando con rassegnazione è accettato perché inevitabile.

Nell’ultimo triennio sono stati indagati e arrestati 47 politici, 20 dei quali sindaci. Sono alcuni numeri che emergono dal dossier “La corruzione in Italia nel triennio 2016-2019: numeri, luoghi e contropartite del malaffare”, presentato dal presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, che deplora il disinteresse di fronte a all’emergere di tanta diffusa illegalità: «In Italia nessuno se ne occupa».

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