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Lotta di classe al Parlamento Europeo

di Franco
Ferrari

L’intervento al Parlamento Europeo di Manon Aubry, co-presidente francese del gruppo della sinistra unitaria e sinistra rosso-verde (GUE-NGL La Sinistra), ha avuto, soprattutto in Italia, una larghissima diffusione, molto al di là di quella che è la tradizionale area di militanti politici che si riconoscono nelle idee della “sinistra radicale”.

Questo fatto ci può condurre ad alcune riflessioni di un certo interesse. E’ stato rilevato positivamente da molti il tenore dell’intervento che criticava severamente l’atteggiamento subalterno della Commissione della UE, guidata dalla Von der Leyen, nei confronti delle grandi multinazionali farmaceutiche. Duro nei contenuti, preciso nei riferimenti, alieno da formule astruse e da ideologismi. Ha evidenziato come il ritardo sempre più evidente nel processo di vaccinazione in Europa sia il frutto della non volontà della Commissione Europea e delle forze politiche che la sostengono di far prevalere il bene comune rispetto all’interesse privato delle case farmaceutiche.

E’ stata criticata la totale mancanza di trasparenza, come è risultato dal fatto che i testi di contratti sono stati resi pubblici in modo molto parziale e solo dopo la pressante iniziativa del gruppo della sinistra al Parlamento Europeo. Di fronte ai ritardi nella consegna dei vaccini, l’Unione Europea si ritrova completamente disarmata. L’operazione, messa in campo da Draghi col sostegno della Commissione, di bloccare l’esportazione di 250.000 dosi di vaccino destinate all’Australia, è sembrata più un tentativo propagandistico di dare l’idea che si adottava la “linea dura” verso le aziende, senza cambiare in realtà nulla nell’atteggiamento di fondo. Si è cercata quella che un’editorialista del Sydney Morning Herald ha definito come una “easy win”, una vittoria facile. Facile perché si trattava di una quantità modesta destinata ad un paese che si è comunque attrezzato per produrre ingenti dosi di vaccino a casa propria.

Ma al di là della mancanza di trasparenza, la politica della Commissione UE sconta l’adesione al dogma liberista della tutela assoluta degli interessi privati, in questo caso i profitti delle grandi multinazionali farmaceutiche, che già annunciano cifre favolose da distribuire ai propri azionisti, prima e al di sopra dell’interesse collettivo a fermare prima possibile la diffusione della pandemia che ha già prodotto milioni di morti.

La questione della proprietà pubblica dei brevetti, la possibilità di utilizzare più ampiamente la potenzialità produttiva esistente a livello mondiale, è stata sollevata con forza dai parlamentari europei di sinistra che si sono impegnati direttamente su questa questione: oltre a Manon Aubry, eletta di France Insoumise, Marc Botenga, del Partito del Lavoro Belga e Marisa Matias del Bloco de Esquerda.

E’ stata riaffermata la necessità di garantire la diffusione dei vaccini in tutto il mondo, condizione indispensabile per sconfiggere gli effetti della pandemia e bloccare la sua circolazione. Questo obbiettivo richiede di rimuovere tutte le varie forme di uso politico del vaccino. Russia e Cina sono state accusate di distribuire i loro vaccini subordinandoli ad una logica di influenza diplomatica. Non c’è dubbio che vi sia questo elemento (e stupirebbe il contrario), ma d’altra parte, la decisione europea, che ha accettato una richiesta di Draghi, di bloccare il trasferimento di una quota di vaccini ad alcuni paesi africani che non hanno la possibilità di acquistarli direttamente, lascia evidentemente spazio proprio a quelle iniziative.

La stessa Unione Europea, nell’escludere preventivamente alcuni Paesi come l’Ucraina e Israele dall’eventualità di un blocco dell’esportazioni, ha introdotto un criterio politico e non sanitario o di solidarietà internazionale verso Stati più poveri. La stessa Israele, per altro, ha introdotto una illegittima discriminazione nei confronti delle popolazioni palestinesi dei territori occupati. Inoltre, con la complicità di una delle grandi multinazionali, si è garantita un numero maggiore di vaccini di quelli di cui ha necessità, al fine di poterli utilizzare come strumento di scambio politico (se non di vero e proprio ricatto).

La questione dei vaccini solleva quindi un problema di rapporto tra le istituzioni politiche (che dovrebbero essere depositarie del primato dell’interesse pubblico) e grandi concentrazione economiche e finanziarie private. La logica neoliberista ha condotto alla progressiva rinuncia delle prime a determinare le condizioni entro le quali le seconde dovrebbero operare. In questo senso si può parlare dell’emergere di un episodio della lotta di classe.

Un secondo punto che emerge da tutta la vicenda, riguarda gli effetti della globalizzazione del sistema produttivo che ha portato alla concentrazione di impianti industriali in alcune parti del mondo. Lo si è visto all’inizio della pandemia quando mancavano mascherine ed altri dispositivi sanitari, perché nel corso degli ultimi decenni la loro produzione era stata pressoché interamente trasferita in Cina o in altri paesi nei quali il costo del lavoro è inferiore a quello dei paesi capitalistici più avanzati. Nel momento in cui, per ragioni oggettive o per volontà politiche, tutta la catena del commercio mondiale viene interrotta in qualche punto, si scopre che vi sono Paesi del tutto sprovvisti a fronteggiare un’emergenza.

Questo problema solleva una questione sulla quale, mi pare, la sinistra antiliberista non è ancora arrivata a formulare un’idea precisa. Occorre puntare alla “deglobalizzazione” e quindi a tornare il più possibile a reindustrializzare le zone che sono passate dalla fase della produzione industriale a quella della produzione di servizi? Il tema è per altro presente anche nel dibattito interno alle classi dominanti. Nel caso degli Stati Uniti (e in misura minore anche in Europa) ci si chiede, al di là dell’emergenza legata alla pandemia, se non vi sia stata una eccessiva dipendenza dalla Cina, considerata ormai sempre più apertamente un rivale strategico sul piano economico e dell’influenza sugli equilibri politici mondiali. E’ evidente che si determina una contraddizione sempre più grande tra la tendenza del capitalismo ad assumere una dimensione globale e la difesa del ruolo degli Stati-nazione come strumenti di mantenimento delle gerarchie di potere (finanziario, economico, militare).

Una parte della sinistra ritiene che si debba tendere, in una qualche misura, a riportare il conflitto all’interno dei singoli Stati, in quanto ritenuti l’unico ambito nel quale si può realizzare un certo equilibrio tra capitale e lavoro e quindi una forma di compromesso democratico. Una risposta relativamente semplice ma che a me pare da un lato anacronistica, dall’altro nemmeno del tutto auspicabile in quanto ci porterebbe ad un mondo ricco di contrasti nazionali, nei quali diventerebbe inevitabile l’egemonia delle forze più reazionarie. Naturalmente questo non significa che non si possano ipotizzare anche meccanismi di garanzia dell’autonomia nazionale in settori particolarmente sensibili, come quello sanitario.

Manon Aubry, in un’intervista al Manifesto, ha parlato di “sovranità sanitaria europea”. Si tratta di una formula che rimanda a quanto detto sopra, ma che va sottolineata anche per un’altra implicazione. A differenza di quanto era avvenuto nella crisi finanziaria degli anni scorsi, mi pare declinata a sinistra l’ipotesi che la soluzione della crisi possa avvenire ripristinando una vera o presunta sovranità nazionale (quella parte a cui ho accennato sopra). Anche quelle forze che si erano avvicinate a ipotesi di fuoriuscita dall’euro o dall’Unione Europea, nel corso di questa pandemia hanno avanzato proposte che si collocano interamente sul terreno della sovranità europea. Penso alle proposte sul ruolo della BCE, che diventa difficilmente pensabile senza che vi sia anche una dimensione istituzionale europea, o alla richiesta di un importante indebitamento da parte della Commissione Europea. Era stato richiesto, anche in sede di Parlamento europeo, una dimensione che era quasi il triplo del Next Generation EU poi effettivamente approvato.

La stessa ampia diffusione del video di Manon Aubry, da cui eravamo partiti, può essere sottolineato come il primo caso, credo, nel quale un intervento di un’europarlamentare, su un tema nel quale la Commissione ha svolto un ruolo di primo piano, trova così ampia diffusione (non meno di un milione di visualizzazioni in Italia). Questa diffusione segnala due elementi: il primo è che il terreno europeo diventa luogo di conflitto tra visioni diverse, e non solo più il regno di una astratta e solo ideologicamente neutrale “burocrazia”, e diventa quindi territorio di democrazia reale; il secondo è che il conflitto, nel momento in cui assume una dimensione sociale (“di classe”, abbiamo detto), prevale sulla dimensione sovranista e spesso etno-nazionalista. Il conflitto “buono” cancella il conflitto “cattivo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un Tribunale che fa paura alla politica

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