articoli

Recovery Management. Le scienze sociali, il capitalismo neoliberista e la Scuola Mckinsey

di Fabio de Nardis e Anna SimoneLa crisi di governo che, in piena emergenza pandemica, ha portato il Presidente della Repubblica a conferire l’incarico a Mario Draghi, rappresenta un motivo di riflessione per tutte quelle studiose e studiosi che, come noi, nelle ultime settimane hanno deciso di ridare nuova linfa alle scienze sociali attraverso la costruzione della rete “Sociologia di Posizione” e del suo testo-manifesto su pandemia e giustizia sociale1. Ancora una volta, nel nome dell’emergenza, che ormai pare essere diventata la cifra della politica contemporanea, se non proprio la norma (come riportano i dati della Protezione Civile: dal 2013 ad oggi lo Stato di emergenza è stato dichiarato ben 123 volte)2 si ricorre a un tecnico proveniente dal mondo della finanza per garantire la riproduzione di un modello di società, di produzione e di sviluppo che negli ultimi decenni ha generato solo sfruttamento e disuguaglianza. Un processo che in molte sedi abbiamo definito come neoliberalizzazione dello Stato e che ha mostrato tutti i suoi limiti con la pandemia.

In questo clima spartiacque, ci siamo resi conto di come le scienze sociali siano state realmente efficaci solo quando sono rimaste agganciate ai processi storici, senza rincorrere fittizi steccati disciplinari o la chimera di un finto neutralismo scientifico. I grandi sociologi del passato erano dotati di una forte soggettività storica, capaci di contaminare e farsi contaminare dalle condizioni materiali dell’esistenza sociale, generando anche una cassetta degli attrezzi utile a determinare nuovi modelli politici, giuridici e sociali.

Condividiamo l’idea di una sociologia intesa come una scienza sociale al contempo “trasformativa” e “generativa”, in grado di analizzare il presente per determinare un’agenda critica necessaria a immaginare un’alternativa di società. Se per tutto l’arco del Novecento le nozioni di “classe” e “sapere critico” hanno costituito coordinate imprescindibili per studiare e comprendere la composizione sociale nei suoi rapporti con il potere, la politica, il diritto e la cultura, oggi bisogna fare i conti con la scomposizione sociale e l’individualismo che hanno pervaso anche il mondo accademico e della ricerca. Tale processo tende a favorire una sociologia fredda, neutra, rassicurante e di servizio e si innesta acriticamente in un processo più grande che, a sua volta, genera un divario ulteriore e preoccupante tra bisogni sociali reali e forme della decisione politico-istituzionale. A partire da queste considerazioni, sentiamo l’esigenza di rilanciare il ruolo pubblico, emancipatorio, politico, trasformativo dei nostri studi.

Gli esseri umani hanno spesso difficoltà a trascendere i confini stretti delle proprie relazioni interindividuali. Vivono la propria vita nella convinzione che la causa dei propri disagi sia da rintracciare in se stessi o nel perimetro delle relazioni interpersonali, cedendo sempre più alla deriva individualista e concorrenziale determinata dall’antropologia neoliberista. Pur non negando l’importanza degli aspetti psico-sociali e micro-sociologici, la nostra prospettiva inserisce le dinamiche della vita sociale dentro una dimensione macro, fatta di processi economici, politici e culturali in cui si configurano vecchi e nuovi rapporti di forza nonché le relazioni di potere che non possono mai essere scisse dalle fasi e dalle contingenze storiche. Diventa dunque centrale comprendere i mutamenti strutturali dentro cui gli esseri umani sono immersi. La sociologia di posizione si pone infatti l’obiettivo di ricondurre il comportamento sociale e i disagi personali ai turbamenti oggettivi delle società contemporanee, trasformando dunque l’indifferenza pubblica in interesse attivo per i problemi collettivi al fine di restituire processi di soggettivazione possibili ad attori sociali utilizzati solo come mere individualità statistiche o merci. Il presupposto materialistico di questo approccio risiede nell’idea che ogni individuo possa realmente comprendere la propria esperienza solo collocandola nella propria epoca storica, concentrandosi sugli aspetti che lo accomunano agli altri anziché solo su quelli che lo distinguono da essi. Ogni biografia individuale è collocata in una particolare sequenza storica e solo connettendo individui e storia nell’ambito del complesso sistema di relazioni sociali possiamo gettare luce sul presente e sul futuro dell’umanità. Ma quale potrebbe essere il futuro dell’umanità dopo una pandemia globale se si ripropongono le stesse e identiche formule pensate dal management, dal neoliberismo e da chi ha costruito su questo un impero di estrazione del valore e di accumulazione già dai tempi di Reagan e della Tatcher?

La scuola Mckinsey di Londra, ad esempio, già grande protagonista dei processi di neoliberalizzazione degli ultimi anni e a cui è stato affidato il compito di svolgere un’indagine conoscitiva in grado di indirizzare alcune scelte del Recovery, come ha influenzato le politiche pubbliche sinora? È sufficiente studiarsi i loro programmi di formazione e management per comprendere che dal loro punto di vista tutta la sfera dell’umano va capitalizzata. Ogni lavoratore, lavoratrice, attraverso la nozione di “capitale umano” diventa una risorsa mercificabile da gestire, un brand da cui estrarre valore secondo il principio della libera concorrenza, dell’ideologia dell’innovazione e del culto dell’imprenditore di se stesso. Di qui il passaggio dalle vecchie forme di organizzazione del lavoro alla “gestione delle risorse umane” cominciato già a partire dagli anni Novanta, in concomitanza con i primi processi di flessibilizzazione e precarizzazione. Per la Scuola Mckinsey tutto ciò che è pubblico, istituzioni comprese, deve essere “aziendalizzato” e affidato ai programmi di management al fine di abbattere i costi e massimizzare i profitti. Se lungo tutto il corso del Novecento sono stati i diritti fondamentali sanciti dalle Costituzioni a includere e riconoscere il lavoro, così come le differenze sessuali e culturali, oggi si parla di “diversity management” ovvero di un programma di gestione delle “risorse umane” che mira a includere le donne, gli omosessuali, i neri e i disabili per poi metterli a valore attraverso adeguate strategie di marketing che favoriscono l’aumento del fatturato annuo delle multinazionali. Tutti gli indicatori di sviluppo utilizzati da queste ultime, così come dalle Pubbliche Amministrazioni, sono già all’interno di questo processo che capitalizza qualsiasi attitudine dell’umano. Un processo che, seguendo gli studi contemporanei sulla subalternità, si potrebbe definire “inclusione differenziale”. Lo scopo è infatti quello di superare la cultura dei diritti fondamentali e sociali strutturatasi nel Novecento a partire dalla cittadinanza e dal lavoro, nonché prediligere il diritto privato su quello pubblico vissuto sempre come un laccio per il libero mercato. Da loro viene anche tutta la cultura “motivazionale” che usa la psicologia cognitiva al fine di rendere “prestante” ogni lavoratore della Pubblica Amministrazione. Grazie a loro scompare il termine “mansione” dai programmi di formazione delle stesse PA e si introduce il termine “aspettativa di performance”.

La storia, dal nostro punto di vista, va concepita come un succedersi di discontinuità che portano alla sostituzione continua di tipi sociali assorbiti nella materialità delle relazioni. Nessun “tipo sociale” può considerarsi eterno e immutabile. Al contrario, la sua provvisorietà diventa la premessa necessaria per ogni indagine sociale sul presente. Dentro questa logica, il presente è il punto di approdo della discontinuità storica che si è realizzata nel passato e il punto di partenza della discontinuità storica che si realizzerà nel futuro. Il cambiamento diventa dunque scientificamente necessario e si realizza attraverso la sostituzione di un tipo sociale con un altro. L’accento sulla dimensione della provvisorietà del presente e sulla necessità storica del mutamento coniuga dunque la dimensione della scienza con quella della politica e dei bisogni delle soggettività. La mediazione tra pensiero e realtà, tra logica e storia diventa così reale, concretizzandosi nella connessione logico-storica tra teoria e prassi. Tuttavia, se neanche l’evento pandemico su scala transnazionale è riuscito a trasformare lo stato di cose che già precedeva la stessa pandemia, finendo con il generare solo una discontinuità governativa in un continuum di matrice neoliberista, cosa possono fare oggi gli intellettuali, i sociologi, se non prendere posizione per stare dalla parte dei governati e dei subalterni?

Noi sappiamo che attraverso un approccio critico è possibile connettere i processi culturali direttamente alla pratica dell’esistenza umana, fornendo di questa esistenza una spiegazione che parta dall’esistenza stessa. Come fece Marx per la sua epoca, oggi si tratta di ricostruire un’interpretazione della modernità a partire dal suo impianto materiale connesso alla capacità umana di produrre coscienza e organizzazione contro il progetto di mercificazione e di estrazione del valore che si consuma direttamente sulla vita degli attori sociali, dei lavoratori e delle lavoratrici. Non si tratta di speculare sull’esistenza del mondo, né di spezzettarla in compartimenti stagni, ma di ricondurre la spiegazione del mutamento sociale alla connessione necessaria tra pensiero e azione. Non è un caso che la stessa critica marxiana investisse tutte le componenti intellettuali del diciannovesimo secolo disvelandone la causazione storica, in modo che la cri­tica della teoria diventasse critica della pratica, la critica dell’economia politica diventasse critica del capitalismo e la critica della teoria politica diventasse critica della politica e del diritto borghesi. Un diritto che oggi cede sempre più il passo al tecnicismo.

Coerenti con questo approccio, neghiamo la naturalità e la neutralità della tecnica che ci viene propinata per giustificare politiche che in realtà servono a riprodurre il modello sociale e ideologico neoliberista che, proprio attraverso la pandemia, ci ha mostrato il suo vero volto, nonché i suoi effetti perversi a partire dalla sanità. Su questo e sul Recovery continueremo a fare ricerca e a posizionarci criticamente.


Anna Simone è docente di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale, Università di Roma 3; Fabio De Nardis è docente di Sociologia dei fenomeni politici, Università di Foggia


Pandemia e giustizia sociale

Network per una sociologia di posizione

Siamo una rete di sociologhe e sociologi impegnati da tempo a comprendere gli effetti politico-sociali generati dal primato dei valori, degli interessi e delle pratiche del neoliberismo nell’azione pubblica. Abbiamo studiato le diseguaglianze e l’esclusione sociale, la subalternità della politica alla governance neoliberale, l’impatto dei mercati sul rapporto tra pubblico e privato, sul welfare e sui diritti sociali, la centralità dei saperi esperti e delle tecnocrazie, la ricomposizione dei rapporti sociali in relazione ai processi di trasformazione del lavoro, il capitalismo delle piattaforme, le nuove forme di sorveglianza e controllo sociale, i populismi vecchi e nuovi, i processi di pauperizzazione, la semplificazione della comunicazione pubblica, il rischio e la retorica della sicurezza ridotta a securitarismo, le trasformazioni della forma-Stato, dei processi decisionali e dei conflitti, le migrazioni e i razzismi.

Non crediamo a una sociologia ridotta a svolgere compiti di “servizio”, bensì a una sociologia “di posizione” che serva a comprendere lo stato di salute, le tensioni e le contraddizioni delle società contemporanee, dando un contributo importante nelle scelte decisive che occorre intraprendere in Europa durante e dopo la pandemia. Per “posizione” intendiamo sia il nostro posizionamento critico nei confronti delle realtà politiche e sociali, sia la restituzione pubblica della presa di parola delle soggettività che compongono le società contemporanee.

L’emergenza pandemica sta tragicamente mostrando gli effetti perversi dei processi di mercatizzazione dello Stato e delle politiche pubbliche, oltre che il loro stesso fallimento. I sistemi sanitari mostrano le loro fragilità per effetto dei processi di privatizzazione a cui sono stati sottoposti. Le ricchezze vengono delocalizzate e concentrate tramite il capitalismo delle piattaforme. L’emergenza ha rafforzato i processi di personalizzazione e centralizzazione del  potere politico, prestando il fianco alla proliferazione di modelli di riferimento neo-autoritari. Questi processi si innestano in dinamiche di crescita delle disuguaglianze e criminalizzazione delle povertà che rischiano di trovare un’ulteriore accelerazione nei prossimi anni.

Proprio per questo, al di là della retorica prevalente, non siamo “tutti sulla stessa barca”. La pandemia ha aggravato disuguaglianze in modo esponenziale. È per questo che non basterà essere “resilienti”. Se esserlo significa tornare a un modello di sviluppo centrato sull’accelerazione dei cicli di produzione e consumo, sul primato del capitalismo finanziario, su un fisco regressivo, su insopportabili asimmetrie di potere, sull’individualismo competitivo e sulla normalizzazione della disperazione, noi preferiamo rifiutare la logica della resilienza, abbracciando piuttosto una pratica di resistenza generativa.

L’Europa che verrà merita altro: equità politica, sociale e fiscale, dignità del reddito, tutela del lavoro, un benessere fondato su beni e servizi collettivi accessibili a tutte e tutti. Sanità, istruzione, servizi di cura, acqua ed energie, infrastrutture sociali, abitazioni, investimenti in cultura e ricerca sono quei bisogni radicali e necessari per rendere la vita degna di essere vissuta.

Dedicheremo gli anni che verranno a un duplice impegno. Da un lato, ci daremo il compito, proprio della sociologia di posizione, di analizzare le conseguenze sociali e politiche della pandemia a partire dal cosiddetto Recovery Plan non appena esso vedrà la luce e diventerà operativo. Dall’altro, useremo gli strumenti della ricerca sociale per disegnare un’altra vita per l’Italia e l’Europa. A cominciare da una nuova idea di cura collettiva, non affidata agli attori della grande finanza, ma restituita ai suoi stessi beneficiari. L’innovazione di cui abbiamo bisogno non è quella predefinita dalle élites tecnocratiche, ma un cambiamento reale fondato su desideri, bisogni e interessi collettivi.

Lavoreremo attraverso esperienze di ricerca collettiva, coinvolgendo i soggetti che più duramente stanno sperimentando su di sé i segni della crisi. A loro non ci rivolgiamo come semplici testimoni privilegiati della propria condizione, bensì come parte attiva di un processo di riflessione ed elaborazione plurale di categorie utili a comprendere un disagio sociale ben visibile a tutte e tutti. Non intendiamo raccoglierne la parola, bensì farla emergere, in qualche caso suscitarla, per elaborare insieme un sapere condiviso sulla società, premessa centrale e insostituibile per la sua trasformazione e per una nuova idea di cura collettiva, oltre che di trasformazione sociale.

Primi firmatari: Fabio de Nardis (Univ. di Foggia); Giulio Moini (Univ. La Sapienza); Antonello Petrillo (Unisob, Napoli); Anna Simone (Univ. di Roma Tre); Angelo Salento (Univ. del Salento) Manuel Anselmi (Unitelma Sapienza); Sandro Busso (Univ. di Torino); Loris Caruso (Univ. di Bergamo); Davide Caselli (Univ. Milano-Bicocca); Federico Chicchi (Univ. di Bologna); Ernesto D’Albergo (Univ. La Sapienza); Alberto De Nicola (Univ. di Roma Tre); Edoardo Esposto (Univ. La Sapienza); Stefania Ferraro (Unisob, Napoli); Costanza Galanti (Univ. di Padova); Enrico Gargiulo (Univ. di Bologna); Fabio Quassoli (Univ. Milano-Bicocca); Giuseppe Ricotta (Univ. La Sapienza); Cirus Rinaldi (Univ. di Palermo); Onofrio Romano (Univ. Di Bari); Pietro Saitta (Univ. di Messina); Michele Sorice (LUISS, Guido Carli).

Prime adesioni: Rosalba Altopiedi (Univ. Piemonte Orientale); Francesco Antonelli (Univ. di Roma Tre); Niccolò Bertuzzi (Univ. Trento); Vando Borghi (Univ. di Bologna); Lavinia Bifulco (Univ. Milano-Bicocca); Marco Binotto (Univ. La Sapienza); Marco Bruno (Univ. La Sapienza); Francesco Campolongo (Univ. di Padova); Vincenzo Carbone (Univ. di Roma Tre); Xenia Chiaramonte (ICI Berlin); Gianluca De Angelis (Politecnico di Milano); Livia De Tommasi (Univ. di São Paulo); Mirco Di Sandro (Univ. di Roma Tre); Sara Fariello (Univ. della Campania Luigi Vanvitelli); Valeria Ferraris (Univ. di Torino); Davide Filippi (Univ. di Genova); Francesco Garibaldo (Fondazione Sabattini); Diego Giannone (Univ. della Campania Luigi Vanvitelli); Giovanna Gianturco (Univ. La Sapienza); Alberta Giorgi (Univ. di Bergamo); Barbara Giullari (Univ. di Bologna); Barbara Grüning (Univ. Milano-Bicocca); Carlotta Mozzana (Univ. di Milano-Bicocca); Caterina Peroni (CNR-IRPPS); Luca Raffini (Univ. di Genova); Emanuele Rossi (Univ. di Roma Tre); Irene Strazzeri (Univ. del Salento); Valeria Verdolini (Univ. Milano-Bicocca)…

Per adesioni al network: sociologiadiposizione@gmail.com

  1. disponibile in coda all’articolo e pubblicato da il manifesto l’8 febbraio.[]
  2. 102 volte a causa di eventi metereologici; 8 volte per eventi sismici o vulcanici; 7 volte per eventi conflittuali relativi alle relazioni internazionali; 6 volte per eventi sanitari e ambientali.[]
, ,
Ben scavato, vecchia talpa
L’apartheid del vaccino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Menu