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L’Italia è ferma al capolinea? No, arretra

di Pier Giorgio
Ardeni

Nel mio libro uscito nel marzo del 2025 – Sviluppo al capolinea. Le crisi che l’Italia deve risolvere per non precipitare (Meltemi) – avevo descritto come da più di tre decenni lo sviluppo italiano avesse subito una battuta d’arresto e come oggi il Paese apparisse fermo al capolinea. Il libro, cui avevo lavorato nel corso del 2024, considerava i dati disponibili fino al 2023. L’Employment Outlook 2026 appena pubblicato dall’OECD con dati aggiornati al primo trimestre 2026 conferma che l’Italia non è ferma al capolinea, ma sta arretrando. Il quadro, se possibile è quindi ancora più scuro e non c’è nulla all’orizzonte che appaia in grado di schiarirlo.

È vero, come riporta l’Istat, che l’occupazione “tiene”, toccando il record di 24.064.000 di occupati – e la disoccupazione è bassa, anche perché il tasso di inattività rimane alto – ma in che modo “tiene”? Nel primo trimestre del 2026, gli occupati tra i 15 e i 24 anni di età sono meno di quelli di un anno prima (88mila in meno), costanti quelli tra 25 e 34 anni, in calo quelli tra 35 e 44 anni (81mila in meno) e quelli tra 45 e 54 anni (132mila in meno), in grande aumento quelli tra 55 e 64 anni (261mila) e quelli tra i 65 e i 74 anni di età (da 749mila a 841mila). Sono quindi le classi di età più mature che consentono all’occupazione di crescere, complice la voluta rinuncia al pensionamento. Così, il tasso di occupazione (cioè quante persone in età lavorativa hanno un lavoro) raggiunge il 62,8%, che è un record per l’Italia, ma è ancora 9,3% inferiore alla media OECD (ed europea). E solo perché gli adulti e gli “anziani” non rinunciano a lavorare.

Nel complesso, poi, la performance dell’occupazione è dovuta in buona parte ad una crescita che stenta ed è una jobless growth, una crescita che non produce nuova (e giovane) occupazione, quell’occupazione “sostanziale” dovuta all’ampliamento dell’economia che porterebbe ad un aumento del reddito e delle retribuzioni. Le ore lavorate per lavoratore, ci dice l’OECD, tra il 2023 e il 2025 sono cresciute appena dello 0,2% (nell’insieme dei Paesi OECD sono diminuite), mentre erano calate tra il 2019 e il 2023 (anche se meno del lungo periodo 1995-2019). La cosiddetta produttività del lavoro – ovvero la variazione di Pil reale per ora lavorata – è diminuita in Italia dell’1% tra il 2023 e il 2025 (solo il Giappone ha fatto peggio), mentre era stata appena sopra lo zero nei periodi precedenti (la media OECD è attorno all’1% e quella UE appena inferiore).

Ciò che preoccupa e che fa dell’Italia la “maglia nera” tra tutti i paesi, è l’andamento dei salari e delle retribuzioni in termini reali. Se è vero che nel primo trimestre 2026 le retribuzioni sono cresciute in termini monetari di quasi il 2,5% su base annua, il loro aumento è stato inferiore a quello di un anno prima (4%). Ma dal momento che in Italia l’inflazione ha “picchiato duro”, anche più che altrove (in ragione soprattutto degli alti prezzi dell’energia), la variazione reale dei salari è stata negativa. Se confrontato con il primo trimestre del 2021, l’OECD ci dice che l’Italia è stata il Paese con il calo più significativo: il 6,1%. Un crollo, una perdita di potere d’acquisto enorme. Nessuno ha fatto peggio di noi.

Certo, dal 2019 i salari nominali sono aumentati, come un po’ dovunque. Se guardiamo a Francia, Spagna e Germania, però, lì l’aumento è stato maggiore che da noi (vedi grafici). E da noi, le retribuzioni in termini reali sono rimaste ben sotto il valore medio che avevano sette anni fa, mentre negli altri Paesi sono quanto meno stagnanti.

Ciò che poi peggiora il quadro è che la previsione che fa l’OECD è che nel 2026 i salari reali in Italia caleranno ancora dello 0,9%. E questo non solo per via dell’aumento dei prezzi ma anche in ragione dei lenti rinnovi dei contratti collettivi. Il cui effetto sulle retribuzioni appare essere stato del tutto insufficiente: l’Italia, infatti, è tra i Paesi in cui l’aumento nominale delle retribuzioni contrattuali è stato tra i più bassi tra i Paesi OECD e insufficiente a coprire l’aumento dell’inflazione. Una contrattazione che ha visto i sindacati sulla difensiva e che non è stata in grado di riguadagnare il potere d’acquisto perduto.

Figure. Retribuzioni nominali (linea azzurra) e reali (linea blu), grafici OECD

 

Un mercato del lavoro in cui aumenta l’occupazione – anche a tempo indeterminato – ma non il numero di ore retribuite e non il salario orario è un mercato che, ovviamente, segnala un impoverimento generalizzato. Che non è uguale per tutti, naturalmente. Sono le occupazioni meno qualificate, nei settori a più basso valore aggiunto, dove cresce l’occupazione, che tirano. Ma sono anche quelle dove i lavoratori soffrono di più un aumento del costo della vita che ne intacca profondamente le condizioni. Negli altri settori (il manifatturiero, certi servizi), invece, l’occupazione cala. Certo, diminuiscono le occupazioni nelle fasce più giovani e “promettenti”, mentre crescono le occupazioni più qualificate per le mansioni più retribuite dei lavoratori più anziani e con più esperienza. Un’economia, in sostanza, che tira i remi in barca e galleggia per competere come meglio può.

Il divario regionale, peraltro, appare ancora evidente: mentre infatti nelle regioni settentrionali i tassi di occupazione sono vicini alle medie europee (73,6%), nelle regioni meridionali sono addirittura attorno al 40,9%, tra i più bassi in Europa. Ciò non fa che peggiorare il quadro sociale, provocando un aumento dei tassi di povertà (anche tra chi ha un lavoro), soprattutto tra i lavoratori più giovani e immigrati, che sono quelli che più soffrono le situazioni di precariato diffuso nei settori a più alto turn-over.

Il quadro che emerge, quindi, è preoccupante. L’Italia è ferma, perché è ferma la sua economia, perché è bloccata la sua composizione sociale. Non c’è promozione, non c’è mobilità sociale, sono le fasce alte che beneficiano a discapito di quelle basse (come conferma l’andamento della distribuzione del reddito). È un’Italia che non fa che arretrare.

Quale tema potrebbe essere più dirimente per una coalizione progressista che vuole tornare al governo? Un programma delle sinistre che rimettesse al centro quei ceti la cui condizione non va che peggiorando potrebbe fare da traino alla partecipazione e al consenso. Ma, per ora, né il governo, né altri, paiono davvero preoccuparsi – non se ne fa menzione nel dibattito politico – e l’Italia del lavoro continua ad arrancare, con salari sempre più poveri e una condizione occupazionale che non consente di guardare avanti con fiducia.

Pier Giorgio Ardeni

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