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L’imposizione dell’atomo e dell’algoritmo. La crisi etica della sicurezza mondiale 

di Laura
Tussi

Dalla nuova corsa al riarmo alla crisi energetica, fino alla crescente presenza dell’intelligenza artificiale nei sistemi strategici, il modello di sicurezza globale sembra affidarsi sempre più alla tecnologia e alla deterrenza. Nel frattempo, milioni di cittadini europei continuano a confrontarsi con il costo dell’energia e con le difficoltà legate alla transizione ecologica. La domanda diventa allora inevitabile: quali risorse vengono destinate alla sicurezza militare e quali, invece, alla sicurezza energetica, sociale e ambientale?

L’attuale scenario internazionale è segnato da una convergenza sempre più inquietante tra minaccia nucleare, crisi energetica e rapida evoluzione delle tecnologie digitali. Guerre, instabilità geopolitiche e competizione per il controllo delle risorse hanno riportato al centro del dibattito il tema della sicurezza, troppo spesso interpretata quasi esclusivamente come rafforzamento degli arsenali e delle infrastrutture militari.

Eppure non può esistere una sicurezza autentica se la vita umana viene subordinata alla logica della potenza, della deterrenza e dell’equilibrio del terrore. La pace non nasce dall’accumulo di strumenti di distruzione, ma dalla costruzione di relazioni fondate sulla giustizia, sulla cooperazione e sulla responsabilità condivisa.

Il ritorno dell’ombra nucleare

Il primo e più evidente fattore di rischio rimane la persistenza degli arsenali atomici. Nonostante decenni di trattati per la non proliferazione e l’entrata in vigore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, gli arsenali continuano a essere considerati da alcune potenze uno strumento fondamentale della propria strategia di sicurezza.

L’idea che l’arma nucleare possa garantire stabilità rappresenta una delle grandi contraddizioni della storia contemporanea. Qualsiasi impiego di queste armi produrrebbe conseguenze umanitarie e ambientali potenzialmente catastrofiche, travolgendo popolazioni civili, ecosistemi e generazioni future.

Il disarmo nucleare non costituisce dunque un’utopia ingenua, ma un obiettivo politico, etico e giuridico che dovrebbe tornare al centro dell’agenda internazionale.

La crisi energetica e il prezzo pagato dai cittadini

La questione energetica rende ancora più evidente la contraddizione tra una concezione prevalentemente militare della sicurezza e i bisogni concreti delle società. L’energia è indispensabile per le famiglie, per le imprese, per i trasporti, per gli ospedali e per l’intero sistema produttivo. Quando il suo costo aumenta, gli effetti si trasferiscono sull’intera economia e colpiscono in modo particolare le fasce sociali più fragili.

La crisi energetica non è soltanto il risultato dell’andamento dei mercati. È anche il prodotto delle guerre, delle tensioni internazionali, delle dipendenze dalle importazioni, delle difficoltà infrastrutturali e dei ritardi accumulati nella diversificazione delle fonti.

L’Europa si trova così davanti a una scelta strategica: continuare a considerare l’energia soprattutto attraverso la lente della competizione geopolitica oppure accelerare una politica di autonomia energetica fondata sull’efficienza, sulle rinnovabili, sulle reti intelligenti, sull’accumulo e sulla riduzione dei consumi.

L’Europa delle armi e le risorse per la transizione

Il problema non è negare la necessità per gli Stati di garantire la propria sicurezza, ma interrogarsi sulle priorità. L’accelerazione della spesa militare europea rischia di rendere più difficile trovare risorse sufficienti per affrontare contemporaneamente la transizione energetica, il contrasto alla povertà, la sanità, la ricerca e la modernizzazione delle infrastrutture.

È questo uno dei nodi politici che non possono essere elusi. Le risorse pubbliche non sono infinite e ogni scelta di bilancio produce conseguenze. Se una parte crescente degli investimenti viene indirizzata verso l’industria della difesa, occorre discutere apertamente di ciò che viene rinviato, ridimensionato o considerato secondario.

La questione diventa ancora più delicata quando la politica industriale e quella militare tendono a sovrapporsi. L’espansione del comparto della difesa crea infatti interessi economici, posti di lavoro e investimenti industriali. Proprio per questo è necessario un controllo democratico rigoroso, affinché le decisioni strategiche non siano determinate esclusivamente dalle esigenze dei grandi gruppi industriali o dalle pressioni dei potentati economici.

La transizione energetica non può essere rinviata

La risposta alla crisi energetica non può consistere soltanto nel sostituire un fornitore con un altro o nel ricorrere nuovamente a fonti fossili ogni volta che emerge una crisi internazionale. Serve invece una strategia europea di lungo periodo.

Investire nelle energie rinnovabili significa ridurre la dipendenza dalle importazioni, diminuire l’esposizione alle oscillazioni dei mercati internazionali e creare nuove opportunità industriali. Ma significa anche intervenire sulle reti elettriche, sulle comunità energetiche, sull’efficientamento degli edifici, sulla mobilità sostenibile e sui sistemi di accumulo.

Una politica energetica realmente orientata alla sicurezza dovrebbe quindi avere come obiettivo la riduzione strutturale della vulnerabilità dei cittadini e dei territori. L’autonomia energetica non è soltanto una questione economica: è anche una componente della pace.

L’algoritmo e il rischio della disumanizzazione

Accanto all’atomo si afferma oggi un nuovo protagonista della sicurezza mondiale: l’algoritmo. L’intelligenza artificiale viene progressivamente integrata nei sistemi militari, nella gestione delle reti energetiche, nella cybersicurezza e nei processi decisionali ad alta criticità.

Questa evoluzione apre prospettive importanti sul piano scientifico, ma introduce anche vulnerabilità senza precedenti. Delegare decisioni strategiche a sistemi automatizzati significa accelerare procedure che possono avere conseguenze irreversibili.

Quando la velocità della macchina supera la capacità umana di riflessione, il problema non è soltanto tecnico: diventa profondamente etico e politico. È quindi indispensabile che nelle decisioni riguardanti la vita umana, la guerra e la sicurezza rimanga sempre una responsabilità umana chiaramente identificabile.

Le centrali nucleari ostaggio della guerra

Una delle derive più gravi dei conflitti contemporanei riguarda la vulnerabilità degli impianti nucleari. Trasformare centrali atomiche in obiettivi militari o in strumenti di pressione strategica significa mettere a repentaglio non soltanto i Paesi coinvolti, ma l’intero equilibrio ecologico del pianeta.

Il diritto internazionale umanitario impone la protezione delle infrastrutture civili essenziali. Il rischio nucleare non conosce confini e un incidente grave potrebbe produrre conseguenze ambientali e sanitarie che supererebbero ampiamente il territorio nel quale si verifica.

Per questo la protezione degli impianti nucleari durante i conflitti dovrebbe rappresentare una priorità assoluta della diplomazia internazionale.

Dall’economia di guerra a un’economia della pace

Il vero nodo politico è dunque quale modello di sviluppo l’Europa intenda perseguire. Un’economia sempre più orientata alla produzione militare può certamente mobilitare investimenti e capacità industriali, ma non risolve automaticamente le fragilità energetiche e sociali che alimentano l’insicurezza.

Una diversa prospettiva dovrebbe mettere in relazione sicurezza, energia, ambiente e diritti sociali. Le risorse destinate alla ricerca potrebbero essere orientate maggiormente verso tecnologie energetiche pulite, sistemi di accumulo, efficienza, mobilità sostenibile e infrastrutture resilienti.

La conversione di parte delle competenze industriali oggi concentrate nel comparto militare verso produzioni civili e ambientali potrebbe inoltre rappresentare una prospettiva concreta di lungo periodo. Non si tratta di cancellare dall’oggi al domani l’industria della difesa, ma di costruire progressivamente un’economia nella quale la prosperità non dipenda dall’aumento permanente della domanda di armamenti.

Una sicurezza fondata sulla pace

La crisi del nostro tempo impone dunque un cambiamento di paradigma. Scienza, tecnologia ed energia non possono essere piegate esclusivamente alle strategie del dominio e della competizione permanente, ma devono tornare a essere strumenti di sviluppo umano integrale.

La sicurezza del XXI secolo deve comprendere la protezione dalla guerra, ma anche dalla povertà energetica, dal degrado ambientale, dalle disuguaglianze e dalla perdita di controllo sulle tecnologie che incidono sulla vita collettiva.

Un appello urgente: scegliere la sicurezza umana

Per trasformare questa prospettiva in un’agenda concreta occorrono alcune scelte precise: rilanciare i negoziati sul disarmo nucleare e convenzionale; rafforzare il controllo democratico sulla spesa militare; garantire la protezione degli impianti nucleari nei conflitti; stabilire limiti internazionali all’impiego dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma; accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili e nelle reti; sostenere l’efficienza energetica degli edifici e delle imprese; contrastare la povertà energetica; destinare una quota crescente della ricerca pubblica alle tecnologie civili e ambientali.

Soprattutto, occorre riportare al centro della politica il principio secondo cui la sicurezza non può essere misurata soltanto dalla quantità di armi possedute. Un Paese, e un continente, sono realmente sicuri quando i cittadini possono accedere all’energia a costi sostenibili, quando le infrastrutture sono protette, quando l’ambiente è tutelato, quando le tecnologie restano sottoposte alla responsabilità umana e quando i conflitti vengono affrontati attraverso la diplomazia prima che attraverso la forza.

L’atomo e l’algoritmo possono diventare strumenti di paura oppure essere ricondotti entro un progetto di responsabilità. La scelta decisiva non appartiene alle macchine né agli arsenali: appartiene alla politica e alla capacità delle società di affermare una cultura della pace, della nonviolenza e della cooperazione. È su questo terreno che si misura la vera sicurezza delle generazioni presenti e future.

Laura Tussi

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