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Liberare Marwan Barghouti, la Palestina e uscire da ogni visione coloniale

di Stefano
Galieni

Il nostro sguardo, spesso inadeguato a comprendere la complessità di quanto avviene in altri contesti, soprattutto se non occidentali, tende spesso a semplificare e a costruire mitologie fondate su quelli che sono i propri elementi di informazione, sovente filtrati. Occorrerebbe un’analisi sul campo per verificare alcuni aspetti che noi diamo per assodati ma intanto riflessioni sulle prospettive che potranno nascere dopo la realizzazione della prima fase del cosiddetto “Piano Trump”, dobbiamo provare a farle. Molte e molti di noi inevitabilmente ragionano anche cercando di fare paragoni, tanto è che definiamo comunemente Marwan Barghouti, detenuto dall’aprile del 2002, probabilmente nel carcere di Megiddo (nord di Israele), come il “Nelson Mandela palestinese”. Diciamo probabilmente perché lo scorso anno in questa struttura carceraria definita come un vero e proprio inferno, in cui le violenze e i soprusi sono all’ordine del giorno, Barghouti era recluso. Il 9 settembre 2024, una delle unità dei carcerieri preposti alla repressione dei detenuti aveva selvaggiamente aggredito Barghouti – in regime di isolamento nella sua cella – con manganelli e oggetti contundenti di varia natura che gli hanno provocato ferite alle gambe e alle braccia e gravi danni alle costole, oltre ad un’emorragia all’orecchio destro e seri dolori alla schiena. Si tratta nell’ultimo anno della terza subita, la prima nel carcere di Ofer, la successiva, sempre nel 2024 a Megiddo. Da tutte le aggressioni risulta che Barghouti si sia ripreso lentamente e senza ricevere cure mediche. Dai dati forniti dall’Ong israeliana B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati), nel rapporto che risale lo scorso anno, dall’eloquente titolo “Benvenuti all’inferno, Il sistema carcerario israeliano come rete di campi di tortura”, emerge che nel 2024, oltre a pratiche sistematiche di violenza e di umiliazione, uccide nell’indifferenza.
Gideon Levy, in un articolo pubblicato sempre lo scorso anno su Haaretz ha affermato che il rapporto descrive bene ciò che Israele è diventato, ciò che è diventata la sua democrazia, qual è oggi il volto del Paese. Un Paese che ritiene sia permesso fare di tutto a un terrorista, torturarlo e sodomizzarlo.
Non casi isolati ma pratiche quotidiane di tortura trasformata in disposizioni politiche. L’opinione pubblica secondo Levy non reagisce ed è questa indifferenza che definisce. “Nel campo di detenzione di Guantanamo Bay – concludeva Levy –, aperto dagli USA dopo l’11 settembre, sono stati uccisi 9 prigionieri in 20 anni. Qui da noi sono 60 in 10 mesi: c’è bisogno di aggiungere altro?”.
In tale contesto, peraltro caratterizzato dal sovraffollamento e dall’atteggiamento sprezzante del ministro fascista della “Sicurezza nazionale”, Ben Gvir che più volte si è recato nei penitenziari. Nell’ottobre di una anno fa, ha dichiarato lo “stato di emergenza carceraria”, Koby Yaakobi, uno stretto collaboratore del ministro Ben Gvir, nominato da quest’ultimo commissario dell’IPS (Servizio carcerario israeliano) nel pieno del genocidio, ha reso noto l’intento di “rivoluzionare” l’IPS in linea con le politiche del ministro non appena si è insediato, indicando come priorità assoluta il declassamento delle condizioni carcerarie. Una politica applicata in tutte le strutture carcerarie e a tutti i prigionieri palestinesi. Tra i suoi principi fondamentali vi è l’implacabile violenza fisica e psicologica, la negazione di cure mediche, la fame, il rifiuto dell’acqua, la privazione del sonno e la confisca di tutti gli effetti personali. Il quadro generale indica abusi e torture eseguiti sulla base di ordini, in totale spregio degli obblighi di Israele sia di diritto interno che di diritto internazionale. 

Ed è da tale contesto che dobbiamo partire per inquadrare le ragioni per cui alcuni prigionieri politici come Marwan Barghouti o Ahmad Saʿdāt, generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) ed altri, fra cui medici o esponenti accusati di essere vicini ad Hamas non saranno liberati.
Le ragioni non sono giuridiche ma prettamente politiche e la vicenda di Marwan Barghouti ne costituisce l’esempio più lampante per numerose ragioni.
Secondo molte fonti, palestinesi, israeliane e anche provenienti da diversi contesti internazionali, si tratta della persona più autorevole da anni, in grado, anche grazie al carisma conquistato, per poter sedere ad un tavolo negoziale. Di famiglia comunista, è nato nel 1959, nei pressi di Ramallah, entrato in Al Fatah a 15 anni e arrestato a 18 durante una sommossa, in carcere, prima impara l’ebraico, che parla correttamente, poi, una volta rilasciato, si laurea all’Università di Bir Zeit (un tempo chiamata “la rossa “in storia, una seconda, in scienze politiche e svolge un Master of Arts in relazioni internazionali. Quando inizia la Prima intifada, nel 1987 ne è fra i promotori, tanto è che viene espulso in Giordania da cui tornerà solo nel 1994 dopo la firma degli accordi di Oslo su cui, anche da Amman, si prodigò molto. Nel 1996 venne eletto nel (PLC), il Consiglio legislativo palestinese, con un approccio improntato al dialogo e al processo di pace. Rapidamente scala la gerarchia palestinese, sostituendo anche tanto notabilato che aveva perso in autorevolezza e diviene Segretario generale di al Fatah per la Cisgiordania.

Come noto gli accordi di Oslo si rivelano una truffa, tanto è che riprende la costruzione di insediamenti in Cisgiordania. Le violenze continue fanno scoppiare la seconda intifada, molto più dura perché alle pietre che avevano caratterizzato la prima si sostituiscono le armi da fuoco e gli attentati, in una guerra di liberazione comunque asimmetrica. Anche Marwan Barghouti sente lo scotto di una delusione e diviene capo del “Tanẓīm-Fatḥ”, una sorta di braccio armato da cui poi si distacca per formare, secondo le accuse israeliane, le Brigate dei Martiri di al-Aqsa. Queste brigate, malgrado il nome che evoca la moschea di Gerusalemme, sono il coagulo di diverse formazioni nazionaliste e secolarizzate che poco hanno a che fare con la logica del martirio islamista. Nel 2002 iniziano a colpire obiettivi militari poi sono accusate di attacchi contro civili al punto da essere inserite nella Black list di Usa e Ue. Marwan Barghouti, che dopo il fallimento del piano di pace ha apertamente ammesso la necessità del ritorno alla lotta di resistenza, quindi anche armata, è considerato, dai tribunali israeliani il capo di queste strutture ed è questa la ragione per cui è stato condannato dopo il suo arresto a pene così pesanti come mandante di crimini non suffragati da prove e in dibattimenti processuali di cui il leader palestinese non ha mai riconosciuto la legittimità Quello che invece è provato è che ben prima, nel 2001, venne sventato un tentativo d’assassinio ai suoi danni, preparato dall’apparato militare israeliano che pratica da sempre l’omicidio extragiudiziale come la normale scelta di uno Stato che si definisce democratico. Poco prima del suo arresto, in un’intervista sul Washington Post si definì in maniera estremamente netta “Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un normale uomo della strada palestinese, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendermi in assenza di ogni altro aiuto che possa venirmi da altre parti”. Del resto il diritto alla resistenza è garantito anche da ogni convenzione internazionale. 

Gli anni di carcere, il suo ruolo di combattente, il semplice fatto del non essere assimilato ai vertici dell’Autorità Nazionale Palestinese, considerata tanto prona verso Israele quanto in parte corrotta, hanno fatto di lui un vero e proprio eroe nazionale che probabilmente, se libero e messo in condizione di poter riprendere a svolgere una propria attività politica diventerebbe il solo in grado di coagulare in Cisgiordania e a Gaza, tanto le forze marcatamente islamiste quanto quelle laiche. Nonostante i periodi di isolamento, proprio in carcere è stato anni fa fra i promotori di un documento, dei Prigionieri Palestinesi (o Documento di riconciliazione nazionale), sottoscritto da esponenti di Hamas, Fatah e Jihad islamica, che invocava la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale e confini basati sulle linee del 1967.
Difficile sapere cosa pensi ora mentre il genocidio continua, ma anche alcuni leader israeliani che lo hanno conosciuto lo considerano persona con cui dialogare e poter trovare un’intesa. Certo non i componenti dell’attuale governo dell’ultradestra che lo preferirebbero morto o, in alternativa ostaggio utile per impedire qualsiasi evoluzione del dialogo, al massimo liberato ma esiliato possibilmente lontano dalla Palestina. Ma non è soltanto la destra sionista che a considerarlo un ostacolo per i propri piani di annessione e di demolizione di ogni speranza per uno Stato palestinese. 

Uno dei giornalisti italiani da sempre apertamente schierato con Tel Aviv, ha recentemente affermato, durante il programma condotto da Lilli Gruber, quello che è il pensiero di molti in Israele “Marwan Barghouti va liberato, ma non adesso. Va liberato come Mandela, cercando di liberarlo e trovando degli accordi. Altrimenti, se lo liberiamo subito, è uno che può creare molti problemi a Israele.” Un approccio condiviso da molti opinion maker e dalle diplomazie occidentali che, in gran parte, evitano di far pressioni in tal senso su Netanyahu. Come non condividere l’analisi che trae da tale punto di vista, l’intellettuale e rifugiato politico Soumaila Diawara quando afferma che “Oltre alla menzogna storica sulla liberazione di Mandela, che non fu rilasciato perché faceva comodo, ma perché il mondo intero si era schierato contro il regime di apartheid in Sudafrica, bisogna ricordare che la pressione della società civile mondiale e l’embargo internazionale avevano reso impossibile la sopravvivenza del regime. Mandela fu liberato solo dopo che il sistema dell’apartheid era crollato, come atto conclusivo della sua fine. Rendiamoci conto di ciò che ha detto: Barghouti, prigioniero politico da anni, incarcerato ingiustamente per ragioni esclusivamente politiche, secondo Mieli non dovrebbe essere liberato “subito” perché la sua libertà disturberebbe Israele. In altre parole, Mieli ammette implicitamente che Barghouti sia detenuto per motivi politici, ma allo stesso tempo giustifica la sua detenzione finché il potere coloniale non lo riterrà “opportuno”. Questa è l’essenza del pensiero colonialista: riconoscere l’ingiustizia, ma accettarla come “necessaria” per tutelare l’ordine imposto dal più forte. Paolo Mieli, con il suo linguaggio apparentemente moderato, perpetua la logica del dominatore che decide tempi, libertà e dignità degli oppressi. Non è analisi politica, è complicità morale con il colonialismo. Paolo Mieli è, senza mezzi termini, un colonialista”. Eppure nei mesi passati, molte realtà, anche da Israele, avevano considerato la liberazione di Barghouti come urgente per fermare quanto stava accadendo. Tra coloro che si sono spesi a suo favore, alcune eminenti personalità palestinesi, membri del Parlamento europeo e il movimento israeliano pacifista Gush Shalom, nei giorni scorsi ha tentato di porre il problema anche Il presidente del Congresso Ebraico Mondiale Ronald Lauder, offrendosi di partecipare alla fase dei negoziati a Sharm El Sheikh ma chiedendo che Barghouti venisse inserito nella lista delle persone da liberare. Ufficialmente il governo ha impedito qualsiasi intromissione nel timore di dover subire una spaccatura interna, ma pare certo che sia lo stesso Benjamin Netanyahu a voler evitare che il detenuto venga liberato, più per ragioni politiche che giudiziarie, molte delle persone per cui si sono aperte le porte del carcere, sono accusate di delitti peggiori di quelli per cui Barghouti si dichiara innocente. Ma il tentativo di aprire uno spiraglio in questa vicenda non nasce oggi, già nel gennaio del 2007, l’allora vice primo ministro israeliano Shimon Peres dichiarò che avrebbe firmato il perdono presidenziale per Barghouti qualora fosse stato eletto presidente, tuttavia, nonostante la vittoria, Peres non mantenne la promessa.

Secondo una ricerca realizzata ben prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, dall’Istituto palestinese Arab Barometer, Barghouti risultava essere il leader più stimato dai palestinesi di Gaza e Cisgiordania. E a detta di chi vive nei territori, il potenziale enorme di Marwan Barghouti si esprime proprio nel fatto che sembra essere la sola figura in grado di unificare le istanze della Cisgiordania con quelle di Gaza che, sottoposte a modalità di attacco diverse si sono negli anni molto distanziate. Non a caso le ultime elezioni che si sono tenute, nel 2006 hanno visto il trionfo del Movimento di Resistenza Islamica Hamas a Gaza e di Al Fatah in Cisgiordania. Oggi come oggi, la popolarità di Barghouti supera di gran lunga quella dell’anziano Abu Mazen, di cui era considerato il delfino, al punto che potrebbe avverarsi quella che, secondo alcuni, era stata l’intuizione di Arafat, aver trovato chi poteva succedergli.

A detta di Awni Almashni, alto funzionario di Fatah e amico intimo di Barghouti, “Per molti palestinesi il rilascio di Marwan potrebbe essere il metro per decidere il successo o il fallimento di questo accordo”. Non da ultimo va ricordato un importante avvenimento che risale al luglio del 2024, quando la Cina promosse un meeting diplomatico riunendo a Pechino 14 fazioni palestinesi, tutte quelle più rappresentative, tra cui Hamas e Fatah, per consolidare i colloqui di riconciliazione e firmare la Dichiarazione di Pechino sulla fine della divisione e il rafforzamento dell’unità nazionale palestinese. In quell’occasione si dichiarò che l’unico punto da risolvere era l’individuazione di un leader in grado di rappresentare tutti i palestinesi e che non sia stato scelto arbitrariamente da altri (Stati Uniti e Israele). Pechino, rimasta poi prudente durante queste fasi, aveva già in tal senso preso chiaramente posizione riconoscendo in Marwan Barghouti tale leadership. 

Estremamente significative anche le dichiarazioni rilasciate da Fadwa Barghouti, non solo moglie ma avvocata di Marwan ed esponente politica di primo piano eletta nel Consiglio Nazionale Palestinese, nella lista “Freedom”. In un accorato appello recentissimo e nonostante le difficoltà che, anche da avvocato difensore, le impediscono di incontrare il suo assistito, nonché marito, ha affermato dopo che la firma degli accordi: “Gaza merita il tuo sacrificio. La Palestina merita il tuo sacrificio. Il popolo palestinese merita il tuo sacrificio. I sei nipoti che non ti hanno mai visto chiedono sempre di te. I nostri figli sono cresciuti con il dolore della tua assenza. Ma io ti conosco e so che ciò che ti aiuta a sopportare la tua sofferenza è vedere la fine della distruzione a Gaza”. E a seguire “Saluti coloro che sono stati liberati, conforti i prigionieri che rimangono in questo inferno e, anche se solo con i tuoi pensieri, rifletti a nome di un popolo che desidera ardentemente la libertà: come aprire la strada verso la libertà e una vita dignitosa, come proteggere i nostri diritti e la nostra causa, come alleggerire il peso di questi giorni difficili sulle nostre famiglie”. Fadwa Barghouti conserva ancora la speranza di rivedere il marito libero. “Nonostante tutto il tormento, il cuore di madre che è in me prova sollievo e porta con sé il sogno di una nuova alba per tutte le madri. Ti stiamo aspettando: la tua famiglia, le persone che ti amano e che tu ami. Sei sempre stato del popolo e per il popolo, mio amato. E presto ci rivedremo”. Il loro figlio Arab Barghouti, in un’altra intervista aveva già dichiarato inoltre che suo padre era stato trasferito in diverse prigioni nel tentativo di intimidirlo, ha aggiunto però che il morale di Marwan è alto. “Noi siamo ottimisti. E’ ora che mio padre torni in mezzo al popolo palestinese”. Va anche detto, ad onore del vero, che la liberazione eventuale di Marwan Barghouti creerebbe un inevitabile rimescolamento anche nella leadership palestinese. Hamas troverebbe un uomo disponibile al dialogo e alla riunificazione fra i diversi movimenti, ma anche colui che potrebbe segnare il declino del partito islamista, le cui scelte politiche e militari cominciano a incontrare opposizione soprattutto a Gaza. Anche l’Anp dovrebbe rivedere i propri ruoli e definire quello che non è solo un cambio generazionale ma culturale, non è un caso che Marwan Barghouti venga considerato oggi dagli analisti il più importante prigioniero del pianeta. 

In conclusione due elementi da considerare. Il primo riguarda il fatto che, prima degli accordi, risultavano detenuti – ma la cifra è per difetto – oltre 11 mila palestinesi, fra cui anche donne, minori, cittadini gazawi in carcere unicamente perché rientravano nella fascia d’età in cui sono “potenzialmente” terroristi. Se 1950 sono stati liberati, gli altri sono ancora rinchiusi. Fra loro alcuni nomi molto noti come Abdallah Barghouti, e Ibrahim Hamed, di Hamas, condannati in quanto considerati comandanti delle Brigate Qassam in Cisgiordania. Va utilizzato il condizionale perché di solito i leader politici e militari, non solo di Hamas, non vengono arrestati ma direttamente assassinati.
Altri prigionieri sono veri e propri veterani. Il caso più emblematico è quello di Nael Barghouti (il cognome è piuttosto diffuso), un tempo di al Fatah ora di Hamas, che detiene il record mondiale di detenzione, è in carcere da 44 anni. Per lui, peraltro in precarie condizioni di salute, si va ipotizzando il rilascio e l’estradizione in altro Paese. A breve diventeranno 30 gli anni di detenzione anche per Hassan Salama ma anche per lui, almeno ad ora, non si apriranno le porte del carcere. Significativa è poi la figura di Ahmed Saadat, detenuto da 22 anni e segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, organizzazione marxista leninista, un tempo molto forte ed interna all’Olp come all’ANP, da cui si è però allontanata in seguito al fallimento previsto degli accordi di Oslo. Le figure elencate, al di là degli anni di detenzione, sono fra quelle che godono di maggiore autorevolezza in un futuro processo di costruzione dell’unità nazionale palestinese

E qui arriviamo a quella che forse è la nota più dolente: il piano coloniale di Trump e Netanyahu, non sembra voler andare oltre una diminuzione delle ostilità a Gaza. Il corridoio E1 con cui Israele vorrebbe dividere in tre zone la Cisgiordania, l’aver imposto tanto Gerusalemme come capitale dello Stato sionista e la stessa riforma del 2018 con cui si definisce Israele come “lo Stato nazione degli ebrei”, sono macigni che impedirebbero qualsiasi evoluzione di ogni processo di pace, altro che “due popoli, due Stati”. La scelta, su cui peserà molto il ruolo che intenderanno giocare Usa e UE, sarà fra una finta pacificazione, destinata a riesplodere in qualsiasi momento e l’apertura di una reale fase nuova. La forza delle mobilitazioni che si è espressa in queste ultime fasi contro il genocidio può pesare e imprimere anche cambiamenti di posizione ma le affermazioni del presidente Usa e di troppi governanti, unite al bisogno per Netanyahu di non perdere il potere e di non trovarsi, come sarebbe giusto, a dover rispondere di genocidio di fronte alla Corte Penale Internazionale, oltre che di corruzione reiterata in Israele, inducono ad un certo pessimismo. 

Ma magari si tratta di una valutazione pessimistica basata sugli scarsi strumenti di analisi di cui disponiamo. Certo è che oggi non si può smobilitare e vanno sostenute tanto le varie campagne in atto per la liberazione di Marwan Barghouti, soprattutto raccolta di firme, quanto le mobilitazioni che continuano in questa fase convulsa. L’isolamento e il boicottaggio del regime genocida e responsabile da decenni dell’apartheid sono il solo strumento di cui realmente disponiamo per ritrovare liberi non solo i prigionieri politici palestinesi ma per affrontare una volta per tutte e non con le solite, fallimentari, politiche coloniali ma con il dovuto rispetto per un pianeta cambiato in cui Europa ed occidente non sono più da decenni il centro del mondo.

Stefano Galieni

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