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L’angelus novus sulle macerie di Gaza

di Roberto
Musacchio

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Questa è l’immagine dell’Angelus Novus, nata osservando il quadro di Klee, che Benjamin tratteggia per mostrare ciò che sentiva della Storia, e che ci consegnò nel suo “Concezioni sulla Storia”.
Scritto nel 1940 mostra lo sforzo che il grande filosofo ebreo tedesco (che morì suicida tra i confini francese e spagnolo mentre cercava di fuggire dai nazisti) fa per dare un’anima al materialismo marxista. Un bisogno che doveva essere tanto più grande di fronte agli orrori della guerra e del nazifascismo.
Ci penso spesso. 

Come mi viene da pensare a Orwell e al suo antistalinismo e al paradosso della Storia per cui è il capitalismo “vittorioso” che sta dando corpo a tutte le allegorie e distopie più orrende da lui evocate, Come sostenere che la pace è guerra. 

Sono pensieri che, come dicevo, ho spesso in questi tempi. Mi sono tornati prorompenti guardando in televisione Trump prima alla Knesset e poi a Sharm. Io, come l’angelo, mi sentivo dentro le decine di migliaia di morti che si accatastavano sotto le macerie di Gaza. Dubito che Trump conosca Benjamin. Sicuramente il “suo paradiso”, quello immaginato sulle macerie di Gaza, è assai più immobiliare che spirituale. Non fosse per il dolore della tragedia del genocidio, appena lenito dalle prime immagini di sollievo dei vivi tra le macerie, avrei pensato di più di stare in una puntata di guerre stellari. Quelle, forse, Trump le conosce. Il suo dire tra affabulazioni di armi micidiali e ritratti famigliari era in realtà più banalmente nel male della esibizione di un Darth Vader. Senza neanche la tragedia che comunque traspare, dal dire stravolto dalla maschera che indossa, di Darth Vader. E analogamente medievale sembrava la scena di Sharm. Con molti sovrani e un imperatore che ne pesava e illustrava forza e bellezza.
Ho rivisto in questi giorni le immagini della Conferenza di Helsinki, 50 anni fa. Anche lì molti potenti. E c’è chi parla di spartizione. Ma pure sono immagini di uno spirito, quello di sicurezza comune perché fondata su diritto e rispetto e non sulla forza, che aleggia e di persone che in qualche modo rappresentano e mantengono una postura controllata. Trump è fuori da ogni senso del limite. Non esprime, ma incarna il potere.

 Veramente è impressionante la Storia in mano ai dominanti. Varoufakis parla di feudalesimo tecnologico verso cui è sconfinato il capitalismo. Mi pare una lettura immaginifica ma azzeccata. Forza, suprematismi, ordini e pensieri reazionari, sono gli elementi di questa fascistizzazione in corso. Però c’è una lezione che da comunista ho in mente. I dominati devono riuscire a prendere in mano la Storia, a vincere. Per questo il comunismo non è un movimento reale se non abbatte lo stato di cose presente. Per questo dico a 70 anni di essere diventato “togliattiano”. Cioè penso che occorra far sì che ciò che fai serva a far vivere (meglio) i dominati. Fare i conti con le situazioni concrete e non solo con i desideri. Mentre guardo i dominanti intrattenersi come fosse un happening sulla loro vittoria il mio cuore resta con le decine di migliaia di morti di questi due anni. E con le vite di milioni negate da decenni.

Ora la nostra mobilitazione straordinaria, senza la quale non ci sarebbe neanche questa fragile tregua, deve continuare. Senza giustizia non c’è vera pace. Ma la giustizia deve poter vincere e non essere solo lacrime.

Roberto Musacchio

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