Nei mesi scorsi, a livello globale, è cresciuto un vastissimo movimento di solidarietà con il popolo palestinese che si è posto come primo obbiettivo mettere fine alla campagna militare genocidaria di Israele a Gaza. In Italia la mobilitazione è arrivata con relativo ritardo rispetto ad altri paesi, anche europei, ma ha assunto dimensioni più ampie e soprattutto ha registrato i primi e unici scioperi promossi da organizzazioni sindacali.
Questa reazione dell’opinione pubblica ha portato al progressivo isolamento di Israele e al crollo delle narrazioni giustificazioniste che gran parte dei media e del mondo politico hanno continuato a sostenere per mesi in contrasto con l’evidenza dei fatti. Una prima conseguenza di questa spinta è stata l’iniziativa franco-saudita che si è concretizzata nella “Dichiarazione di New York” successivamente approvata da un voto a larghissima maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Il tentativo messo in campo dalla Francia e dall’Arabia Saudita cercava di delineare una soluzione complessiva della vicenda israelo-palestinese basandosi sul rilancio della prospettiva dei due stati confinanti nel territorio della Palestina mandataria, così come era emersa da una prima partizione messa in atto dalla potenza coloniale britannica, che l’aveva separata dalla Transgiordania.
Per quanto riguarda la realtà palestinese, la “Dichiarazione di New York” cercava di rimettere al centro l’Autorità nazionale, pur riformata, e di isolare Hamas, costringendola alla rinuncia alle armi, considerando quest’ultima un ostacolo alla soluzione politica del conflitto.
Intervenendo all’Assemblea delle Nazioni Unite, Netanyahu ha respinto in blocco la soluzione prospettata dai franco-sauditi, negando qualsiasi possibilità di riconoscere il diritto dei palestinesi ad un proprio Stato, fosse anche solo nei territori occupati nel 1967, che rappresentano un terzo della Palestina mandataria. L’obbiettivo strategico della destra israeliana (ma, più sottovoce, anche di gran parte del sionismo centrista o di sinistra) resta la “Grande Israele” ovvero l’annessione integrale di tutta la Palestina così com’era prima del 1948, in qualche caso anche allargandosi a territori dei Paesi circostanti come la Siria e il Libano. Non dimenticandosi di ricordare che il territorio biblico riguardava le “due rive del Giordano”, quindi anche gran parte dell’attuale Giordania. Nemmeno “dal fiume al mare” sarebbe sufficiente per il sionismo più oltranzista.
Il perseguimento della “Grande Israele” pone inevitabilmente e permanentemente il problema dell’esistenza del popolo palestinese. Non è sufficiente negarne il diritto all’autodeterminazione e l’esistenza in quanto popolo, distinto da un generico mondo arabo che è stato costituito per comodità propagandistica dal sionismo israeliano, ma anche la sua effettiva presenza fisica sul territorio rivendicato dagli israeliani.
Per queste ragioni genocidio, pulizia etnica e apartheid sono i tre strumenti che diventano essenziali per rimuovere definitivamente il problema palestinese. Non bisogna sottovalutare che, contrariamente al tentativo di Netanyahu di spacciare quanto avviene per vittoria, i due obbiettivi fondamentali perseguiti dopo il 7 ottobre del 2023, la soppressione o l’allontanamento definitivo della popolazione palestinese di Gaza e l’annessione formale della Cisgiordania sono per il momento bloccati. Dato che questi restano obbiettivi di lungo periodo occorre mettere nel conto che Israele farà tutto il possibile per ostacolare il cessate il fuoco, trovando via via nuovi pretesti e, ancora di più, per far saltare i passaggi successivi.
La decisione di Trump di fermare Netanyahu, frutto presumibilmente di una serie di valutazioni razionali fra i molti elementi di delirio narcisistico, è derivata dall’ascesa di un sentimento ostile ad Israele nella sua stessa base elettorale e ad un interesse politico-affaristico di stringere e consolidare l’alleanza con parti significative di mondo arabo e islamico. Con in più il timore che la Cina si inserisse nelle contraddizioni causate dall’espansionismo israeliano aprendosi nuovi spazi di iniziativa nel Medio Oriente.
Se il cessate il fuoco e gli elementi di accordo collegati, ovvero il rilascio di ostaggi tra le due parti e l’afflusso regolare di aiuti, potrebbero funzionare, fatte salve le quotidiane provocazioni israeliane, tutto quello che viene dopo, la seconda fase transitoria e la terza finale che dovrebbe portare alla realizzazione di un assetto definitivo basato sui due Stati è pieno di insidie. Trump e gli Stati europei (la Francia) e arabi che più si sono impegnati nella ricerca di una via d’uscita (Turchia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita) potrebbero accontentarsi di un ritorno alla situazione precedente al 7 ottobre 2023. Il calo di attenzione introno alla condizione palestinese porterebbe ad una minore pressione delle opinioni pubbliche e questo consentirebbe ad Israele, con o senza Netanyahu al governo, di tornare alla prospettiva di Sharon. Quella che lo aveva indotto a lasciare Gaza al suo destino, ma sempre in uno stato di blocco di tutti gli accessi esterni, per concentrarsi sull’occupazione strisciante della Cisgiordania.
Molti sono gli elementi di incertezza, a partire dalla imprevedibilità di Trump che nei suoi show afferma però una idea ben precisa del potere e della forza come superiori e indifferenti a qualsiasi regola e principio di legittimità internazionale. E l’imprevedibilità è uno degli elementi proprio al potere assoluto rispetto al governo della legge. Il paradosso è che questa visione del tutto strumentale della forza ha condotto Trump a fermare almeno per il momento Netanyahu, mentre Biden ed in generale i vari presidenti che lo hanno preceduto, univano la retorica dell’ordine internazionale fondato su regole alla pratica della sua concreta violazione continuando ad alimentare lo sterminio messo in atto da Israele a Gaza e l’annessione strisciante in Cisgiordania.
Kamala Harris si è lamentata che l’atteggiamento di Biden, poco empatico verso i palestinesi massacrati giornalmente e i suoi proclami “io sono sionista” abbiano danneggiato la sua campagna elettorale. Si potrebbero considerare lacrime di coccodrillo, ma sono indicative di una crisi profonda di credibilità di tutto il mondo politico rappresentativo del capitalismo centrista e social-liberale incapace di misurarsi con l’ascesa di una nuova destra autoritaria con elementi di fascismo, di cui Netanyahu rappresenta l’espressione più brutale. Ora i maggiorenti del Partito Democratico USA sono costretti a complimentarsi per l’accordo di Sharm El Sheik, dovendo però omettere di nominare l’autore di quella operazione che loro si sono sempre rifiutati di mettere in atto.
Il mantenimento del cessate il fuoco e la possibilità di accedere alle fasi successive, con tutte le ambiguità e le trappole che contengono, pongono problemi nuovi anche alle forze palestinesi. Innanzitutto Hamas dovrà decidere se accontentarsi di un ritorno a prima del 7 ottobre, salvaguardando il proprio controllo su un territorio pur devastato o ridefinirsi come forza non militare in grado di contribuire alla soluzione politica del conflitto più largo.
L’obbiettivo della smilitarizzazione, per ora, è mantenuto sufficientemente nel vago da consentire varie soluzione concrete. Potrebbe riguardare la rinuncia a tutti i possibili mezzi offensivi in grado di colpire il territorio israeliano, nonché la rete di tunnel sotterranei, ma non le armi, considerate difensive, di controllo del territorio. Hamas, nonostante la retorica, rischierebbe di trovarsi in una situazione simile a quella dell’Autorità palestinese. Garantire l’intesa rimuovendo qualsiasi operazione armata nei confronti di Israele in cambio del mantenimento del proprio potere nella striscia e, di fatto separando il destino di Gaza dal resto dei territori occupati palestinesi. Non è facile cogliere l’effettiva volontà della leadership di Hamas considerando le inevitabili differenze di sensibilità interne e le diverse spinte che derivano dal rapporto con la popolazione. Hamas è un’organizzazione che ha utilizzato il terrorismo ma non è riducibile al terrorismo e ha dimostrato nel tempo una certa disponibilità ad adattarsi tatticamente ai rapporti di forza.
Incerto è ancora il ruolo che potrebbe avere una forza di interposizione internazionale a Gaza, composta da militari arabi e turchi, che porrebbe problemi del tutto inediti a Israele che difficilmente potrebbe riprendere la guerra senza conseguenze imprevedibili, ma anche per la parte palestinese che potrebbe trovarsi sotto tutela. Gaza, lo ricordiamo dal ’48 al ’67 fu occupata dall’Egitto che, a differenza della Giordania con la Cisgiordania, non procedette all’annessione.
Resta il problema di fondo sulla prospettiva politica che Hamas intende perseguire. In un lungo articolo pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano di Gaza “Filistin”, vicino ad Hamas, Abdel Halim Qandil (un giornalista egiziano) sosteneva che, essendo la politica genocidaria connaturata all’esistenza di Israele, ciò che è avvenuto dopo il 7 ottobre non può essere considerato come conseguenza quell’azione condotta da Hamas e altre organizzazioni in terra israeliana. Un ragionamento che serve ad evitare una qualche assunzione di responsabilità sugli eventi.
Per questo autore il piano di Trump arriva come un tentativo di “nascondere dietro lo slogan della pace l’obbiettivo di ottenere la guerra di sterminio attraverso mezzi politici”. L’aggressione israeliana potrà cambiare forma ma “non finirà mai” e la “resistenza” anche se l’operazione di disarmo potrà avere successo per un certo periodo e può “sparire dalla vista”, rinascerà in nuove forme. L’articolo, non sappiamo quanto rappresentativo dell’orientamento dominante, lascia intravedere un conflitto perenne che potrebbe terminare solo con la fine dell’occupazione. Il punto resta evidentemente di quale territorio si intenda come soggetto “all’occupazione”, se l’intera Palestina mandataria o i territori conquistati da Israele con la guerra del ’67.
Nel tempo, Hamas ha cercato di conciliare la rivendicazione di tutta la Palestina, che per mandato divino non può che essere araba e islamica secondo i suoi teologi, con una qualche disponibilità a trovare un accordo politico anche per un lungo periodo (l’hudna, la tregua di cui si è a lungo parlato) tale da consentire l’accettazione almeno temporanea di due Stati confinanti. Il ricorso al “mandato divino”, ma di un dio necessariamente diverso da quello a cui si richiamano i sostenitori della “Grande Israele”, rende più complicata la ricerca di soluzioni politiche.
In relazione ai prossimi sviluppi della situazione Hamas dovrà decidere: se accettare o respingere la soluzione dei “due Stati” mettendo in discussione gli accordi di Oslo solo nel loro contenuto concreto ma non nell’obbiettivo finale; se diventare principalmente o esclusivamente un movimento di lotta politica e non più militare o terroristica; se lavorare concretamente per una riunificazione del movimento di liberazione palestinese, della cui divisione porta un quota rilevante anche se non esclusiva di responsabilità.
Un’altra prospettiva è quella delineata da una delle formazioni della sinistra palestinese in un documento pubblicato nei giorni scorsi, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, che, a differenza del Partito del Popolo Palestinese, mantiene una propria propaggine armata.
Anche il Fronte attribuisce la guerra israeliana a Gaza “alla mentalità sterminazionista sionista che non riconosce il diritto del popolo palestinese ad una propria esistenza nazionale”. Il Fronte sottolinea una serie di punti che meritano di essere conosciuti, anche per orientare il movimento di solidarietà: 1) assicurare che la guerra di sterminio non riprenda e venga tolto completamente l’assedio a Gaza; 2) continuare l’azione in tutti i forum internazionali per isolare l’occupazione e renderla responsabile dei suoi crimini; 3) intensificare l’azione legale e popolare contro gli Stati e le imprese che forniscono armi all’occupante o lo sostengono politicamente; 4) considerare la ricostruzione di Gaza una responsabilità umanitaria globale.
La conclusione politica del documento è che la lotta del Fronte “contro il fascismo israeliano continuerà finché persisterà l’occupazione sulla nostra terra. Il nostro obbiettivo è la fine dell’occupazione e la rimozione dei coloni da tutti i territori palestinesi occupati nel 1967, instaurazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come sua capitale e la garanzia del ritorno dei rifugiati nelle loro case in accordo con la risoluzione delle Nazioni Unite numero 194”.
Il Fronte Democratico fa appello a tutti i partiti amici, alle forze e alle organizzazioni popolari a proseguire la solidarietà attiva con la lotta del popolo palestinese per la sua autodeterminazione. Non c’è dubbio che la ricostruzione dell’unità dell’espressione politica del popolo palestinese così come è avvenuto storicamente con la creazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è una condizione importante per il successo di questa lotta comune.
Franco Ferrari
