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L’Europa tra autonomia e nostalgia dell’”Occidente”

di Franco
Ferrari

Riferiva qualche giorno fa il sito della Deutsche Welle, la radio di Stato tedesca, delle manovre in corso per portare a conclusione la realizzazione del Nord Stream 2, il condotto di 1.230 chilometri che dovrebbe portare il gas russo direttamente sulle coste tedesche. Il progetto è stato ed è tuttora ostacolato dagli Stati Uniti ma trova oppositori su vari fronti (anche ecologisti). L’opposizione che viene da oltreoceano, traducendosi in sanzioni per le imprese che vi partecipano, anche quando non sono di nazionalità nordamericana, è molto più efficace.

La Deutsche Welle proponeva questo commento: “Ad esclusione dell’intervento armato, le sanzioni sono una delle armi più aggressive utilizzate dagli Stati Uniti contro quelli che essi vedono come cattivi comportamenti e per far avanzare i loro interessi all’estero”. L’articolo riferisce che il governo dello stato del Meclemburgo-Pomerania Occidentale avrebbe ipotizzato di affidare gli ultimi lavori ad una fondazione pubblica, la quale non subirebbe conseguenze dalle sanzioni statunitensi1.

Al di là del merito della questione, il ricorso da parte degli Stati Uniti allo strumento delle sanzioni per imporre a Paesi terzi (anche quelli alleati ed amici) la propria volontà, solleva da anni critiche e preoccupazioni. Il professore di scienze politiche francese, Guillaume Devin scriveva l’8 luglio 2014 sul Monde parigino che il ”ricorso alle sanzioni economiche costituisce ormai una forma ordinaria di diplomazia coercitiva che gli Stati Uniti praticano a beneficio dei loro interessi politici ed economici del momento”, e citava in proposito anche l’embargo nei confronti di Cuba e le sanzioni unilaterali verso l’Iran.

“L’aspetto più scioccante – scriveva il Prof. Devin – risiede nell’effetto extra-territoriale di queste legislazioni unilaterali”. In pratica gli Stati Uniti “legiferano per il mondo intero in disprezzo del diritto internazionale”, sottolineava scandalizzato il docente di Science Po. Queste pratiche sono state condannate dall’Assemblea delle Nazioni Unite con il solo voto contrario di Stati Uniti e di Israele e l’astensione di Australia e Lettonia. La data dell’articolo va sottolineata perché in quel momento il presidente Usa era il Democratico multilateralista Obama, non il Repubblicano unilateralista Trump2.

Ora alla Casa Bianca si è insediato un nuovo Presidente Democratico, accolto con favore nelle cancellerie europee che contano. Ma si dà per scontato che non cambierà la politica statunitense contro il Nord Stream 2 né che da Washington si rinunci a ricorrere a strumenti contrari al diritto internazionale. Parallelamente vanno valutate altre scelte della nuova Amministrazione. Tra queste la decisione di Biden di richiamare in servizio, con un ruolo di primo piano al Dipartimento che si occupa della politica estera, Victoria Nuland3. La Nuland era incaricata di seguire l’Europa come Segretaria di Stato aggiunta nell’Amministrazione Obama. Nel 2014 ebbe un ruolo di primo piano nelle vicende ucraine che portarono alla rimozione forzata del Presidente in carica in quel Paese. Un evento che poi ha portato ad una serie di conseguenze piuttosto disastrose con l’avvio di una guerra civile a carattere etnico e la relativa frammentazione dell’unità territoriale dell’Ucraina. I russi diffusero le registrazioni delle sue telefonate con l’ambasciatore statunitense a Kiev. Da lì emergeva come la Nuland intervenisse attivamente nella situazione politica del Paese ex sovietico con un atteggiamento che gli Stati Uniti hanno storicamente tenuto in quelle che venivano spregiativamente chiamate le “repubbliche delle banane”. In uno di questo colloqui, a fronte di quelle che erano considerato le eccessive preoccupazioni provenienti da alcuni Paesi europei, la Nuland liquidava il problema con un sonoro e inequivocabile “Fuck EU”. Il ritorno della diplomatica, che fu a suo tempo anche consigliera del vice presidente repubblicano Dick Cheney, e che è stato duramente criticato da una rivista progressista come Salon, darà peso alle componenti russofobe della nuova Amministrazione. Quelle che sono orientate dalla visione espressa dall’autore di un celebre libro “La potenza e la debolezza”, Robert Kagan, pubblicato all’inizio del nuovo millennio, nel quale si spiegava che gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere. Per dire che questi ultimi mancano dello spirito guerriero necessario a dominare la scena internazionale. Sia detto en passant, a Robert Kagan capita anche di essere il marito di Victoria “Fuck EU” Nuland4.

Sempre restando dalle parti della Casa Bianca, riferisce Arnaud Leparmentier su Le Monde che Joe Biden, , punta sul “Made in Usa” per rilanciare gli Stati Uniti e in particolare per difendere quella “classe media” che è stata danneggiata dalla globalizzazione, come per altro ha ripetuto nella campagna elettorale. E non si tratta solo di chiacchiere. Riferisce il corrispondente economico da New York dell’autorevole quotidiano francese che lunedì 25 gennaio, il nuovo Presidente ha firmato un decreto per costringere più efficacemente l’amministrazione statale, che spende ogni anno 600 miliardi di dollari (pari a 494 miliardi di euro), ad acquistare solo prodotti americani. Biden ha rimproverato a Trump di aver consentito che i contratti dell’amministrazione americana andati direttamente ad imprese straniere fossero aumentati del 30%. In pratica di non essere stato un efficace protezionista. Non sarà più così, promette il neo-eletto. Per questo occorrerà anche ridefinire che cosa si intenda per prodotto “americano”, dato che la globalizzazione ha fatto sì che molte merci siano l’assemblaggio di parti provenienti da Paesi diversi. Non sarà più sufficiente che il 50% dei componenti sia americano per considerare quella merce come “Made in Usa”. La decisione ha suscitato l’accesa reazione del quotidiano che esprime gli orientamenti del mondo economico tedesco, l’Handelsblatt (“furioso”, scrive Le Monde), per il quale Biden invia un segnale di protezionismo anche se in maniera meno brutale del predecessore. Meno brutale ma, verrebbe da pensare, decisamente più efficace5.

Possiamo considerare tutti questi come segnali che gli Stati Uniti cercheranno di ricostruire l’alleanza con l’Europa, messa in difficoltà dai comportamenti a volte imprevedibili di Trump, ma sarà un’alleanza comunque che dovrò essere subordinata alla difesa di quelli che ritengono essere i propri interessi.

Da parte sua l’Europa (e intendiamo i principali governi che influiscono sulle scelte di fondo dell’Unione Europea, ovvero Germania e Francia) non è certo inconsapevole che occorra ridefinire i rapporti con gli Stati Uniti. Non solo per la banale considerazione che se pure è vero che Trump ha perso le elezioni, ha comunque raccolto il 47% dei voti e che quindi il suo discorso unilateralista (America First) dispone di notevoli consensi nel Paese, ma anche per l’evidenza che esiste una divaricazione di interessi e di prospettive tra le due sponde dell’Atlantico.

La Germania, come avevamo già rilevato mesi fa in relazione a come l’UE avrebbe dovuto reagire alla crisi derivante dalla pandemia, è sempre più consapevole di quanto i mutamenti in atto e quelli prevedibili sullo scenario internazionale, non consentano ad un Paese pur grande e che dispone di un importante apparato industriale, di reggere da solo la contesa economica.

D’altra parte l’Unione Europea ha messo in atto iniziative che indicano come, anche con la Presidenza Biden, non si immagini un ritorno ad un’alleanza analoga a quella costruita negli anni della guerra fredda. Il passo più evidente è stato la sottoscrizione dell’Accordo Comprensivo sugli Investimenti siglato alla fine del 2020. Al di là del merito, la volontà di chiudere l’intesa (che pure richiederà due anni di lavori di dettaglio), prima dell’insediamento della nuova Amministrazione americana, è il frutto della determinazione di Berlino6. Ma per evitare che l’atto di sottoscrizione con Xi Jinping sembrasse un affare esclusivamente tedesco visti i ruoli svolti dalla Merkel e dalla Von der Leyen, è stato chiamato a presenziare il presidente francese Macron, motivando la sua partecipazione, non da tutti gradita, col fatto che toccherà alla Francia presiedere il Consiglio d’Europa a fine 2022, quando l’accordo sarà compiutamente definito. Resta però che la BDI, la Confindustria tedesca ha spinto fortemente per l’intesa. I tedeschi hanno certamente dei timori per l’ascesa della Cina, sul piano economico e tecnologico, ma vogliono rendere chiaro che non sono interessati ad ipotesi di “decoupling”, ovvero di frammentazione dell’economia mondiale fra blocchi, che invece circolano in alcuni settori oltranzisti degli Stati Uniti.

Un’altra iniziativa, proveniente da Bruxelles, che va segnalata riguarda il rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro, inserita in una nuova strategia presentata il 19 gennaio scorso. Si tratterà di incoraggiarne l’uso da parte di Paesi terzi ed anche (lo ha detto Gentiloni) “ridurre la dipendenza da altre valute”. Non si fa fatica a supporre che tra queste “altre valute” vi sia il dollaro. Significativo che a questo fine si valorizzino le obbligazioni denominate in euro che verranno emesse per finanziare Next Generation Eu7. L’indebitamento comune dei Paesi europei, fino a non molto tempo fa visto come fumo negli occhi, soprattutto a Berlino, viene quindi valorizzato non solo come una necessità per affrontare una situazione di emergenza che colpisce in particolare alcuni Paesi europei, ma addirittura come un elemento cardine di una nuova strategia per “consentire all’Europa di svolgere un ruolo di primo piano nella governance economica mondiale”. Questo lascia intendere che siamo di fronte al passaggio da una scelta emergenziale ad una strutturale in materia di indebitamento comune dell’Unione Europea.

Tutti questi fatti richiederanno un nuovo inquadramento teorico sui rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea e non c’è dubbio che un dibattito è aperto nei due lati dell’Atlantico. Per la parte europea segnalo in proposito un saggio di Jolyon Howort, professore di Harvard, pubblicato sul sito del Wilfried Martens Centre for European Studies. Il suo interesse deriva non solo per le idee esposte ma anche dal fatto che il Centro Martens è la fondazione politica ufficiale del Partito Popolare Europeo, guidato dai democristiani tedeschi8.

L’idea fondamentale di Howorth è che non ci sarà un ritorno allo status quo ante Trump. Il mondo che conoscevamo durante l’Amministrazione Obama è cambiato in modo radicale con l’emergere della potenza cinese. Negli Stati Uniti la polemica bipartisan è un fatto del passato (e questa valutazione andrebbe forse ridimensionata alla luce della presentazione del nuovo Segretario di Stato Blinken al Senato degli Stati Uniti o alla nomina della stessa Nuland di cui sopra) e non si sa che cosa accadrà con le elezioni del 2024. L’Europa deve prendere atto che interessi e valori transatlantici non sono sempre in armonia e deve forgiare un nuovo tipo di relazione. Questo significa sviluppare in misura maggiore l’autonomia dagli Stati Uniti. Ci saranno ambiti nei quali Europa e Amministrazione Biden opereranno in armonia spiega il Prof. Howort – ed altri, e non certo marginali, nei quali sorgeranno delle frizioni: commercio, Cina, Russia e futuro della Nato. Non è interesse di nessuno tornare al tipo di rapporto tra uno stato guida – gli Stati Uniti – e gli altri che lo seguono, un tipo di partnership che ha caratterizzato la Guerra Fredda, ma occorre un nuovo patto transatlantico. Anche se non mancheranno gli ostacoli posti da quelli che Howort chiama “gli atlantisti della vecchia guardia” (sembra di capire che siano ancora numerosi fra direttori ed editorialisti della grande stampa italiana). A questi il professore di Harvard manda a dire che l’“Occidente” (da lui sempre nominato tra virgolette) è morto: fatevene una ragione.

  1. https://www.dw.com/en/nord-stream-2-german-foundation-fights-possible-us-sanctions/a-56241527.[]
  2. https://www.lemonde.fr/idees/article/2014/07/08/quand-les-etats-unis-font-payer-leur-puissance_4453271_3232.html.[]
  3. https://www.salon.com/2021/01/19/who-is-victoria-nuland-a-really-bad-idea-as-a-key-player-in-bidens-foreign-policy-team/.[]
  4. https://www.lemonde.fr/europe/article/2014/02/09/les-cinq-lecons-du-fuck-the-eu-d-une-diplomate-americaine_4363017_3214.html.[]
  5. https://www.lemonde.fr/international/article/2021/01/26/joe-biden-veut-reconstruire-l-amerique-en-achetant-americain_6067592_3210.html.[]
  6. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/accordo-cina-ue-sugli-investimenti-cosa-prevede-e-cosa-no-28859.[]
  7. https://ec.europa.eu/italy/news/20210119_la_commissione_propone_nuove_iniziative_per_un_sisteam_economic_forte_e_resiliente_it.[]
  8. https://www.martenscentre.eu/publication/europe-and-biden-towards-a-new-transatlantic-pact/.[]
,
Come condurre il PNRR? E se rifondassimo l’IRI!
Vittorio Agnoletto per la campagna Right to cure

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