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Come condurre il PNRR? E se rifondassimo l’IRI!

di Riccardo
Rifici

Al di là delle critiche sulla genericità di molte delle proposte contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza “Next generation”, va certamente sottolineata la vaghezza degli strumenti indicati per mettere in atto le proposte formulate. Traspare un affidamento quasi fideistico sull’intelligenza e le capacità di visione dei nostri industriali ed in particolare di Confindustria.

Per quanto riguarda i contenuti del PNRR, vanno innanzitutto sottolineati alcuni elementi.

Vi sono certamente due grandi ambiti di intervento che richiedono la principale attenzione e una quota significativa di risorse per rilanciare il nostro Paese. Il primo, propedeutico e indispensabile anche per sostenere nel lungo periodo l’altro, riguarda il rafforzamento delle strutture pubbliche, sia per quanto riguarda il personale necessario a farle funzionare al meglio, sia per le necessarie infrastrutture tecniche e finanziarie. Per quanto riguarda il personale si tratta soprattutto di una campagna di nuove assunzioni nel pubblico impego (almeno 500.000 persone), in particolare nei settori dell’istruzione della ricerca e della sanità (ma non solo) e della messa in campo di un piano di formazione continua, sia per il nuovo personale, sia per quello in attività. Su questo tema, le proposte che emergono nel Piano sono particolarmente insufficienti!

Il secondo ambito di intervento riguarda naturalmente la tutela del territorio e le infrastrutture del paese, ma non solo, bisognerebbe parlare anche della necessità di ricostruire l’iniziativa dello Stato nella ricerca e nelle attività produttive. Su quest’ultimo punto, quasi per nulla affrontato nel Piano governativo, vale la pena di cominciare a fare qualche riflessione seria.

Ma prima di entrare nel merito di tale tema, è opportuno sottolineare come gli interventi riguardanti le assunzioni nel pubblico impiego sono indispensabili alla buona conduzione e funzionalità di quelli da realizzare nel secondo ambito, sia per garantirne la qualità, sia per controllarne la corretta esecuzione nel tempo, avendo cura di tutelare gli interessi collettivi, garantendo la piena accessibilità e utilità per tutti i cittadini, evitando che logiche affaristiche e di profitto possano pregiudicare l’accessibilità e in molti casi anche la qualità complessiva del sistema. Infatti, i risultati di questi ultimi decenni di liberismo e privatizzazioni ci mostrano i danni prodotti in particolare nel campo dell’istruzione e in quello della sanità.

Per ciò che riguarda il secondo ambito prima accennato, tralasciando una accurata analisi di tutte le proposte del PNRR, prima di entrare nel merito di quella che è la questione più delicata (cioè il ruolo dello Stato), vale la pena di fare un piccolo appunto riguardo due punti importanti. Il primo, quello riguardante la tutela del suolo, del sistema idrogeologico e la qualità delle infrastrutture idriche, su cui ricerche di qualche anno fa segnalavano la necessità di investire, nel corso di un decennio, almeno un centinaio di miliardi, garantendo così una maggior sicurezza dei territori, un significativo risparmio di risorse economiche nel medio periodo grazie alla riduzione di spesa per rimediare ai danni e un notevole incremento occupazionale. Questo tema è abbastanza sviluppato nel PNRR a parte la carenza di indicazioni sulla questione relativa alla cementificazione del territorio mai adeguatamente contrastata. Anche per quanto riguarda il tema dell’edilizia sostenibile, dove vi sono molte risorse per gli interventi di efficientamento, sembra che manchino precisi riferimenti degli standard da raggiungere (ad esempio non vi è alcun riferimento ai CAM (criteri ambientali minimi).

Veniamo ora alla questione principale, è necessario soffermarsi sulla necessità di rilanciare il ruolo dello Stato e delle strutture pubbliche, non solo per dare un minimo di governo e indirizzo alle attività produttive necessarie al Paese, ma anche rilanciando l’intervento diretto dello Stato nelle attività che si ritengono strategiche per il Paese. È, infatti, proprio su questo terreno (ad esempio quello di come dirigere la “transizione ecologica) che appaiono le maggiori carenze del PNRR,che si limita a discorsi abbastanza fumosi su “economia circolare” e agricoltura sostenibile.

A questo proposito è utile iniziare con una provocazione: forse sarebbe necessario ricostruire l’IRI, (magari senza Prodi!). In proposito vale la pena ricordare che l’IRI, istituito durante il fascismo, nel dopoguerra divenne il fulcro dell’intervento pubblico nell’economia italiana. Nel 1980 l’IRI era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. È stato a suo tempo una delle più grandi aziende al mondo (forse, escludendo le grandi compagnie petrolifere, uno tra i primi 10/15 gruppi industriali al mondo). Nel 1992 aveva circa 80.000 miliardi di lire di fatturato, ma con oltre 5.000 miliardi perdite.

Naturalmente non si tratta di rimettere in piedi un immenso carrozzone, ma, facendo profitto dall’analisi degli errori e delle malefatte del passato, di ricostruire una capacità di indirizzo e di intervento pubblico, individuando quali produzioni e con quale qualità e obiettivi, si può, e in alcuni casi si deve, mettere in atto l’intervento dello Stato. In molti dei casi si tratta solo di definire indirizzi politici, o interventi di sostegno finanziario alle attività di ricerca e di sperimentazione di nuovi modelli e formule produttive. In altri casi è opportuno l’intervento diretto nelle attività produttive, con la partecipazione azionaria o con la costituzione di aziende pubbliche, ciò quando l’importanza strategica del settore ne faccia una questione rilevante. Si pensi ai temi che riguardano la lotta ai cambiamenti climatici, o a temi come quelli riguardanti la capacità di garantire la fornitura di strumenti e medicine per la sanità pubblica senza dover stare al gioco di multinazionali del settore. Tralasciando di commentare la nota vicende della mancanza di “mascherine” all’inizio della pandemia, si potrebbero fare numerosi altri esempi di miopia strategica del nostro sistema produttivo nazionale. Ad esempio, vale la pena di citare due filiere produttive che oggi rappresentano un importante strumento per contrastare il riscaldamento del pianeta, gli impianti fotovoltaici e i LED. Nonostante, che già dagli anni ’90 (e forse anche prima), in Italia alcune piccole industrie avevano cominciato con successo a sviluppare queste produzioni, a causa della mancanza di indirizzi e di investimenti, il settore è stato praticamente abbandonato, ed oggi importiamo la quasi totalità di questi prodotti (almeno per le parti più tecnologiche) da tre o quattro paesi esteri.

Altro settore dove l’azione pubblica sarebbe quanto mai opportuna è sicuramente quello, peraltro richiamata nel PNRR, riguardante la produzione di idrogeno come vettore energetico e il suo utilizzo sia per sistemi di trasporto, sia per de carbonizzare alcune importanti filiere produttive (ad esempio quella della siderurgia). Certamente non si può pensare di lasciare questo tema in mano a soggetti come ENI, che in questi decenni hanno sempre messo i propri interessi prima di quelli collettive, sempre puntando alla centralizzazione nei grandi impianti e spesso con la scarsa attenzione all’ambiente e agli interessi delle popolazioni.

Un serio intervento dello Stato, realizzato mantenendo un continuo dialogo con i rappresentanti delle parti sociali, oltre a garantire una maggior attenzione agli interessi collettivi, sarebbe certamente da guida e stimolo anche per rilanciare le attività private, sia per il sostegno anche economico che potrebbe emergere da una ricerca pubblica e dalla realizzazione di infrastrutture tecnologiche al servizio di tutti, sia, proprio, per il valore aggiunto derivante dalla auspicata capacità della struttura pubblica di guardare oltre agli orizzonti spesso limitati dei privati.

Naturalmente, last but not least,, un maggior ruolo dell’azione pubblica permetterebbe di contrastare con maggior efficacia tutti i comportamenti scorretti, sia quelli lesivi delle dignità dei lavoratori, sia quelli che violano le regole di una giusta concorrenza.

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1 Commento. Nuovo commento

  • GIANFRANCO LACCONE
    29/01/2021 19:58

    Condivido l’idea e ritengo che debba essere valutata alla luce dei seguenti problemi:
    – chi saranno i soggetti sociali interessati a guidare la transizione energetica?
    – Quale controllo eserciterà la parte sociale della domanda (i cittadini /consumatori) ?
    – quale sarà la struttura organizzativa (questo genere di transizioni verso l’economia circolare necessitano di una struttura a rete e di un sistema di nodi (teoria dei grafi, tanto per semplificare) che nei nostri sistemi amministrativi/organizzativi è lontano dall’essere strutturato.

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