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Le nubi su Capitol Hill

di Alessia
Gasperini

Un Biden mai così duro di fronte a un Congresso quasi privo di Repubblicani: si sono svolte così le commemorazioni per l’anniversario dell’attacco a Capitol Hill, quel momento che ha sconvolto gli Stati Uniti il 6 gennaio 2021.

Mai, prima di quel giorno, la bandiera degli Stati Confederati aveva fatto il suo ingresso al Campidoglio, nemmeno durante la Guerra civile a cui appartiene. Non a caso, dopo i fatti del 6 gennaio, si è parlato più volte di una possibile nuova guerra civile negli Usa. Con il trumpismo duro a morire, anzi perfettamente in salute, e la polarizzazione politica sempre più marcata, molti studiosi iniziano a pensare che non sarebbe uno scenario così assurdo. La scrittrice e attivista Rebecca Solnit, in un’intervista rilasciata a Viviana Mazza per il Corriere della Sera, ha parlato di Donald Trump sottolineando come la sua non sia solo una ricerca del potere economico o politico, ma soprattutto quello di poter cambiare la storia nel senso più concettuale del termine. Quello che Trump e i suoi sostenitori vogliono è modificare la realtà adattandola alla loro percezione, al loro concetto di verità: nel caso specifico dell’attacco a Capitol Hill, la verità sarebbe che Joe Biden ha in realtà perso le elezioni e che il vero golpe non sarebbe quello degli assalitori del Congresso, ma quello del Partito democratico. Nel suo discorso di risposta a quello del presidente tenuto nella sua ormai celebre villa a Mar-a-Lago, Trump si è riferito al risultato elettorale del 2020 come a una «Big Lie», una «grande bugia».

Una narrazione, questa, contro la quale si è scagliato senza risparmiare colpi il presidente Biden, che ha abbandonato i suoi toni accomodanti per accusare direttamente l’ex inquilino della Casa Bianca e i suoi sostenitori di quella violenza senza precedenti. Di fronte a un’America sempre più divisa secondo le sue direttrici politiche, Biden ha dovuto compiere una scelta: prendere posizione e continuare ad essere rilevante, oppure rimanere in precario equilibrio al centro e rischiare di cadere nel dimenticatoio e nell’irrilevanza. Sembra assurdo per il presidente della nazione che si definisce la più potente al mondo, ma con le elezioni di midterm in programma a novembre prossimo il rischio di trovarsi con entrambe le Camere contro, ridotto a “un’anatra zoppa”, è più che mai serio e presente. La partita tra i Democratici e Donald Trump non si è affatto chiusa con le presidenziali del 2020, anzi. Secondo un sondaggio del Washington Post, il 40% dei Repubblicani pensa che sia giusto usare la violenza contro lo Stato, nei casi in cui sia necessaria. Basti ricordare che nel 2020 solo il 24% dei Repubblicani intervistati per una ricerca di Npr ha dichiarato di accettare il risultato elettorale. In un Paese afflitto dal gerrymandering, la pratica tramite cui i governatori disegnano i collegi elettorali come preferiscono, spesso in senso discriminatorio, il campanello d’allarme non potrebbe suonare più forte di così. Il New York Times ha recentemente pubblicato un articolo proprio su questo, mettendo in guardia su come l’attacco a Capitol Hill abbia dato la stura a chiunque non accetti di trovarsi dalla parte dei perdenti in un’elezione. Secondo un’analisi del Brennan Center for Justice riportata nell’articolo, ben 19 Stati a maggioranza repubblicana hanno emesso leggi che limitano fortemente il diritto di accesso al voto o che rendono inutilmente complicate o dure le procedure. Un caso su tutti, il divieto di portare cibo e bevande a chi si trova in fila fuori dai seggi in Georgia, cosa che spesso accade per ore e ore soprattutto nei collegi a maggioranza afroamericana. Non è un caso, d’altronde, se la battaglia più dura di Joe Biden sia diventata l’approvazione della nuova legge elettorale federale, il John Lewis Voting Act. Durante un discorso in cui ha mantenuto la linea di quello dello scorso 6 gennaio, il presidente ha affermato di essere «stanco di stare tranquillo», battendo la mano sul podio da cui parlava.

Se il tuo avversario è un tycoon i cui sostenitori vogliono sovvertire l’ordine democratico, semplicemente non puoi restare seduto a guardare. Questo ha voluto ribadire Biden a pochi giorni dall’anniversario del suo insediamento alla Casa Bianca, mentre la Commissione 6 gennaio continua a lavorare per cercare di fare chiarezza sulle responsabilità dietro l’attacco a Capitol Hill. La commissione d’inchiesta della Camera è stata istituita dai Democratici, che attualmente godono della maggioranza in questa parte del Congresso, ed è fortemente osteggiata dai Repubblicani, che puntano a ritornare a dominare l’aula dopo le elezioni di midterm per scioglierla definitivamente. D’altronde, come già accennato all’inizio ben pochi Repubblicani erano presenti durante la cerimonia di commemorazione lo scorso 6 gennaio, con la scusa di essere impegnati a causa del funerale di un loro ex collega della Georgia, Johnny Isakson. Tra le poche eccezioni la deputata repubblicana Liz Cheney figlia dell’ex vicepresidente di George Bush jr, che in questo anno ha preso continuamente le distanze da quanto accaduto e, più in generale, da Donald Trump stesso. Non ci sarebbe da stupirsi se Cheney emergesse come alternativa moderata al trumpismo, rifugio di tutti quegli elettori repubblicani che non si sentono a loro agio tra teorie del complotto e la deputata Marjorie Taylor Greene che spara con un fucile d’assalto a un’auto con scritto sulla fiancata «Socialismo».

Alle elezioni di midterm non si deciderà solo la maggioranza al Congresso, ma anche l’indirizzo politico che avranno gli Stati Uniti per i prossimi due anni, quelli che li separano dalle presidenziali del 2024. L’attacco a Capitol Hill ha senza dubbio creato un pericoloso precedente, quello per cui non è obbligatorio accettare il risultato proveniente dalle urne con spirito democratico, ma anzi è auspicabile rivoltarsi contro la scelta emersa dalle votazioni imbracciando le armi e gridando al complotto. Grigie nubi si addensano sul Campidoglio.

Alessia Gasparini

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