I diversi eventi che si sono svolti nei giorni scorsi e che hanno coinvolto le leadership politiche europee, dal pre-vertice dell’UE all’incontro di Monaco sulla sicurezza, impongono di aggiornare una valutazione del quadro politico complessivo e di alcune possibili linee di tendenza. Marco Rubio, il Segretario di Stato USA, ha riproposto una visione ideologica suprematista e teocratica che avrebbe fatto felici gli incappucciati bianchi del Ku Klux Klan. Nonostante la debole presa di distanza del cancelliere tedesco dall’ideologia MAGA, il pubblico ha accolto il discorso con un applauso, accontentandosi del fatto che Rubio abbia espresso le sue, piuttosto ignobili, convinzioni, con tono educato.
Ma l’elemento che a me pare più importante è il processo in corso di ridefinizione di una piattaforma politica a livello europeo che consenta una aggregazione delle principali forze politiche della destra, sia quella tradizionale che quella definibile come “estrema”. L’ipotizzato asse italo-tedesco, fragile in questa fase come tutte le convergenze, è anche un avvicinamento tra la principale formazione politica della destra conservatrice, la CDU tedesca, con la maggiore forza politica che ha le proprie radici nel fascismo degli anni ’30, Fratelli d’Italia.
Una tendenza alla convergenza che si è già più volte registrata nel Parlamento europeo e di cui è sostenitore soprattutto il leader del gruppo popolare, Manfred Weber. La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha percorso la stessa strada, anche se con qualche sfumatura in più necessaria a non rompere del tutto la tradizionale alleanza di centro-sinistra che l’ha eletta.
Quali sono gli elementi fondamentali di questa potenziale piattaforma della alleanza tra le destre? A me sembrano sintetizzabili in cinque punti:
1) la politica di riarmo quale strumento per aumentare il peso dell’UE sullo scenario mondiale, avendo pienamente integrato la visione ideologica che fa della forza militare il necessario supporto della potenza economica;
2) la prosecuzione di accordi di libero scambio, considerati alternativi alla politica trumpiana dei dazi, di cui con l’India costituisce il maggiore e recente successo. Resta in sospeso, l’altro grande accordo, il Mercosur, fermato da un voto parlamentare che ne ha, per ora, prolungato la possibile entrata in vigore. Da rilevare che questi accordi sono auspicati e considerati utili da paesi cruciali del cosiddetto “sud global”, come India e Brasile.
3) un riassetto del capitalismo europeo che cerca di recuperare il ritardo tecnologico in alcuni settori cruciali, favorire l’affermazione di potenze economiche private che abbiano una dimensione europea, superando gli ostacoli posti dalla stessa visione liberista che l’UE ha assunto a proprio fondamento e un’operazione che orienti i capitali esistenti sulle imprese europee;
4) una confluenza sulla politica di avversione all’immigrazione e agli immigrati che, se non aderisce in toto all’ideologia MAGA trumpiana, ne assume di fatto le conseguenze sul piano dell’azione politica;
5) l’annacquamento delle politiche adottate per fronteggiare il cambiamento climatico. Anche in questo caso non si assume in toto l’ideologia anti-scientifica di cui si fa portatrice l’Amministrazione USA, ma, in nome del contrasto ad un ambientalismo “ideologico”, se ne adotta molte delle conseguenze pratiche.
Inoltre aggiungerei a questi elementi il tentativo di tenere insieme due tendenze che sulla carta risultano opposte. Da un lato accentuare la dimensione sovranazionale di alcune politiche economiche, dall’altra salvaguardare il ruolo e il peso degli Stati nazionali. Il mutamento di prospettiva assunto dalla Germania, con una maggiore rivendicazione del proprio interesse nazionale, richiede alcuni cambiamenti nell’agire concreto della dimensione europea. In realtà, i tedeschi lo hanno sempre perseguito, imponendo in buona misura le caratteristiche del proprio modello di sviluppo all’intera UE, ma sempre inserito in una retorica europeista e accompagnato dall’accettazione di un ruolo minore sul piano della politica estera e della potenza militare. È questa seconda parte che viene rimessa in discussione.
La prospettiva della cooperazione rafforzata dovrebbe tenere insieme il più Europa con l’accentuazione della sua dimensione intergovernativa e quindi accettabile dai nazionalisti. Il cosiddetto “28° regime” e la sburocratizzazione, riportano a quella visione dell’Europa come mercato di libero scambio che era propria del Regno Unito, sia nella versione Thatcher che in quella di Blair.
In questo quadro, la continuazione della guerra resta un punto di differenziazione tra le destre, ma finora con l’allineamento del governo Meloni e il progressivo spostamento del Rassemblement National francese verso una linea meno conflittuale, non sembra sufficiente a far saltare la convergenza delle destre.
L’importanza di questa prospettiva è rafforzata dal ciclo elettorale che nel 2027 impegnerà al voto Francia, Spagna e Italia. Al momento in tutti e tre questi Paesi la destra risulta favorita, con l’emergere di formazioni politiche che hanno radici più o meno, malamente, mascherate, nei regimi di estrema destra degli anni ’30.
Ovviamente l’esistenza di una tendenza non è ancora la sua realizzazione. Ognuno dei punti considerati presenta delle potenziali contraddizioni. Ma al momento questa spinta dispone di un ampio consenso che si traduce in successi elettorali e nella possibilità di un’Europa diretta da una convergenza tra destre tradizionali radicalizzate e estreme destre solo moderatamente ripulite.
Sbaglia, a mio parere, chi vede un’Europa ancora dominata da leader centristi e liberali, vedendo in questi più o meno dichiaratamente, il “nemico principale”, sia chi immagina una convergenza di destre e sinistra verso il centro, magari interpretando conflitti e contraddizioni esistenti come una “rappresentazione teatrale” messa in scena da élite sempre compatte e onniscienti, che si propongono di “ingannare il popolo”.
Ciò che si rende necessario, in presenza di uno spostamento a destra di settori importanti delle leadership politiche ed economiche, è dare nuovi contenuti ad una polarizzazione destra-sinistra che per alcuni decenni si è andata via via attenuando e in cui settori importanti di classi lavoratrici e classi popolari non hanno più trovato una propria rappresentanza.
Se si adotta la visione di alcuni sociologi e politologi che interpretano l’ascesa della destra autoritaria come un “backlash”, un rinculo, in opposizione alle conquiste ottenute nel corso del ‘900 dal movimento operaio, dai movimenti sociali antisistemici e dai movimenti di liberazione nazionale, dietro ai quali Marco Rubio vede l’ombra “satanica” del comunismo, si pone la necessità – se vogliamo mantenere lo stesso concetto – di un “controbacklash”. Questo non dovrebbe basarsi né sull’idea di una restaurazione del passato ma nemmeno su una sua totale e acritica liquidazione.
Al momento le forze e le idee sono ancora inadeguate. Se guardiamo alle grandi famiglie politiche europee vediamo come le sconfitte e le difficoltà siano maggiori dei successi.
La socialdemocrazia è fortemente indebolita e anche frammentata fra chi pensa che occorra accodarsi alle politiche anti-migranti (Danimarca), chi si proponeva di rilanciare la terza via blairiana (Starmer) e chi prova a ricostruire una risposta di sinistra, pur tra incertezze e contraddizioni. Sull’opzione Starmer, la cui vittoria venne presentata anche in Italia, come la prova del “si vince al centro”, la crisi verticale nella quale è immediatamente sprofondata non è solo dovuta all’inconsistenza del suo interprete, quanto all’assottigliamento della base sociale sulla quale si era fondata.
Per un relativo riallineamento a sinistra della socialdemocrazia si sono al momento schierati Sanchez e Schlein, con posizioni che pur nelle divergenze strategiche consentono quanto meno un dialogo e una convergenza da parte della sinistra radicale. In Spagna con la comune partecipazione al governo, in Italia con una possibile, anche se tattica, convergenza elettorale in un “patto costituzionale” contro la destra. In Francia la situazione si presenta complicata per le divisioni tra chi ha cercato di ridare credibilità al Partito Socialista con un prudente riallineamento a sinistra (Olivier Faure) e chi invece lo vuole mantenere su una direzione di destra socialdemocratica (Glucksmann, Guedj e, sullo sfondo, il fantasma dell’ex Presidente Hollande).
I Verdi soffrono la crisi di prospettiva della componente tedesca che ha puntato sull’ascesa di un nuovo ceto medio post-materialista che indubbiamente esiste ma è minoritario e che soprattutto è stato visto con sempre maggiore ostilità da ampi settori sociali a basso reddito. Un po’ diversa la realtà francese più orientata a sinistra, dove le prossime elezioni municipali hanno determinato una certa conflittualità interna, e in positivo sembra spiccare la realtà britannica. In questo caso (e vedremo che segnali verranno da un’imminente elezione suppletiva a Manchester) potrebbe determinarsi una convergenza tra i Verdi spostati a sinistra e il nuovo partito di Corbyn e Sultana Zahra. A quel punto il Labour dovrebbe nuovamente correggere la rotta imposta dal vecchio cerchio magico blairiano, in difficoltà anche per le ricadute della vicenda Epstein.
Per chiudere con la sinistra radicale, anche qui non mancano le difficoltà. Ad un certo punto si poteva pensare che la crisi della socialdemocrazia aprisse la strada ad una riconfigurazione della sinistra attorno alle tendenze più radicali (Syriza, Podemos). Per diverse ragioni che qui sarebbe lungo esaminare questa prospettiva non si è realizzata e il consenso che sfugge ai partiti socialdemocratici solo in rari casi confluisce verso la sinistra radicale. La quale poi in diversi paesi è attraversata da divisioni che si cerca faticosamente di ricomporre come in Spagna.
La France Insoumise, che oggi sta subendo un pesante attacco mediatico e politico (per il quale non è esente da qualche colpa), è forse l’unica forza della sinistra radicale che cerca di mescolare elementi di continuità con qualche innovazione teorica e politica. Ad esempio, l’idea della “nuova Francia”, la prospettiva vista in positivo della “creolizzazione”, il recupero del termine “collettivismo”. A volte poi queste vengono rapidamente abbandonate (è il caso dell’idea del “piano B” nelle relazioni con l’UE) ma restano comunque tentativi interessanti. Il principale punto debole della strategia melenchoniana è però l’esigenza di polarizzare lo scontro a sinistra, in questo momento nei confronti dei “socialtraditori” del Partito Socialista, altre volte nei confronti dei comunisti (il cui segretario venne paragonato a Doriot, il comunista degli anni ’30 che passò alla collaborazione con il nazismo). Melenchon ci ha già abituato a campagne elettorali polarizzanti seguite da rapidissime svolte unitarie, ma alla lunga questa operazione diventa sempre meno efficace e potrebbe non riuscire a mobilitare l’elettorato di sinistra che, al fondo, resta largamente unitario.
Il quadro, come si vede, non lascia grande spazio all’ottimismo, ma d’altra parte esistono anche segnali di tenuta e di resistenza. Non siamo ancora alla “controffensiva egemonica” che sarebbe necessaria, ma per quella occorre un lavoro di analisi, di costruzione di relazioni sociali e la ridefinizione di un progetto di lungo periodo che nessuno potrà fare da solo.
Franco Ferrari