“ll 50% delle lavoratrici e dei lavoratori occupati nei settori del terziario, del turismo e dei servizi percepisce una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia di povertà salariale individuata dalla letteratura nel 60% della retribuzione mediana, che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno”.
Sono i dati emersi dal focus sul lavoro povero redatto per conto della Filcams Cgil e destinato a un ampio report sulla occupazione la cui uscita è prevista nel prossimo autunno.
La denuncia della Cgil riporta dati e situazioni analoghe a quelle diffuse da altri sindacati, ad esempio la Cub, tutti parlano di circa il 70% dei lavoratori del turismo con salari inferiori alla soglia di povertà con dati ancora più drammatici nel Meridione e nelle isole. Non se la passano meglio i lavoratori e le lavoratrici dei servizi, delle pulizie e ristorazione collettiva con il cosiddetto part-time involontario divenuto condizione strutturale.
Se sui dati le letture sindacali coincidono a dividerli sono le letture della realtà e le soluzioni. ” Noi pensiamo che avere dilatato a dismisura i contratti nazionali al Cnel abbia favorito la rappresentatività sindacale di Cgil Cisl Uil ma i risultati sono stati quelli di abbassare le retribuzioni e abbattere i diritti della forza lavoro, esistono contratti nati con i processi di privatizzazione su cui i silenzi della Cgil restano aberranti” questa è l’opinione della Cub toscana che a Transform presenta i risultati di una piccola inchiesta condotta del pisano. “L’estate è agli sgoccioli per quanto le temperature siano ancora elevate e decisamente sopra la media stagionale, è tempo di bilanci almeno sul fronte lavorativo e registriamo due fenomeni preoccupanti ossia la compartecipazione della forza lavoro alla precarietà e l’arrendersi alla ineluttabilità della stessa” Se devi campare sarai costretto ad accettare anche condizioni insostenibili e quindi tanto diffusa è la povertà tanto più numerosi e pervasivi saranno gli strumenti di pressione e coercizione padronale”.
La piaga del lavoro nero è ancora intatta, incurabile per volontà politica, talvolta, almeno rispetto al passato, troviamo dipendenti al nero per poche ore settimanali, il weekend magari, costretti a farlo da salari inadeguati e paghe insufficienti per vivere con dignità. Una sorta di corto circuito tra bassi salari, mancate coperture assicurative e previdenziali, assunzioni regolari solo in parte con ore regolari e altre al nero. E paghe orarie gestite senza riferimenti contrattuali…
Prima di parlare di M., dipendente di una ditta di… (omettere i particolari e i riferimenti è vitale per non risalire ai nomi e alle aziende evitando soprattutto ritorsioni e quella sorta di passa parola tra aziende già verificatosi (raccontiamo l’esperienza di Anna: “Ho fatto vertenza due anni fa dopo una stagione al nero con straordinari non pagati, da allora ogni qual volta mando il currriculum vengo scartata, sono bollata come quella che ha fatto pagare a un padrone 15 mila euro, per questo trovo difficoltà a ricollocarmi). La storia di M., un cinquantenne immigrato di seconda generazione e oggi cittadino italiano: “lavorando 4-5 mesi di estate, raccogliendo olive per un altro mese e con i fine settimana nei catering come cuoco, riuscivo a mantenere una famiglia di 4 persone, con grandi sacrifici ma anche dei periodi di tranquillità e tempo libero per seguire i figli, tornare un mese all’anno in Marocco da mio padre. “Ora non è più così, si guadagna meno, gli orari sono flessibili, i carichi di lavoro massacranti, arrivo a metà ottobre esaurito da 12 ore giornaliere, la retribuzione è per lo più al nero e devo tenermi da parte qualche centinaio di euro da versare alla previdenza integrativa delle Poste se voglio tra una decennio andare in pensione senza patire la fame”.
Part time, salari bassi e orari sempre più estesi sono la realtà del lavoro stagionale, nel frattempo sono sempre più numerosi i cittadini che cerano riparo nei centri commerciali o negli ipermercati solo per avere adeguati microclima nelle ore più calde, di interventi pubblici in tal senso non si vede l’ombra. Il settore del commercio si va trasformando in terreno dei bassi salari e della massima flessibilità (e non solo oraria), gli orari di apertura si sono dilatati a dismisura, basti pensare che un ipermercato tiene aperto anche 15 o 16 ore in un giorno a seconda dei marchi, della presenza o meno di un sindacato (solitamente sono almeno 13).
E poi il lavoro povero, il part time involontario, imposto o suggerito con forti pressioni, per il Corriere della Sera l’80 per cento dei lavoratori nel turismo viene assunto part time, per la Cgil il 40 per cento o quasi del commercio si trova nelle medesime condizioni. Sentiamo ancora la Cub “Sono ben pochi quei lavoratori che scelgono volontariamente il part time, la soglia delle 20 ore settimanali in apparenza genera un rapporto di lavoro stabile, nella sostanza alimenta la povertà perchè con quei soldi si arriva forse solo a metà mese. E da qui nascono i secondi o terzi impieghi (spesso al nero), una sorta di tacito compromesso dei lavoratori che rinunciano a lottare per ampliamenti orari in cambio della disponibilità datoriale ad aggiustare gli orari per consentire il secondo o il terzo impiego. Accade in alcune ditte di pulizie dove le lavoratrici sono state disponibili ad anticipare l’orario di ingresso senza maggiorazione contrattuale, e senza sindacato, in cambio la ditta (o cooperativa) ha aggiustato gli orari per consentire un altro impiego”.
Sempre in questa estate la Filcams ha girato per spiagge e luoghi turistici, esistono numeri verdi ai quali accedere ma la modalità con la quale la forza lavoro si rivolge al sindacato è cambiata nel tempo specie dal Governo Renzi in poi perchè perdere una causa significa anche sobbarcarsi delle spese legali. “Allo sportello Cub di Pisa, abbiamo ascoltato storie di contratti part time regolarizzati corrispondenti alla metà degli orari svolti, retribuzioni al nero pagate 10 euro, o perfino meno, all’ora. Ma sono sempre meno i lavoratori e le lavoratrici che si rivolgono al sindacato solo quando non hanno ricevuto le spettanze pattuite o perchè il datore di lavoro assume comportamenti prevaricatori come avvenuto in un pastificio della provincia di Pisa o in un bar del centro. Se poi si parla di donne, giovani e carine la subdola molestia sessista è sempre in agguato. Le lavoratrici prima di parlare chiedono sovente il silenzio, vogliono conoscere i loro diritti, parlare gratuitamente con l’ufficio legale, acquisire informazioni per poi scomparire. Ci si rivolge al sindacato come a un centro di ascolto, per acquisire qualche informazione e poi avere maggiori strumenti per aprire una sorta di contrattazione individuale. Questo è un limite sindacale che dimostra la difficoltà a trasformare la rabbia in conflitto”.
Abbiamo raccolto tre storie emblematiche
“Una lavoratrice addetta al bar di un bagno ci ha raccontato che da 7 anni la sua paga oraria è la stessa, prende gli stessi soldi del 2019 nonostante l’aumento del costo della vita, la differenza sta in una sorta di mancia pari a 50 euro al mese (sotto forma di rimborso della benzina) o in pasto da consumare con il compagno gratuitamente al ristorante del bagno” Maria Elena è una studentessa universitaria che questo anno non ha fatto vacanze lavorando tre giorni alla settimana con un contratto weekend alla cassa di un ipermerrcato, racconta di ritmi incessanti e continue difficoltà ad avere un cambio per bere dell’acqua o andare in bagno”. E ancora una storia dal mondo migrante: “Omar 55 anni, permesso di soggiorno scaduto, viene dal Nord Africa, parla un discreto italiano, vende parei, palloni e costumi sulle spiagge, quando va bene dopo 11 ore di lavoro restano in tasca 25 euro, poco più di due euro all’ora, negli altri giorni si dimezzano gli incassi. Si vive grazie alla cena in parrocchia e alla colazione offerta dai dipendenti di un bagno che mi aspettano con cornetti, acqua e caffè.
L’Istat nel 2024 rilevava oltre 1,25 milioni di lavoratori dipendenti hanno percepito meno di 9 euro lordi all’ora, mentre la quota dei dipendenti a bassa retribuzione è salita dal 9,8% del 2018 al 10,7%. Intanto gli esercizi commerciali al dettaglio sono diminuiti di quasi il 15%, lo racconta un lavoratore che da 20 anni trascorre i mesi estivi 16 ore al giorno a una bancarella che vende di tutto in prossimità di una spiaggia libera. Ci racconta di essere il solo sopravvissuto di tanti esercizi operanti fino a poco tempo fa a proposito della scomparsa di tanti esercizi commerciali. Era sterile resistenza la lotta intrapresa contro le grandi multinazionali o una mera necessità per non finire negli ingranaggi dello sfruttamento?
Federico Giusti
