L’ascesa del Sinn Fein

di Franco Ferrari –

Gli ultimi sondaggi pubblicati prima del voto di sabato 8 febbraio, dal quale emergerà il nuovo parlamento irlandese, danno in testa, col 24-25% dei voti il Sinn Fein, partito della sinistra repubblicana, il cui obbiettivo finale resta la riunificazione dell’Irlanda nelle sue 32 contee.

Se questo dato fosse effettivamente confermato dal comportamento degli elettori, il Sinn Fein avrebbe compiuto un balzo di quasi 10 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni del 2016. E’ possibile, per paradosso, che il partito non riesca ad eleggere tutti i parlamentari a cui avrebbe diritto per mancanza di candidati. Il sistema elettorale irlandese prevede la presentazione di candidature individuali, anche se sostenute da partiti, che competono in collegi plurinominali. Presentare troppi candidati può comportare il rischio di dividere i voti e di perdere qualche seggio. Il problema opposto è di avere meno candidati di quelli che un partito potrebbe eleggere sulla base del consenso conquistato e questo potrebbe essere il caso del Sinn Fein in queste elezioni.

Oltre alla crescita della propensione al voto per il Sinn Fein è aumentato in misura considerevole l’apprezzamento alla leader del partito Mary Lou(ise) McDonald, una dublinese che è stata per diversi anni la vice di Gerry Adams. Non era facile subentrare a colui che ha guidato in modo pressoché incontrastato il partito nazionalista per diversi decenni e che viene accolto come una vera pop star nei quartieri popolari dove il Sinn Fein con una politica accorta è riuscito a piantare radici solide . Sempre secondo i sondaggi il consenso per la McDonald ha superato di molte lunghezze quello riservato ai due leader dei partiti tradizionali dell’establishment, il Fianna Fail e il Fine Gael, tra cui il primo ministro uscente Leo Varadkar.

La principale ragione della crescita del Sinn Fein, secondo i sondaggi, è il desiderio di cambiamento che anima l’elettorato irlandese. I due partiti tradizionali si alternano alla guida del governo da quasi un secolo. Negli ultimi c’è stata una ripresa economica, dopo la fase più dura della crisi iniziata nel 2008, provocata dal salvataggio sconsiderato delle banche voluto dal Fianna Fail, seguito dalle politiche di austerità imposte dalla trojka. Il miglioramento dei dati macroeconomici non ha però beneficiato al partito che ha guidato il governo uscente, il Fine Gael, perché le condizioni di vita di molti irlandesi non sono per nulla migliorate.

Ed è proprio questa la chiave fondamentale della campagna elettorale del Sinn Fein: trasferire ai ceti popolari i benefici della crescita economica. L’Irlanda soffre di una acuta crisi delle abitazioni e del peggioramento di alcuni servizi pubblici fondamentali, in particolare nella sanità. E il partito di sinistra propone interventi significativi in stile keynesiano. Inoltre chiede di abbassare l’età pensionabile dai 67 anni previsti dalla legge che entrerà in vigore dal 2021 ai 65.

La crisi del bipolarismo tradizionale

Nel dibattito finale tra i leader dei tre maggiori partiti, organizzato dalla tv di Stato, Fianna Fail e Fine Gael hanno attaccato il Sinn Fein, accusato di fare proposte irrealistiche e cercando ognuno per suo contro di proporsi come i veri interpreti del cambiamento richiesto dai cittadini. In realtà, entrambi hanno gestito politiche di austerità e hanno dimostrato di essere legati ad interessi economici ristretti. Il Fine Gael ha governato negli ultimi anni grazie all’accordo con il Fianna Fail e questo indebolisce la logica dell’alternanza tra i due partiti tradizionali che non riescono più ad incanalare in uno schema bipolare le aspirazioni degli elettori.

I sondaggi vanno naturalmente presi con la necessaria prudenza. Anche nelle elezioni del 2016 sembrava garantita una forte ascesa elettorale del Sinn Fein che alla fine si rivelò minore del previsto. Ma questa volta sembrano presenti le condizioni politiche utili per confermare uno spostamento a sinistra dell’elettorato.

Il partito, guidato ormai da due donne, Mary Lou McDonald nella Repubblica e Michelle O’Neill nel nord ancora legato alla Gran Bretagna, è sempre meno visto, da molti elettori, come l’espressione dell’IRA, l’organizzazione che ha perseguito la riunificazione dell’Irlanda con la violenza, e sempre più come il partito che esprime maggiormente le esigenze dei ceti popolari e delle nuove generazioni. Per il primo aspetto è subentrato al Labour Party, il tradizionale partito di riferimento delle organizzazioni sindacali, che ha perso credibilità governando come socio di minoranza nel governo col Fine Gael e accettando in quel ruolo di gestire le politiche di austerità imposte dalla trojka.

Le esperienze precedenti del Labour Party e del Partito Verde, anch’esso traumatizzato da un’esperienza di governo come alleato subalterno del Fianna Fail e che solo ora sta recuperando consenso tra i ceti medi grazie alla maggiore sensibilità per il cambiamento climatico, dovrebbe fare da guida alle future scelte del Sinn Fein. Mentre sembra esclusa ogni possibile alleanza col Fine Gael, tornano periodicamente le speculazioni giornalistiche su un possibile accordo di governo col Fianna Fail. Lo renderebbero possibile il fatto che questo partito proviene da una scissione del Sinn Fein originario ma si trovava sullo stesso versante del conflitto sanguinoso tra sostenitori e avversari del Trattato del ’21. Inoltre il FF mantiene un elettorato popolare, soprattutto anziano, che potrebbe guardare con un certo favore alle politiche economiche redistributive sostenute dal SF. Sembra difficile che il SF possa comunque accettare un ruolo subalterno in un governo a guida FF che non darebbe alcuna garanzia di realizzare il cambiamento auspicato.

In alternativa a questa soluzione è circolata la possibilità di un’alleanza spostata decisamente più a sinistra che raccoglierebbe SF, Laburisti, Verdi, indipendenti. Oltre alla difficoltà di superare divisioni profonde tra i diversi partiti, questa maggioranza, che rappresenterebbe un vero cambiamento col passato, non avrebbe ancora numeri sufficienti, per quanto siano in forte crescita da diverse elezioni gli eletti che si presentano come indipendenti, alcuni dei quali decisamente schierati a sinistra e altri interessati prevalentemente a difendere interessi locali e che potrebbero sostenerla.

La lunga storia del Sinn Fein

Il Sinn Fein è il partito più antico d’Irlanda, in quanto venne fondato da Arthur Griffith nel 1905. Nella sua lunga storia ha subito molte scissioni e diversi cambiamenti radicali. Inizialmente era una formazione abbastanza moderata con una base prevalentemente borghese. Dopo la rivolta di Pasqua del 1916 nella quale morì James Connolly, interprete di una visione del movimento di liberazione irlandese strettamente collegata a quella di una trasformazione in senso socialista della società, il Sinn Fein divenne l’espressione di massa del movimento nazionalista.

Una parte del movimento, tra cui lo stesso Griffith, accettò il compromesso con la Gran Bretagna e la separazione delle sei contee del nord dallo Stato Libero. Si accese una breve ma violenta guerra civile tra il Sinn Fein opposto al Trattato e la parte favorevole che poi darà vita al Fine Gael.

Il principio dei repubblicani era di rifiutare qualsiasi partecipazione alle istituzioni nate dal Trattato. Questa scelta astensionista portò ad un’ulteriore rottura nel 1927, quando la maggioranza del Sinn Fein, guidata da Eamon De Valera diede vita al Fianna Fail e decise di partecipare alle elezioni. Con la crisi economica degli anni ’30 il FF riuscì a conquistare la maggioranza e il governo su una piattaforma programmatica che conteneva anche elementi socialmente più avanzati rispetto alle politiche liberoscambiste del Fine Gael.

Il Sinn Fein restò per molto tempo ai margini della vita politica, ancorato in modo nostalgico ai miti della guerra civile. All’inizio del anni ’50 si crea il collegamento diretto con l’IRA. E’ quest’ultima che di fatto assume il controllo del partito facendone uno strumento della propria propaganda. A cavallo tra gli anni ’50 e ’60 l’IRA tenta di riprendere l’azione armata, ma di fatto dimostra la propria inconsistenza dal punto di vista militare. Questo porta ad un ripensamento ideologico di una parte del gruppo dirigente che si orienta verso una visione marxista del conflitto irlandese. Nasce così il processo che porta alla divisione del 1970 tra l’ala Official e quella Provisional. Quest’ultima è caratterizzata da una visione militarista e settaria del conflitto e da un pregiudiziale anti-comunismo.

Oltre a vecchi leader, nei Provisional confluiscono giovani militanti come Gerry Adams mossi, più che dalle pregiudiziali ideologiche, dalla maggiore combattività dei Provisional nel difendere i ghetti cattolici dall’oppressione e dalla discriminazione. Occorrerà una decina di anni alla nuova generazione per assumere la guida dell’IRA e con essa del Sinn Fein, il cui ruolo resta però puramente ancillare. All’inizio degli anni ’80 l’IRA e il Sinn Fein cominciano a riprendere i temi del “repubblicanesimo sociale” o di sinistra che inizialmente erano stati appannaggio dell’ala Official.

Con la candidatura di Bobby Sands e altri militanti incarcerati impegnati in un digiuno di protesta dall’esito mortale, l’IRA inizia a comprendere l’utilità non solo dell’azione politica ma anche di quella specificamente elettorale.

Un altro punto si svolta è rappresentato dalla decisione di abbandonare l’astensionismo che non impediva la presentazione di candidature ma era incompatibile con la partecipazione alle attività parlamentari. La leadership dell’IRA e del Sinn Fein, si rende conto progressivamente che non esiste uno sbocco armato al conflitto e anche l’azione violenta deve essere inquadrata dentro un progetto politico. Viene così definita la strategia detta “della scheda elettorale in una mano e dell’Armalite (l’arma più usata nel conflitto) nell’altra”.

L’abbandono della lotta armata

Anche questa strategia è stata definitivamente archiviata con gli accordi di pace del venerdì di Pasqua del 1998. L’IRA si è ritirata definitivamente dalla scena e l’azione del movimento repubblicano avviene tutta sul terreno politico attraverso il Sinn Fein sia al nord che al sud.

Nelle contee ancora appartenenti al Regno Unito, il Sinn Fein è diventato il principale partito della minoranza cattolica e governa, con non poche difficoltà, con i vecchi nemici del Democratic Unionist Party, partito bigotto e reazionario che trae il suo consenso nella comunità protestante.

Al sud, il Sinn Fein ha perseguito un’abile strategia di crescita elettorale puntando soprattutto sui giovani e sull’elettorato astensionista dei quartieri popolari, la cui conquista era considerata più salda che non quella di elettori fluttuanti provenienti da altri partiti. E’ quindi passato dall’essere una forza extraparlamentare con meno del 2% dei voti a poter aspirare, ragionevolmente, al ruolo di primo partito irlandese.

La conquista di un ruolo di governo in entrambi le parti dell’isola è visto come uno strumento importante nel processo pacifico di riunificazione politica dell’isola. L’attuazione della Brexit, considerato il desiderio di molti nordirlandesi di restare nell’Unione Europea e soprattutto di evitare il ripristino delle frontiere tra le 6 contee del nord e le 26 della Repubblica, è visto come un elemento che può favorire la prospettiva unitaria.

Benché criticato da commentatori di sinistra, soprattutto per i compromessi che ha accettato nel governo del nord Irlanda e per non aver rinegato l’azione armata del passato, non c’è dubbio che oggi il Sinn Fein si è decisamente allontanato dall’impostazione militarista e cattolico-conservatrice che aveva caratterizzato i Provisional al momento della loro fondazione. Si considera la versione irlandese di partiti come Podemos e Syriza ed aderisce al GUE/NGL, il gruppo che raccoglie comunisti, socialisti di sinistra, formazioni di nuova sinistra al Parlamento Europeo. La stessa Mary Lou McDonald fu eletta al parlamento di Bruxelles-Strasburgo e ne fece parte.

In un paese che per decenni è stato citato nei manuali di politologia come un paese senza sinistra, il cambiamento in atto è poco meno che epocale.

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