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Lampedusa

di Stefano
Galieni

“Emergenza Lampedusa”. Se qualcuno provasse a digitare su un qualsiasi motore di ricerca queste due parole potrebbe riempire volumi e volumi di storie, vicende tragiche o grottesche, dimostrazioni croniche di incapacità a risolvere problemi, dichiarazioni vuote e dettate da assenza di memoria. Diverse quando a parlare sono dirigenti politici al potere o all’opposizione, quasi che gli errori fatti non siano serviti mai a nulla se non a riperpetrarne altri. E se in questi giorni, per l’ennesima volta, anche su quotidiani sedicenti progressisti, si titola impunemente “sbarchi record” è perché si conta sulla facilità con cui si dimentica quanto accaduto poco tempo prima, sul fatto che sono pochi coloro che osano inserire un’isola di 22 km quadrati, la porta meridionale d’Europa, in un contesto più generale, sia dal punto di vista geografico, che politico che in un asse temporale.

Eppure i tre punti di vista sono fondamentali. Geograficamente Lampedusa è a poche decine di miglia dai porti tunisini e da sempre è stato il punto di arrivo della rotta meno rischiosa. Un tempo erano per lo più pescherecci che percorrevano il tratto di mare nei due sensi, da una ventina d’anni, da quando le politiche migratorie europee hanno assunto l’approccio del proibizionismo, più o meno esasperato, a Lampedusa si è cominciati a venire per bruciare le frontiere, per entrare nella ricca Europa e non più soltanto dalla Tunisia. Sono cominciati, ben prima della fine di Gheddafi e del suo regime, a partire imbarcazioni dalla Libia, cariche di persone provenienti dall’Africa Sub Sahariana o Orientale e poi, dopo la caduta del regime, sono cominciati a partire uomini e donne che in Libia – un tempo paese di immigrazione – avevano trovato lavoro, contemporaneamente anche chi fuggiva dalla catastrofe umanitaria siriana e non percorreva la rotta balcanica per giungere in Europa. Lampedusa si trovò più volte abbandonata e al centro di polemiche o dell’attenzione mediatica. Gli abitanti – in gran parte gente di mare abituata a rispettarne le leggi – vennero etichettati come razzisti, quando ponevano l’attenzione sulla necessità di un intervento nazionale e, con altrettanta schizofrenia, si creò il mito del porto accogliente e aperto, da premiare col Nobel per la pace.

Poco si scriveva e si scrive, ancora oggi, del fatto che quando ci sono condizioni di mare avverse capita che Lampedusa resti isolata anche per settimane, anche con assenza di generi di prima necessità. Poco si racconta ancora del fatto che un paradiso turistico è un inferno per le donne che debbono partorire, migranti o autoctone che siano e che possono farlo soltanto trasferendosi con largo anticipo in una città siciliana con costi altissimi per le famiglie. Ne ha viste tante Lampedusa, ha visto navi bruciare con centinaia di persone a bordo – 3 ottobre 2013 – e i pescatori che fecero di tutto per strappare a morte certa chi arrivava, ha visto la presenza di imponenti forze militari di diversi corpi – c’erano anche gli alpini – per fermare “l’invasione”, ha visto la costruzione di centri di accoglienza e di detenzione prima nei pressi dell’aeroporto e in una ex caserma, poi all’interno, in Contrada Imbriacola, con persone che provavano ogni mezzo per fuggire. Ci sono stati anni, indipendentemente dal colore dei governi, in cui era chiaro che in un’isola con 5000 abitanti bisognava predisporre in maniera permanente strumenti per trasferire le persone su terraferma, prima in Sicilia e poi in altre regioni magari e momenti in cui far diventare l’isoletta delle Pelagie un imbuto era utile strumento per campagna elettorale, come in questi giorni.

Il tutto in un’assenza totale di strategia politica di gestione degli arrivi, tanto a livello nazionale che continentale. L’Italia è ormai da decenni che è terra di arrivo – peraltro soprattutto di transito di persone che qui non si vogliono fermare – con numeri di persone che sarebbero perfettamente gestibili se si fosse costruito un sistema stabile di accoglienza finalizzato a rendere le persone giunte autonome, indipendenti, in grado di non pesare neanche sullo scarso welfare. Invece meglio cedere alle tentazioni autoritarie che nulla risolvono: rimpatri ineffettuabili, o quantomeno solo verso certi paesi e con costi enormi, centri di cosiddetta accoglienza sovraffollati e fonte di business spesso opachi, che diventavano parcheggi in cui si restava e si resta per anni, in attesa che procedure lente, difformi e poco capaci di intercettare i bisogni e i problemi di chi arriva, definiscano uno status giuridico e le conseguenti forme di protezione. Meglio spendere i soldi regalando motovedette ai miliziani libici e insegnando loro come si gestisce un lager, meglio tagliare orizzontalmente i fondi all’accoglienza, meglio evitare di affrontare in sede europea, in maniera continuativa l’idea di una gestione comune della questione. Un solo esempio, che da Lampedusa porta alla Sicilia, al Meridione italiano, fino alle isole dell’Egeo.

Nel 2015, era a maggio, si approvò un’Agenda europea delle migrazioni promuovendo “l’approccio hotspot”. In pratica la realizzazione di centri di smistamento in cui chi giungeva da paesi considerati in pessime condizioni (oltre il 75% di coloro che arrivavano da tali contesti ottenevano lo status di rifugiato o altra protezione) aveva garantito percorsi preferenziali di ricollocazione in Italia o in altri stati UE, chi non rispondeva a tali caratteristiche (giungeva da paesi considerati “sicuri”) doveva essere rimpatriato.

Entrambi i risultati non sono stati raggiunti: si dovevano ricollocare in due anni 60 mila persone si giunse a poche centinaia, si dovevano rimpatriare almeno 10 mila persone, si giunse ad un decimo.

E parliamo di periodi in cui in un anno in Italia giungevano almeno 15 mila persone al mese.

I dati del Viminale dimostrano che dal 1 gennaio al 31 agosto sono giunti in Italia 19379 persone, è questo il record di cui si parla? Il problema è che da Lampedusa i trasferimenti si fanno lentamente, che, nonostante il calo di presenze, molti centri di accoglienza in Italia hanno chiuso i battenti dopo i tagli imposti dagli inamovibili decreti Salvini e che si sia distrutto il sistema positivo dell’accoglienza diffusa in connessione con i Comuni che aveva ricevuto il plauso dall’UE.

Già l’Unione Europea, dopo gli accordi di Malta dello scorso anno e con l’alibi anche della pandemia, i progetti di ricollocazione che pure erano partiti, si sono pressoché interrotti. Manca comunque un approccio complessivo e a lungo termine dell’Unione che preveda canali di ingresso regolari, evacuazione dei contesti critici come la Libia, sostegno a paesi in forte crisi come Tunisia e Algeria. Ma in assenza di questo sono i numeri sopra elencati a doverci spaventare? Sono le minacce mai confermate di milioni di persone che non attendono altro che lasciare le proprie case e le proprie famiglie per venire a “far la pacchia” da noi, magari a 20 euro al giorno per 12 ore sotto il sole a raccogliere frutta e restando irregolari?

Il ragionamento in conclusione è semplice: o il governo italiano batte un colpo in tal senso, rimuovendo gli ostacoli costruiti in decenni di politiche fallimentari in materia e comprendendo come si potrebbe agire nel ventunesimo secolo; o l’UE si dota di strategie lungimiranti e capaci di coniugare cooperazione e accoglienza, o la semplice minaccia, l’allarme anche ingiustificato continueranno a portare consensi alle destre populiste, a quelle forme di nazionalismo liberista che non risolveranno alcun problema. Magari proveranno a richiudere qualche porto ma per chi vuole salvarsi la vita, anche quell’ostacolo, a caro prezzo, si supera.

Sbarrare il Mediterraneo è semplicemente impossibile, come è inutile provare a chiudere la porta di Lampedusa. 

Non capirlo significa condannarsi in futuro alla sconfitta.

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