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L’America Latina svolta a destra con la doppia fedeltà alla Dottrina Donroe e alla Via della Seta

di Alessandro
Scassellati

L’attuale spostamento politico a destra è un fenomeno globale. Le istituzioni statali e le forze politiche di centro e centro-sinistra tradizionali sono sotto pressione in tutto il mondo, semplicemente perché non sono riuscite a fornire le soluzioni richieste dagli elettori. Non c’è da stupirsi, quindi, che i populisti di destra stiano cercando di sfruttare la diffusa insoddisfazione degli elettori nei confronti dei partiti tradizionali per i propri scopi. In America Latina, populisti di estrema destra di diversi tipi sono in rapida ascesa, dopo aver sconfitto i candidati di sinistra in diverse elezioni presidenziali. Perché riscuotono tanto successo? Sono destinati a consolidare il loro potere? Quanto pesano i rapporti con USA e Cina?

L’America Latina attraversa una fase di profonda riconfigurazione dei propri equilibri politici e geopolitici, caratterizzata da un netto, pervasivo e strutturale spostamento verso destra. Candidati di destra e centro-destra hanno vinto dodici delle ultime sedici elezioni presidenziali (sette consecutive dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025), capitalizzando sulla stanchezza e debolezza della sinistra e sull’insicurezza diffusa, e guardando spesso con esplicita ammirazione all’approccio autoritario di Donald Trump. Una dinamica che, secondo il settimanale The Economist, “crea opportunità”, anche perché ha definitivamente ridimensionato l’influenza della cosiddetta “marea rosa” (pink tide), ovvero la lunga stagione di governi progressisti, socialdemocratici e nazional-popolari che aveva dominato lo scenario continentale nei primi due decenni degli anni Duemila, dopo che molti Paesi della regione avevano subito una repressione massiccia sotto dittature militari di destra tra gli anni ’60 e ’80. Le recenti elezioni hanno impresso un’accelerazione straordinaria a questa metamorfosi. In Perù, il tesissimo ballottaggio del 7 giugno si è concluso con l’affermazione di Keiko Fujimori; in Colombia, l’elezione di Abelardo De la Espriella ha sancito la fine dell’esperienza di Gustavo Petro.
Ma la regione rimane fortemente polarizzata, e le vittorie in Perù e Colombia sono state estremamente risicate (con scarti inferiori all’1%). Il fatto è che in molti Paesi dell’America Latina il centro politico è scomparso (i partiti e i candidati presidenziali di centro sono risultati in gran parte irrilevanti).
L’analisi complessiva del panorama latinoamericano rivela che la vittoria elettorale delle destre, per quanto pervasiva, poggia su fondamenta estremamente fragili. Probabilmente, come ha sottolineato Foreign Policy, per le destre vincere cavalcando il risentimento popolare e la paura della criminalità era la parte facile, quella difficile sarà governare. Le competizioni elettorali saranno sempre più aspre. Con l’inasprirsi degli schieramenti ideologici, sarà più difficile trovare e mantenere uno spazio di compromesso su questioni complesse di riforma istituzionale. Il rischio di violenza sociale e politica potrebbe aumentare. E il compito di individuare e mantenere una politica estera coerente, ancor più importante in un’epoca di intensa competizione geopolitica, si farà più complesso.
Il consolidamento della nuova tendenza conservatrice, libertaria e fortemente populista trova linfa vitale in un radicato e diffuso scontento popolare nei confronti dell’establishment politico uscente. La spinta al cambiamento è alimentata da una severa stagnazione economica post-pandemica, dall’estrema disuguaglianza sociale, da tassi di iperinflazione che polverizzano il potere d’acquisto dei cittadini, dalla mancanza dello stato di diritto e da una crisi della sicurezza pubblica e della violenza legata al narcotraffico transnazionale che ha ormai raggiunto livelli critici e senza precedenti storici.
Se il “populismo punitivo”, il lavoro informale e la crisi della sicurezza stanno ridisegnando gli equilibri del continente, la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) ha pubblicato un avviso di forte rallentamento economico per il resto del 2026, causato dalle restrizioni finanziarie globali e dalle crescenti tensioni geopolitiche internazionali. La Banca Mondiale ha ridotto le stime di crescita per l’America Latina e i Caraibi al 2,2% per il 2026. La debolezza della domanda interna e l’instabilità nei mercati energetici globali (pesantemente influenzati dal conflitto tra Stati Uniti e Iran in Medio Oriente) continuano a frenare lo sviluppo. Con un’inflazione globale persistente e mercati energetici instabili, le politiche di austerità fiscale e di tagli alla spesa pubblica rischiano di erodere rapidamente il consenso di quella classe media informale che ha decretato la vittoria delle destre. Il populismo punitivo può garantire un dividendo politico immediato in termini di popolarità, ma senza una redistribuzione della crescita o una reale stabilizzazione del potere d’acquisto, la luna di miele con l’elettorato rischia di essere drammaticamente breve, preparando il terreno per nuove e ancora più aspre ondate di violenza sociale e polarizzazione ideologica.
La vera novità di questa nuova ondata reazionaria risiede tuttavia nella complessa postura internazionale assunta dai suoi leader. La nuova destra latinoamericana si trova a navigare un inedito scenario di “doppia fedeltà”, muovendosi in un delicato equilibrio tra due superpotenze globali. Da un lato, l’asse valoriale, strategico e militare guarda fermamente verso la Washington di Donald Trump. La recente formulazione della Donroe Doctrine all’interno della National Security Strategy statunitense ha esplicitato un controllo territoriale e militare aggressivo nell’emisfero, culminato all’inizio dell’anno con la cattura forzata di Nicolás Maduro in Venezuela. Dall’altro lato, i nuovi governi dimostrano un ferreo pragmatismo economico nei confronti di Pechino. La Repubblica Popolare Cinese rimane il perno insostituibile per la stabilità finanziaria dell’area, controllando asset strategici cruciali come il nuovo megaporto di Chancay in Perù e gli investimenti vitali nel “Triangolo del Litio”.
Quest’analisi si propone di analizzare l’anatomia della svolta conservatrice, esplorando come le forze di destra siano riuscite a intercettare il voto dell’immenso esercito del lavoro informale e delle fragili classi medie terrorizzate dal declassamento. Attraverso la lente del nuovo bipolarismo globale, verrà esaminato l’ambizioso compromesso sudamericano: importare il “modello Bukele” e la cooperazione securitaria dagli Stati Uniti, mantenendo aperte le rotte commerciali della Via della Seta. Un equilibrio precario che affronterà il suo test definitivo il prossimo 4 ottobre, con le cruciali elezioni presidenziali in Brasile.

La geografia della nuova destra latinoamericana

La transizione politica del continente si sta compiendo attraverso una sequenza ravvicinata di elezioni chiave che hanno modificato la leadership di Stati strategici. Le nuove destre non si presentano come un blocco omogeneo, ma riflettono sfumature ideologiche che spaziano dall’anarco-capitalismo al nazionalismo conservatore.

  1. Il caso Perù: l’affermazione del fujimorismo 2.0

Il voto peruviano, insieme a quello colombiano, rappresenta lo snodo più recente di questo riallineamento continentale. Nel ballottaggio presidenziale svoltosi il 7 giugno 2026, Keiko Fujimori (51 anni), leader dello storico movimento conservatore Fuerza Popular, ha ottenuto un vantaggio decisivo (era al quarto tentativo presidenziale, dopo tre storiche sconfitte consecutive ai ballottaggi del 2011, 2016 e 2021), promettendo di ristabilire “ordine e speranza”.
Con il 99,8% delle schede elaborate dall’autorità elettorale (ONPE), Fujimori si è attestata al 50,12% dei consensi contro il 49,88% dello sfidante Roberto Sánchez, leader di una coalizione di sinistra (in parte divisa in moderati e radicali) che già sosteneva Pedro Castillo, il presidente che l’aveva sconfitta nel 2021 e che dal 2022 è in carcere per aver tentato un colpo di stato. Un margine strettissimo (meno di 50.000 voti su oltre 18 milioni di schede scrutinate) ma matematicamente incolmabile. Un risultato che fotografa un Paese spaccato a metà: il fujimorismo e l’anti-fujimorismo, che innesca le peggiori forme di classismo, razzismo e pregiudizio anti-provinciale incentrato su Lima, la metropoli che è la capitale del Paese.
Sánchez ha prima rifiutato il verdetto delle urne denunciando presunte irregolarità amministrative legate al voto dei residenti all’estero (il vantaggio di Fujimori tra gli elettori all’estero ha ribaltato l’esito del voto interno), e poi lo ha accettato. La vittoria di Keiko Fujimori è stata blindata e dichiarata ufficialmente come “improcrastinabile” dalle autorità  il 25 giugno dopo che il conteggio delle ultime schede rimaste dall’estero ha confermato il distacco incolmabile. Gli osservatori internazionali hanno certificato la regolarità del processo. La giuria elettorale nazionale peruviana dovrebbe annunciare ufficialmente il vincitore il 3 luglio, dopo settimane dedicate all’esame delle schede contestate. Aleggia comunque lo spettro di mobilitazioni di piazza e la polarizzazione geografica tra la costa urbana conservatrice e il sud rurale di sinistra. Si preannuncia un mandato complesso.
Fujimori, che assumerà l’incarico il 28 luglio 2026 per un mandato quinquennale (nono presidente in un decennio), diventerà la prima donna presidente nella storia del Perù, decretando il ritorno al potere della controversa dinastia politica fondata dal padre Alberto Fujimori negli anni ’90 e, quindi, riaprendo vecchie ferite nel Paese. Alberto Fujimori si guadagnò elogi per aver schiacciato i ribelli maoisti e domato l’iperinflazione, ma in seguito fu disonorato, esiliato e incarcerato per corruzione e crimini contro l’umanità commessi in nome della lotta al terrorismo. Nonostante una comprovata storia di corruzione e violazioni dei diritti umani, il fujimorismo non solo è ancora presente, ma sembra anche riuscire a gestire con successo le sfide intrinseche alla crisi politica peruviana.
Per governare, tuttavia, il fujimorismo 2.0 dovrà negoziare una complessa agenda legislativa con un Parlamento bicamerale storicamente frammentato, in cui il suo partito necessiterà di alleanze mirate con il centro-destra. Data la sua esperienza negoziale maturata nell’ultimo decennio e i rapporti che ha comunque mantenuto con il partito di estrema destra Rinnovamento Popolare di López Aliaga, è probabile che Fujimori riuscirà a costruire la coalizione necessaria per mantenere i suoi alleati nelle istituzioni che potrebbero vigilare sull’operato del governo, portare avanti la sua riforma del sistema giudiziario e bloccare qualsiasi iniziativa contraria ai suoi interessi.
La presidente eletta gode anche dell’appoggio delle associazioni imprenditoriali e delle forze armate e di polizia, che beneficiano delle sue garanzie di impunità per violazioni dei diritti umani passate e future. Se dovesse governare con scarsa popolarità e venisse scossa da proteste sociali, il suo passato suggerisce che ricorrerà alla repressione come principale strumento di governo, con il sostegno dei media mainstream. D’altra parte, a partire dal 28 giugno, il governo uscente ha ufficialmente prorogato lo stato di emergenza per altri 60 giorni nella provincia di Lima Metropolitana e nella provincia del Callao, nel tentativo di contrastare l’alto tasso di criminalità e l’insicurezza interna in un clima politico teso.
Il fujimorismo 2.0, in definitiva, rappresenta potenzialmente la minaccia più organizzata e potente alla democrazia del Paese. Sebbene lo spazio istituzionale si sia ristretto, l’opposizione può ancora porre il veto alle riforme costituzionali e organizzarsi per influenzare le nomine chiave, come quelle alla Corte Costituzionale o al Difensore civico, che richiedono una maggioranza di due terzi al Senato.

  1. Gli altri pilastri continentali della destra

Al di là delle specificità del fujimorismo 2.0, la nuova ondata reazionaria latinoamericana si sta consolidando attraverso la spinta di leader altrettanto determinati a scardinare l’eredità delle sinistre locali:

    • Colombia: le elezioni presidenziali di giugno 2026 hanno sancito la fine dell’esperienza progressista di Gustavo Petro. La vittoria è andata all’avvocato e imprenditore anti-establishment di estrema destra con legami con gruppi paramilitari, Abelardo De la Espriella (noto come El Tigre), alla guida del partito (appena nato) “Difensori della Patria’. Ha superato di 200 mila voti (meno di un punto percentuale su un totale di oltre 26 milioni di votanti) il candidato della sinistra, Iván Cepeda Castro, che ha ammesso la sconfitta per senso di “responsabilità democratica”, ponendo fine alle tensioni istituzionali post-voto ed evitando le mobilitazioni di piazza. De la Espriella verrà insediato il 7 agosto e avrà una scarsa rappresentanza parlamentare (4 seggi su 108 al Senato), e anche se ha promesso di governare tramite decreti d’emergenza, dipenderà dal sostegno della destra tradizionale (non a caso ha nominato l’ex deputato Rodrigo Lara, figlio di un ministro della Giustizia assassinato da Pablo Escobar, come ministro dell’Interno, con il compito di gestire i rapporti del governo con le fazioni centriste e di destra – con partiti come il Centro Democratico e Cambiamento Radicale – in un Parlamento profondamente diviso). Il suo vice è José Manuel Restrepo, un ex ministro delle finanze e del commercio, formatosi alla London School of Economics, ed ex rettore dell’Università del Rosario. De la Espreilla ha annunciato che Miguel Gómez Martínez, un membro qualificato dell’establishment politico-finanziario-accademico, ricoprirà la carica di Ministro delle Finanze, con il compito di affrontare il crescente deficit di bilancio e al contempo attuare la promessa di tagli fiscali. Ex deputato del Partito Sociale di Unità Nazionale di centro-destra, fratello del senatore eletto Enrique Gómez, figlio dell’ex senatore Enrique, nipote dell’ex presidente conservatore Laureano Gómez e ambasciatore a Parigi durante i primi quattro anni del mandato del presidente Álvaro Uribe Vélez, il 65enne originario di Bogotà è stato rettore dell’Università Sergio Arboleda, dove De la Espriella ha studiato legge e che suo zio Álvaro Gómez ha fondato nell’ambito di un progetto educativo dalle chiare radici conservatrici. Eredita uno Stato con un deficit crescente (intorno al 5,3%) e un debito totale pari al 60,6% del PIL previsto per quest’anno. A ciò si aggiungono un’impennata inflazionistica, con aumenti dei prezzi che si avvicinano al doppio dell’obiettivo del 3%. Ridurre la spesa pubblica sarà difficile quando oltre il 90% di essa è tutelato da meccanismi legali e costituzionali. Il partito di sinistra Patto Storico detiene più seggi di qualsiasi altro in entrambe le camere legislative, sebbene nessun partito abbia la maggioranza. La piattaforma programmatica di De la Espriella coniuga la dottrina della tolleranza zero contro i gruppi paramilitari e i cartelli della droga (che controllano circa il 40% delle aree rurali della Colombia), insieme a un netto rifiuto delle agende ecologiste e di transizione green proposte da Petro. Vuole un riallineamento con Stati Uniti ed Israele. È stato in grado di cogliere il clima politico all’interno di ampi settori che erano stati strenui nemici del processo di pacificazione e si opponevano alle politiche di cambiamento proposte dal presidente Petro. Alcuni di questi settori – classi medie, piccola borghesia e i principali gruppi di potere economico – si sono sentiti vittime delle sue politiche di cambiamento e riforme (come quelle agraria, di pensioni, lavoro e sanità). C’è il forte sospetto che, nonostante abbia promesso un approccio intransigente alla criminalità, De la Espriella sia stato finanziato, sostenuto e aiutato da gruppi mafiosi, oltre che dal governo degli Stati Uniti (è anche cittadino degli USA e dell’Italia). La destra ha continuato ad alimentare la narrazione secondo cui altri quattro anni di governo di sinistra avrebbero portato a un ulteriore deterioramento della sicurezza, strumentalizzando lo spettro del narcoterrorismo degli anni ’90 per sostenere la necessità di tornare a una linea dura contro la criminalità e abbandonare qualsiasi tentativo di pace negoziale. Con slogan come “La pace non si negozia, si impone” o “Non si negozia con i criminali!“, De la Espriella ha dichiarato che avrebbe attuato quella che lui chiama una Pax Romana, con proposte dalle chiare connotazioni populiste, la cui attuazione è molto difficile o addirittura illegale, ma che evidentemente hanno riscosso un discreto successo presso una parte significativa dell’elettorato. Prevede la costruzione di nuove prigioni di massima sicurezza, l’avvio di attacchi militari nei territori controllati dai gruppi criminali, presumibilmente con il supporto degli Stati Uniti, e lo sterminio dei criminali come se siano “scarafaggi e topi”.
    • Argentina: dalla fine del 2023, il presidente libertario e anarco-capitalista Javier Milei porta avanti l’esperimento economico più radicale dell’area. Il suo programma si fonda sulla deregolamentazione totale dei mercati, l’eliminazione dei sussidi statali, la privatizzazione delle imprese pubbliche e un taglio drastico della spesa centrale, mirando a smantellare l’architettura assistenziale del peronismo (la destra sociale nazional-popolare tradizionale). Dopo due anni di mandato, in un contesto di crollo dei redditi, paralisi dei consumi, scandali per corruzione (con le dimissioni del capo di gabinetto) e un debito estero lordo totale che ha raggiunto il massimo storico a circa 321,8 miliardi di dollari (di cui circa il 55% del totale è in capo al governo e con 84,5 miliardi con scadenze inferiori o uguali ad un anno; con il governo che spende per il servizio del debito una cifra nettamente superiore – 8,47% contro il 5,02% – a quella destinata all’intero sistema educativo nazionale), il fatto che il governo mantenga un indice di gradimento tra il 30% e il 40%, dopo essere partito con un sostegno vicino al 50%, testimonia la sua resilienza. Milei rappresenta il culmine di quindici anni di costruzione della destra di fronte a un campo progressista esausto. La sua ascesa dipende non solo dalla sua forza personale, ma anche dalla debolezza strategica del suo avversario. La base sociale della destra è uscita dalla debacle di Mauricio Macri (con il suo partito di centro-destra Propuesta Republicana – PRO, attuale alleato di Milei) più radicalizzata. La base populista kirchnerista è entrata in una fase di demoralizzazione e confusione. Per tutte queste ragioni, l’estrema destra di Milei va intesa come un fenomeno organico e non come un incidente di percorso. Il basso livello di conflitto sociale sta influenzando le ipotesi su come potrebbe finire il governo di Milei. Un’eventuale sconfitta elettorale di Milei nel 2027 aprirebbe una nuova fase politica, ma non chiuderebbe di per sé il periodo reazionario. Le condizioni che lo hanno generato continuerebbero a persistere: l’ala di destra formatasi dal 2008, l’attenuarsi del conflitto sociale e l’atmosfera di pragmatismo ereditata sia dai fallimenti progressisti che dal radicalismo di destra.
    • El Salvador: il presidente Nayib Bukele ha blindato il controllo del Paese tramite una schiacciante rielezione. Il suo modello di sicurezza — un “populismo punitivo” imperniato sulla sospensione prolungata di alcune garanzie costituzionali, arresti di massa e la costruzione di penitenziari di massima sicurezza (oltre 75.000 salvadoregni sono stati incarcerati, molti senza processo) — è divenuto un paradigma politico emulato in tutto il Sudamerica (il cosiddetto “modello Bukele”), anche se le sue riforme carcerarie radicali stanno incontrando una fortissima resistenza da parte dei tribunali e delle istituzioni democratiche locali. Bukele è stato rieletto nel 2024 perché ha mantenuto la promessa di ridurre drasticamente la violenza delle bande criminali. E sta pensando ad un terzo mandato dato che una sua ricandidatura è possibile dopo che il Congresso, controllato dal suo movimento politico, ha emendato la Costituzione per consentire la rielezione a tempo indeterminato.
    • Honduras: il voto all’inizio del 2026 ha interrotto il mandato della sinistra di Xiomara Castro, portando alla presidenza il conservatore Nasry Asfura (insediatosi il 27 gennaio 2026), promotore di politiche di austerità fiscale e incentivi per i capitali privati. La sua vittoria, ottenuta con un margine strettissimo (meno di 30.000 voti di scarto) sul candidato di centro-destra Salvador Nasralla, ha beneficiato del forte sostegno politico del presidente statunitense Donald Trump in un clima segnato da forti contestazioni e accuse di brogli. Fin dai primi giorni del suo mandato, l’ex sindaco della capitale ha puntato sulla deregolamentazione economica, sul rilancio delle infrastrutture e sul taglio delle spese per attirare investitori stranieri. L’esecutivo si trova ad affrontare la gestione dell’ordine pubblico contro il crimine organizzato tra i forti dibattiti legati alla riforma della Polizia Nazionale, in un Paese in cui oltre la metà della popolazione vive ancora in condizioni di povertà.
    • Costa Rica: ha attualmente un governo orientato a destra, guidato dalla presidente Laura Fernández Delgado, entrata in carica l’8 maggio. L’esecutivo si inserisce nel solco della destra populista e conservatrice con forti toni anti-establishment, continuando la linea politica del precedente presidente Rodrigo Chaves Robles, neoliberista in ambito economico e conservatore sul piano sociale. La priorità assoluta dell’esecutivo è il contrasto al narcotraffico e alla criminalità organizzata, con promesse di riforme radicali e un forte inasprimento delle leggi sulla sicurezza sul modello di altri Paesi della regione. Mentre durante la campagna elettorale veniva costruito un mega-carcere in stile Bukele – con il presidente salvadoregno che ha persino visitato il cantiere – da quando è entrata in carica ha varato una serie di provvedimenti che includono la fine dell'”ozio nelle carceri” e la proposta che i detenuti non abbiano diritto al tempo libero e lavorino per il proprio mantenimento, un’idea simile a quella avanzata da Fujimori durante la sua campagna: che i prigionieri debbano lavorare per guadagnarsi da vivere. Il governo mantiene un asse strettissimo con gli Stati Uniti e adotta una linea di forte contrapposizione ideologica verso i governi di sinistra dell’America Latina.
    • Cile, Bolivia ed Ecuador: le tornate elettorali del 2025 hanno eroso lo spazio della sinistra moderata e radicale. In Cile, alle elezioni presidenziali di marzo si è registrata la vittoria della destra identitaria di José Antonio Kast che condivide caratteristiche fondamentali con l’estrema destra internazionale e rappresenta una sfida strategica per le forze popolari. Kast, che sta attuando tagli all’istruzione e al welfare, concedendo al contempo sgravi fiscali alle imprese, parla apertamente della dittatura militare cilena del generale Augusto Pinochet (1973-1990) come di un evento positivo. Il Congresso ha approvato una legge che prevede che i crimini commessi da agenti di polizia e militari vengano processati dai tribunali militari anziché da quelli civili. Kast promuove misure come l’eliminazione del linguaggio inclusivo nei servizi pubblici e la creazione di un registro dei reati minori per imporre sanzioni – come la revoca dei sussidi abitativi o della patente di guida – per comportamenti come bere alcolici per strada o abbandonare rifiuti senza autorizzazione comunale. Mentre la disoccupazione è salita al 9,4%, il dato più alto degli ultimi cinque anni, Kast vuole modificare anche la legge sulla settimana lavorativa di 40 ore e rendere più flessibili i contratti di lavoro a turni. Comunque, Kast è già stato messo alle strette dalla frammentazione del suo partito e dall’opinione pubblica. In Bolivia la vittoria del conservatore Rodrigo Paz Pereira (insediatosi l’8 novembre 2025) ha interrotto vent’anni di egemonia del Movimiento al Socialismo (MAS) guidato da Evo Morales (ora latitante in attesa di giudizio per presunto traffico di minori, accusa che lui nega), scatenando dure reazioni sindacali e blocchi stradali di coltivatori di coca e gruppi indigeni (aymara) che chiedono a Paz di abbandonare le riforme economiche neoliberiste e di dimettersi. Paz ha decretato lo stato di emergenza nazionale per 90 giorni. Inoltre, il governo ha deciso di adottare un sistema di cambio flessibile, svalutando di fatto la valuta e ponendo fine al legame con il dollaro durato 15 anni, in un importante cambio di politica volto a ripristinare la stabilità economica dopo aver registrato una svalutazione immediata del 40%. Il presidente ha aperto formalmente i negoziati di emergenza con il Fondo Monetario Internazionale per evitare il collasso finanziario, spezzando un tabù politico che durava dall’era di Evo Morales. In Ecuador, il consolidamento della destra è stato sancito dalla netta riconferma del presidente di centro-destra Daniel Noboa, il quale ha sconfitto nuovamente la sinistra correista grazie a una piattaforma incentrata sulla militarizzazione delle strade, sulla lotta senza quartiere ai cartelli del narcotraffico e su una stretta alleanza strategica con gli Stati Uniti. Nonostante la militarizzazione delle carceri e le ripetute dichiarazioni dello stato di emergenza, per ora non è riuscito a fermare la spirale di violenza.
    • Repubblica Dominicana e Haiti: la prima ha un governo di centro-destra (neoliberista e anti-immigrazione), mentre la vicina Haiti non ha un governo politicamente schierato a causa di una gravissima crisi istituzionale (il Paese è attualmente guidato da un esecutivo tecnico di transizione focalizzato unicamente sulla sicurezza nazionale e sull’emergenza umanitaria). 
    • Paraguay: il governo è stabilmente di destra, guidato dal presidente Santiago Peña, entrato in carica il 15 agosto 2023. Peña appartiene al Partido Colorado, una forza politica conservatrice e nazionalista che domina la vita politica del Paese da oltre settant’anni e opera quasi come un “partito-Stato”. Le linee guida dell’esecutivo riflettono un’agenda marcatamente di centro-destra e destra conservatrice: politica economica neoliberista, conservatorismo sociale, politica estera molto vicina agli Stati Uniti e a Israele. È uno dei pochissimi Paesi al mondo, l’unico in Sud America, a mantenere relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan anziché con la Repubblica Popolare Cinese. 

Le cause strutturali dello spostamento a destra

L’analisi politica evidenzia come l’avanzata delle destre non risponda esclusivamente a un’adesione ideologica, ma configuri un diffuso “voto di punizione” (voto castigo) contro l’establishment uscente, percepito come corrotto, distante e strutturalmente impotente.

  1. La crisi della sicurezza e l’ascesa del narcotraffico. L’espansione transnazionale delle organizzazioni criminali e l’incremento esponenziale degli omicidi urbani (con un tasso medio di omicidi di 17,6 ogni 100.000 abitanti, secondo Insight Crime) hanno mutato le priorità degli elettori. La domanda pubblica si è focalizzata sulla richiesta di ordine e autorità, rendendo la retorica populista della sicurezza e il “modello Bukele” estremamente popolari in contesti afflitti dalla micro (furti, estorsioni ed omicidi) e macro-criminalità.
  2. La crisi del costo della vita. I governi progressisti della seconda “marea rosa” non sono riusciti a stabilizzare le economie post-pandemiche. La combinazione di bassa crescita del PIL, debito estero e inflazione galoppante ha vanificato le promesse di redistribuzione della ricchezza e di giustizia sociale, alienando il voto delle classi medie e popolari.
  3. Il collasso dei modelli socialisti come deterrente. La crisi venezuelana ha esercitato una profonda influenza psicologica e politica sull’elettorato continentale. Il collasso economico del Paese caraibico e l’esodo di quasi 8 milioni di profughi in tutto il continente hanno indebolito la credibilità della sinistra radicale. La vicenda venezuelana viene usata dalle destre del continente come monito contro le politiche stataliste.

La frammentazione interna delle forze conservatrici

La nuova destra latinoamericana rifiuta le vecchie categorie della destra tradizionale oligarchica o militare del Novecento. È anche molto diversa dalla destra dei primi anni 2000 – con Sebastián Piñera (Cile), Vicente Fox (Messico), Pedro Pablo Kuczynski (Perù) – che era più liberale, concentrata sull’economia e sul libero mercato, rispettava la democrazia e non si curava di questioni come il femminismo, l’aborto o i diritti LGBT. La nuova destra continua a sfuggire a una definizione univoca a causa della sua natura eterogenea e in continua evoluzione. Ha compreso che la sola gestione economica in salsa neoliberista non basta a fermare il progressismo, quindi ora sta riproponendo la retorica della Guerra Fredda, con l’anticomunismo, l’idea che il progressismo debba essere punito, che sia il nemico.
Possiamo dire che si struttura in tre macro-correnti concorrenti o complementari che insieme rappresentano una reale minaccia autoritaria, pronta a erodere le libertà democratiche, i diritti sociali conquistati nel XX secolo e nel primo decennio del XXI, e persino l’incolumità fisica dell’opposizione politica.
I libertari neoliberali, identificabili nella figura di Javier Milei, pongono al centro l’individuo e il libero mercato. La loro missione è lo smantellamento dello Stato sociale, ritenuto inefficiente e oppressivo, promuovendo la privatizzazione dei beni pubblici e l’eliminazione delle barriere doganali.
I populisti della sicurezza, concentrati sul controllo territoriale, vedono in Nayib Bukele il leader carismatico di riferimento. Questa corrente privilegia la militarizzazione della pubblica sicurezza, il potenziamento dei poteri di polizia e la sospensione temporanea dei diritti civili pur di neutralizzare le minacce interne.
I conservatori nazionalisti, radicati nei settori produttivi agroindustriali, nelle forze armate e nelle influenti chiese evangeliche e cattoliche (forze che hanno sostenuto apertamente Abelardo de la Espriella o Keiko Fujimori), difendono i valori etici tradizionali, osteggiano le agende globali sui diritti civili, la parità di genere e la transizione ecologica, promuovendo un protezionismo economico selettivo.
Si tratta di un movimento di destra in cui le guerre per la sicurezza e culturali sono le più importanti, con l’eccezione di Milei, che è molto favorevole al libero mercato e dà priorità all’economia. È una destra poco o per nulla liberale; attacca i diritti delle minoranze e in generale ha un rapporto precario con la democrazia.

Composizione di classe, trasformazioni sociali e svolta a destra

Per comprendere appieno l’avanzata delle destre in America Latina non si può prescindere da una radiografia della struttura sociale del continente. La sociologia politica evidenzia come la base elettorale dei leader conservatori e libertari non sia più limitata alle storiche élite economiche o alla borghesia urbana, ma si sia estesa capillarmente all’interno di una composizione di classe radicalmente mutata rispetto al primo decennio del Duemila.

  1. L’esercito del lavoro informale e l’attrattiva del libertarismo

Uno dei motori principali del cambiamento è l’esponenziale crescita del settore economico informale, che in molti Paesi della regione (come Perù, Bolivia, Colombia e Guatemala) oscilla tra il 50% e il 70% della forza lavoro totale (è intorno al 27% in Cile e Uruguay) — composto da commercianti ambulanti, autisti di microbus e di piattaforme di gig economy, piccoli artigiani e micro-imprenditori, lavoratori dei servizi domestici, dell’edilizia e dell’agricoltura — vive totalmente al di fuori delle tutele statali. Di conseguenza, percepisce la burocrazia pubblica e il sistema fiscale non come una rete di protezione (promossa dalla sinistra), ma come un parassita che drena risorse senza offrire servizi efficienti (mentre chiede licenze costose o si manifesta con la polizia che sequestra merci e mezzi nelle strade).
Per questa classe sociale, lo Stato non è mai stato un fornitore di welfare o di altri servizi, ma un ente puramente esattivo. Di conseguenza una retorica anarco-capitalista o di deregolamentazione radicale – esemplificata da Javier Milei e la sua famosa “motosega” – trova un terreno fertile in questa classe sociale. Una delle proposte più importanti, ambiziose e impegnative del presidente eletto colombiano De la Espriella prevede una riduzione del 40% della burocrazia statale, che comporterebbe l’eliminazione dei contratti di circa 700.000 dipendenti pubblici. Il concetto di “imprenditore di sé stesso” e lo slogan dell’autodeterminazione economica (che esalta una mentalità individualista e competitiva) risuonano con forza tra chi sopravvive grazie al proprio sforzo quotidiano, trasformando il proletariato e sottoproletariato informale, in particolare il “proletariato algoritmico” o dei “finti autonomi” (composto prevalentemente da giovani e migranti), in un inaspettato bastione del neoliberismo. La protezione dei propri piccoli guadagni quotidiani diventa la priorità assoluta, spingendo questo elettorato a chiedere meno tasse, meno burocrazia e, soprattutto, ordine assoluto nelle strade. I lavoratori delle piattaforme, ad esempio, sono le prime vittime della criminalità urbana e delle estorsioni dei cartelli nelle periferie. Lavorando in strada, l’ordine pubblico è per loro una necessità materiale di sopravvivenza. Il “populismo punitivo” della nuova destra (“modello Bukele”) risponde direttamente al loro bisogno di protezione per poter lavorare senza rischiare la vita o il furto del proprio strumento di lavoro (la moto o l’auto). Questo fenomeno spiega perché le destre radicali siano riuscite a penetrare profondamente nelle periferie urbane, storicamente sedi di consenso per la sinistra. Nel 2026, la classe media informale e il sottoproletariato digitale non cercano più la redistribuzione della ricchezza statale, ma chiedono meno tasse per fare economia e più polizia per circolare.

  1. Il terrore del declassamento della nuova piccola borghesia

In tutta l’America Latina, i cicli elettorali hanno ripetutamente dimostrato che il progresso sociale non produce necessariamente una fedeltà politica duratura. I governi della prima “marea rosa” avevano basato il proprio consenso sull’uscita dalla povertà estrema di milioni di persone attraverso l’istruzione e le politiche sociali di welfare. Tuttavia, le nuove classi medie non si sono consolidate in strutture industriali ed economiche stabili, rimanendo vulnerabili e precarie. Di fronte alla stagnazione economica degli anni Venti e all’impennata dell’inflazione, queste fragili piccole borghesie hanno sviluppato un profondo risentimento verso le politiche assistenziali della sinistra, accusate di finanziare i sussidi statali a spese dei contribuenti attraverso l’emissione monetaria e le tasse. In Colombia, i nuovi dati forniti dal DANE (l’agenzia nazionale di statistica colombiana) mostrano che il tasso di povertà nazionale è sceso al 28% nel 2025, il livello più basso mai registrato. Quasi 1,8 milioni di colombiani sono usciti dalla povertà in un solo anno, mentre anche la povertà estrema e la disuguaglianza di reddito hanno subito una contrazione. Però, l’aumento storico del salario minimo durante l’amministrazione Petro, in particolare nel 2026, è stato interpretato da ampi settori delle classi medie urbane come un attacco diretto al settore imprenditoriale e all’iniziativa privata. E la campagna di destra ha saputo sfruttare abilmente questa paura.
Se sul piano economico l’informalità nel mercato del lavoro spinge verso il liberismo, sul piano della sicurezza genera una domanda incessante di autoritarismo. Queste fragili classi medie avvertono una forte minaccia esistenziale per la propria proprietà privata e la propria incolumità a causa della criminalità dilagante. La promessa della destra di difendere la proprietà e applicare il “pugno di ferro” della linea politica “legge e ordine” risponde direttamente alla paura di queste fasce sociali di essere depredate dalle organizzazioni criminali e di scivolare nuovamente nella povertà da cui erano faticosamente emerse.
In questo contesto, il “modello Bukele” — basato sulla sospensione delle garanzie costituzionali, carcerazioni di massa e militarizzazione del territorio — è diventato il principale manifesto politico delle destre continentali. Il populismo punitivo risponde a un bisogno psicologico e materiale di protezione immediata. Tuttavia, la natura risicata delle vittorie elettorali (con margini inferiori all’1%) significa che i nuovi governi si trovano a dover implementare riforme penali draconiane e modifiche costituzionali senza disporre di solide maggioranze parlamentari, accentuando il rischio di una grave paralisi legislativa o di una deriva verso lo scontro frontale con i poteri giudiziari locali.

  1. La transizione religiosa e la penetrazione nelle periferie

La composizione di classe in America Latina è strettamente intrecciata con i mutamenti demografici (grande aumento della popolazione in età giovanile), sociali (migrazioni dalle aree rurali a quelle urbane) e confessionali.
La retorica anti-establishment e l’efficace utilizzo dei social media consentono ai nuovi leader della destra di presentarsi come underdog alternativi alle élite globaliste, intercettando il voto delle fasce demografiche più giovani (Generazione Z), slegate dalle vecchie appartenenze di partito. In Uruguay, ad esempio, con la morte di “Pepe” Mujica, il Frente Amplio si è ritrovato senza comunicatori efficaci e le sue figure di spicco non godono di una forte presenza sulle piattaforme social più utilizzate dalle giovani generazioni. Allo stesso tempo, una parte della destra uruguaiana sta iniziando a imitare tattiche di estrema destra che si sono dimostrate efficaci in altri Paesi, tra cui i vicini Brasile e Argentina: retorica denigratoria e violenta, esagerazione di incidenti di poco conto e semplificazioni eccessive di problemi complessi. È un terreno di gioco fangoso in cui nessuno può entrare senza sporcarsi le mani, ma che si rivela estremamente efficace nel dettare l’agenda e distruggere l’immagine delle persone senza richiedere una valutazione razionale dei loro meriti e difetti.
Negli ultimi anni si è assistito a un parziale arretramento del cattolicesimo tradizionale e della “teologia della liberazione” a favore dell’esplosione delle chiese evangeliche e neopentecostali nei quartieri più poveri e dimenticati dallo Stato. I culti neopentecostali promuovono attivamente la “teologia della prosperità”, un’etica che premia il successo individuale, il risparmio, il lavoro e l’intraprendenza personale, sposandosi perfettamente con il capitalismo di mercato e il neoliberismo.
Nelle periferie urbane e metropolitane dominate dai cartelli della droga, le chiese evangeliche offrono l’unica struttura di ordine, disciplina, inclusione, coesione sociale e solidarietà familiare. Questo blocco sociale, un tempo bacino elettorale della sinistra populista, oggi si muove compatto verso leader di destra (come dimostrano l’ascesa di Flávio Bolsonaro in Brasile o l’appoggio storico a Keiko Fujimori in Perù) che difendono i valori morali tradizionali e promettono la distruzione delle organizzazioni criminali che minacciano la vita quotidiana delle comunità.

La resistenza del blocco progressista

Nonostante la forte spinta conservatrice, l’asse progressista mantiene il controllo di territori densamente popolati ed economicamente cruciali per il PIL dell’area. La sinistra sopravvive dividendo la propria azione in tre differenti declinazioni politiche:

  1. La sinistra pragmatica e i giganti economici

Il baricentro economico della sinistra poggia su Messico e Brasile. In Messico, Claudia Sheinbaum (eletta nel 2024 per il partito Morena), rimane molto popolare (con un indice di gradimento che si aggira intorno al 70%) e prosegue l’agenda del predecessore Andrés Manuel López Obrador, coniugando sovranismo energetico, investimenti infrastrutturali statali e programmi di welfare universale. Il movimento al governo si descrive sempre più spesso attraverso il concetto di “umanesimo messicano”. Sebbene le sue politiche condividano molti obiettivi con i governi progressisti di altri paesi, il linguaggio utilizzato è notevolmente diverso. L’umanesimo messicano pone l’accento sulla dignità, la comunità, la solidarietà e la cultura nazionale piuttosto che sull’affiliazione ideologica. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva presiede un governo di coalizione ampio che tenta di bilanciare la responsabilità fiscale richiesta dai mercati con ambiziosi piani di riduzione della povertà e la difesa ecologica del bacino amazzonico.

  1. La sinistra democratica e riformista

In questa area si collocano esperienze socialdemocratiche estranee al populismo, focalizzate sul rafforzamento delle istituzioni liberali. L’Uruguay è tornato a guida progressista nel marzo 2025 con l’elezione di Yamandú Orsi per la coalizione del Frente Amplio. Il programma di governo del Frente Amplio , da sempre elaborato in modo collaborativo da migliaia di attivisti, si riassumeva in 48 priorità su cui pochi potevano dissentire. Orsi lo sintetizzava come “la rivoluzione delle cose semplici”: crescita “con inclusione e benessere”, creazione di posti di lavoro, maggiore sicurezza, maggiori trasferimenti ai settori vulnerabili, salari e pensioni più alti e un solido sistema di assistenza, soprattutto per madri e padri a basso reddito. A più di un anno dall’insediamento, il governo di Orsi si trova ad affrontare un malessere che combina aspettative deluse, critiche dalla sinistra, difficoltà nell’influenzare l’agenda pubblica e una crescente disaffezione democratica. Il governo ha  deciso di utilizzare veicoli militari blindati donati dagli Stati Uniti per combattere la criminalità. Un provvedimento che ha innescato un acceso dibattito politico interno, destabilizzando sia il partito al governo che l’opposizione. L’Uruguay è uno dei pochi Paesi dell’America Latina in cui le Forze Armate sono rimaste praticamente estranee alla sicurezza interna sin dal ritorno alla democrazia nel 1985. La separazione tra difesa nazionale e ordine pubblico è diventata uno dei punti di maggiore consenso nella transizione successiva all’ultima dittatura civico-militare. Negli ultimi anni, le organizzazioni internazionali di narcotraffico hanno utilizzato il porto di Montevideo come piattaforma logistica per spedire cocaina in Europa e l’Uruguay come centro per il riciclaggio di denaro. Allo stesso tempo, il micro-traffico locale si è radicato in decine di quartieri periferici della capitale, Montevideo, dove piccoli gruppi familiari si contendono il territorio per lo spaccio di “pasta base”, il nome locale della cocaina a bassa purezza. Per mantenere il controllo delle aree in cui operano, queste bande ricorrono costantemente alla violenza, con conseguenti scontri armati e omicidi legati a regolamenti di conti. Entrambi questi fenomeni hanno portato a un aumento costante della popolazione carceraria, che attualmente si aggira intorno alle 16.000 persone, collocando l’Uruguay tra i 15 Paesi con i più alti tassi di incarcerazione ogni 100.000 abitanti al mondo. Anche il tasso di omicidi è il doppio della media globale, sebbene sia inferiore alla media dell’America Latina, la regione più violenta al mondo. In questo contesto, la sicurezza pubblica è diventata il fulcro della disputa politica. La sua gestione è oggetto di costante dibattito tra il partito di governo, il Frente Amplio, e la coalizione di opposizione formata dal Partido Nacional e dal più conservatore Partido Colorado.
In Guatemala, il presidente Bernardo Arévalo guida dal 2024 un esecutivo di centro-sinistra la cui priorità assoluta è lo smantellamento delle reti di corruzione all’interno degli apparati statali. Tuttavia, questa azione riformatrice deve fare i conti con la feroce opposizione della Procura Generale e di settori giudiziari legati alla vecchia classe politica, che cercano sistematicamente di ostacolare l’agenda governativa. Nonostante le costanti tensioni istituzionali, l’amministrazione Arévalo è riuscita a mantenere un forte sostegno internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che vedono nel suo mandato un baluardo cruciale per la tenuta democratica della regione.

  1. La sinistra autoritaria e i regimi tradizionali

Permangono le dittature storiche della regione, caratterizzate dal monopolio del partito unico o dall’iper-centralizzazione del potere. Cuba prosegue sotto la dirigenza del Partito Comunista guidato da Miguel Díaz-Canel, affrontando una crisi sistemica di approvvigionamento (di petrolio, gas, cibo ed elettricità) a seguito dell’inasprimento dell’embargo statunitense. Gli Stati Uniti hanno a lungo fatto ricorso alla coercizione per produrre cambiamenti politici a Cuba, ma ben poco è paragonabile alla campagna attuale. Con i cubani che soffrono enormi difficoltà, lo stallo non può protrarsi all’infinito. La migliore strategia per L’Avana è quella di perseguire riforme significative (per introdurre un settore di economia di mercato), facendo al contempo comprendere a Washington i pericoli di un intervento militare (si veda il nostro articolo qui). il Parlamento ha approvato un programma di riforme storiche in 176 punti. Viene progressivamente eliminata la Libreta (la tessera annonaria per il cibo introdotta oltre mezzo secolo fa) a favore di sussidi mirati solo alle fasce vulnerabili, avviando un forte decentramento delle imprese statali. Il World Food Programme dell’ONU ha approvato a stragrande maggioranza un piano straordinario di aiuti alimentari per Cuba, nel tentativo di alleviare la gravissima crisi dell’isola. La delibera rappresenta una netta sconfitta politica per gli Stati Uniti, il cui voto contrario (sostenuto solo dal Marocco) è stato ignorato anche dagli storici alleati europei.
Il Nicaragua vede il consolidamento del regime autoritario e dinastico di Daniel Ortega e Rosario Murillo sotto la bandiera del Fronte Sandinista. La stretta autoritaria si è tradotta nella sistematica messa al bando di centinaia di organizzazioni non governative, partiti di opposizione e media indipendenti, costringendo all’esilio attivisti, giornalisti e membri del clero cattolico. Al contempo, la concentrazione del potere nelle mani della coppia presidenziale ha isolato il Paese sul piano internazionale, spingendo Managua a stringere legami economici e strategici sempre più saldi con alleati extra-regionali come la Cina e la Russia.

Il mutamento degli assi geopolitici e il “fattore Trump”

L’evoluzione politica dell’America Latina è strettamente interconnessa con le dinamiche della politica interna degli Stati Uniti. L’ascesa dei leader conservatori sudamericani riflette una forte sintonia ideologica e strategica con la presidenza di Donald Trump a Washington.
Questo asse panamericano si esprime in una cooperazione bilaterale incentrata sul contrasto ai flussi migratori clandestini verso il Nord America e sull’avvio di operazioni di intelligence congiunte contro le reti del narcotraffico che si traducono in bombardamenti mirati contro i cartelli della droga in Ecuador e decine di imbarcazioni (pescherecci e piccoli motoscafi, uccidendo oltre 210 uomini) sia nell’Atlantico caraibico sia nel Pacifico orientale (tuttavia, non sono state fornite prove definitive che le imbarcazioni prese di mira fossero coinvolte nel traffico di droga, scatenando un acceso dibattito anche in sede ONU sulla legalità delle operazioni), nonché in pressioni su Messico e Guatemala per consentire l’ingresso delle truppe statunitensi. Per ora si parla di intensificare la cooperazione militare statunitense, che comprende l’accesso ad attrezzature, addestramento ed esperti per supportare le operazioni guatemalteche contro il narcotraffico. Il Pentagono sta facendo pressione sull’Honduras affinché accetti un’azione militare congiunta. Secondo le autorità statunitensi, il 90% della cocaina che arriva negli Stati Uniti transita attraverso l’America Centrale e il Messico a bordo di camion, aerei, navi e sottomarini.
In Colombia, dal lancio del Plan Colombia nel 2000, il Paese ha occupato una posizione singolare nella regione. Alleato incrollabile di Washington, si è lasciato coinvolgere nella “guerra alla droga” e nei conflitti di guerriglia. Si è inoltre affermato come contrappeso ai governi di sinistra emersi nella regione all’inizio del XXI secolo. L’ascesa al potere di Petro nel 2022 ha segnato una svolta. La sua amministrazione ha ripristinato le relazioni diplomatiche con il Venezuela, si è distanziata dalle iniziative antidroga statunitensi, ha interrotto i legami con Israele, ha perseguito una “pace totale” con i gruppi armati (dalle forze guerrigliere alle organizzazioni narco-paramilitari), ha messo in discussione la dipendenza del Paese dalle industrie estrattive e si è allineata sempre più con Pechino e il blocco BRICS. Pur evitando uno scontro diretto con gli Stati Uniti, Petro ha cercato di allentare la presa di Washington, un obiettivo che ora è a rischio con l’elezione alla presidenza del filo-trumpiano De la Espriella. Se Colombia e Perù autorizzassero le forze armate statunitensi a condurre operazioni congiunte sul proprio territorio per colpire i vertici dei cartelli, ciò non rappresenterebbe un colpo decisivo al narcotraffico, ma costituirebbe un’importante opportunità politica per Trump in vista delle elezioni di metà mandato.
La  cattura forzata di Nicolás Maduro all’inizio dell’anno (3 gennaio) da parte delle forze militari statunitensi ha mutato lo scacchiere. Il Venezuela, colpito da catastrofiche scosse di terremoto nei giorni scorsi (con migliaia di morti e feriti e quasi 59.000 gli edifici distrutti o danneggiati, secondo le rilevazioni dei radar satellitari della NASA), affronta una delicata transizione politica sotto la presidenza ad interim di Delcy Rodríguez e l’avvio di trattative istituzionali con le opposizioni moderate (con figure come Dinorah Figuera, rientrata nel Paese dopo otto anni in esilio in Spagna, e non con la vincitrice del premio Nobel per la Pace Maria Corina Machado, considerata troppo estremista pure dagli USA). Questo evento ha privato la sinistra radicale del suo principale polmone finanziario e ideologico, lasciando la regione sotto una marcata influenza strategica di Washington.
La cattura forzata di Maduro ha segnato il passaggio dalla storica Dottrina Monroe (1823) alla Donroe Doctrine, formula giornalistica e politologica, che è stata ufficializzata nei contenuti e nelle linee guida dalla recente National Security Strategy (NSS), che rappresenta l’evoluzione più aggressiva e spregiudicata nei rapporti geopolitici tra gli Stati Uniti e l’America Latina degli ultimi decenni. Mentre il quadro ottocentesco si presentava sotto la formula formale del panamericanismo, la strategia inaugurata dall’amministrazione di Donald Trump ha tradotto la tradizionale visione del “cortile di casa” in un imperialismo esplicito, commerciale e militare. Si basa sulla logica transazionale del controllo assoluto del territorio, erigendo gli Stati Uniti a padroni indiscutibili dell’isolato.
Mentre la svolta a destra dell’America Latina offre a Washington una sponda di governi ideologicamente affini, la Donroe Doctrine impone a questi stessi leader una sottomissione geopolitica totale, trasformando la regione nel teatro di uno scontro bipolare serrato tra l’egemonia militare statunitense e la ragnatela economica cinese. La rigidità ideologica imposta dalla Donroe Doctrine si scontra frontalmente con gli interessi commerciali dei singoli Paesi. Mentre Washington esige dai suoi alleati una rottura netta con le potenze rivali (Mosca e Pechino), i bilanci statali di Bogotá, Lima e Buenos Aires dipendono in modo vitale dai flussi di capitale asiatici. Questo stridore solleva il velo sulla vulnerabilità più profonda della nuova destra: l’impossibilità di trasformare l’allineamento militare con gli Stati Uniti in un motore di sviluppo economico autosufficiente, esponendo i governi conservatori al rischio di una reazione sociale violenta qualora le promesse di stabilità economica dovessero fallire.

Il contrappeso strategico: gli interessi geopolitici ed economici della Cina

Il pilastro controbilanciante della “doppia fedeltà” latinoamericana si esprime nel ferreo pragmatismo economico verso la Repubblica Popolare Cinese. Se l’allineamento ideologico dei nuovi governi conservatori pende in modo inequivocabile verso l’amministrazione Trump, i bilanci nazionali e la stabilità finanziaria dell’area restano strettamente ancorati a Pechino. La strategia della “doppia fedeltà” condanna i leader della nuova destra, da Javier Milei in Argentina a Keiko Fujimori in Perù, ad un funambolismo geopolitico: sanno bene che la retorica anticomunista della campagna elettorale deve arrestarsi di fronte ai flussi commerciali vitali per la sopravvivenza delle loro economie che sono strozzate dal debito e hanno tassi di inflazione elevati.
L’America Latina occupa una posizione unica. Possiede molte delle risorse essenziali per la crescita del XXI secolo. Terreni agricoli, produzione alimentare, minerali critici, potenziale di energia rinnovabile e materie prime industriali rendono la regione strategicamente importante. Se l’asse conservatore latinoamericano guarda a Washington per le agende di sicurezza e immigrazione, la Repubblica Popolare Cinese rappresenta il perno insostituibile attorno cui ruota la stabilità economica della regione, indipendentemente dal colore politico dei governi. Pechino ha consolidato una penetrazione profonda che condiziona pesantemente le scelte strategiche del continente.
La Cina è ormai il primo partner commerciale della maggior parte dei Paesi sudamericani (tra cui Brasile, Cile e Perù), superando storicamente gli Stati Uniti. Pechino agisce come il principale acquirente di commodity agricole e minerarie: soia brasiliana e argentina, rame cileno e peruviano, litio cileno, boliviano e argentino, e petrolio. Questo legame commerciale rende le economie latinoamericane strutturalmente dipendenti dai cicli di consumo del mercato asiatico.
In tutto il continente, gli investimenti cinesi continuano ad espandersi. Attraverso la Belt and Road Initiative, le aziende private e statali cinesi hanno acquisito asset strategici vitali. In Perù, il monumentale megaporto di Chancay — hub logistico situato a circa 80 chilometri a nord di Lima che è controllato dalla cinese Cosco Shipping (che detiene il 60% delle quote) — trasforma il Paese nel principale trampolino di lancio commerciale verso l’Asia. Chancay offre una rotta diretta per Shanghai che riduce il viaggio a soli 23-25 giorni, tagliando i tempi di oltre 10 giorni. Al controllo di questa infrastruttura si aggiunge il monopolio cinese sulle reti di distribuzione elettrica a Lima e gli investimenti miliardari nel “Triangolo del Litio” (Argentina, Bolivia e Cile), risorsa fondamentale per la produzione globale di batterie e quindi per la transizione ecologica e tecnologica globale.
In Argentina, nonostante l’agenda ultraliberista di Javier Milei, il governo non ha potuto interrompere i contratti di estrazione con i consorzi cinesi nella provincia di Jujuy e Catamarca, né ha potuto rinunciare alle linee di credito garantite dalla Banca Popolare Cinese per stabilizzare le riserve della Banca Centrale. Lo stesso pragmatismo si osserva nel settore energetico e delle telecomunicazioni in Colombia e in Ecuador, dove la penetrazione di tecnologie cinesi (come le reti 5G e i grandi impianti idroelettrici) è ormai troppo profonda per essere smantellata senza provocare un collasso sistemico delle infrastrutture nazionali.
Nonostante la retorica anticomunista e l’allineamento politico con Donald Trump, i nuovi leader della destra continentale dimostrano un pragmatismo economico nei confronti di Pechino. Figure come Javier Milei in Argentina o la neoeletta Keiko Fujimori in Perù, pur privilegiando i rapporti diplomatici con l’Occidente, non possono permettersi di interrompere i flussi di investimento cinesi o i contratti di swap valutario necessari a evitare il default finanziario.
La Cina, muovendosi senza richiedere riforme democratiche o condizionalità politiche, è riuscita per ora a blindare la propria presenza nell’emisfero occidentale. Questa ragnatela economica riduce i margini di manovra geopolitica degli Stati Uniti, costringendo anche i governi più reazionari a mantenere una postura di doppia fedeltà: militare e valoriale verso Washington, commerciale e finanziaria verso Pechino.
Per la Cina, la sfida è di natura politica. L’impegno cinese in Sud America si interseca direttamente con gli interessi strategici degli Stati Uniti. Washington continua a considerare la regione attraverso la lente dell’influenza storica e della competizione strategica. Il bersaglio principale degli Stati Uniti è la Cina. Se nel 1823 la minaccia erano gli imperi europei, oggi la Donroe Doctrine mira a neutralizzare la penetrazione commerciale e infrastrutturale di Pechino. Gli Stati Uniti rivendicano il diritto di bloccare l’accumulo di forze e il controllo di asset critici (come il litio o i porti commerciali) da parte di un competitor esterno nell’emisfero.
In questo contesto, ad esempio, il controllo commerciale cinese su infrastrutture portuali strategiche a ridosso del Canale di Panama, come i terminal di Balboa e Cristobal gestiti dalla multinazionale di Hong Kong Hutchison Ports, è percepito dal Pentagono come una minaccia diretta alla sicurezza delle rotte marittime globali. La Casa Bianca esercita quindi una pressione crescente sul governo panamense per limitare il rinnovo delle concessioni e impedire che questi hub commerciali possano trasformarsi in futuri avamposti logistici di rilievo militare.
Di conseguenza, è probabile che per la Cina il Sud America rimanga una regione in cui opportunità economiche e rivalità geopolitica coesistono simultaneamente.

Il Brasile come arbitro e termometro del continente

La mappa del potere in America Latina non è definitiva, ma l’effetto pendolo oscilla con decisione verso l’area conservatrice, se non proprio reazionaria. Il test decisivo per comprendere se la svolta a destra assumerà i caratteri di un’egemonia continentale duratura si terrà il 4 ottobre, in occasione delle elezioni presidenziali in Brasile.
La competizione vedrà scontrarsi il presidente di sinistra uscente, Lula da Silva, e la destra conservatrice in forte ascesa guidata dal senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro che è stato condannato a 27 anni per il tentato golpe del 2023 (al momento è sotto regime di arresti domiciliari umanitari per ragioni di salute). Bolsonaro ha promesso di importare il “modello Bukele”, costruendo prigioni e reprimendo la criminalità con la stessa fermezza del presidente salvadoregno, nel tentativo di rendere la sicurezza pubblica un tema centrale delle elezioni generali di ottobre. Per gran parte dell’anno, Flávio Bolsonaro sembrava aver recuperato terreno su Lula. Ma un mix di politiche redistributive e incompetenza della destra ha riportato il presidente in carica in testa.
Lula ha vinto nel 2022 con un programma di modesta ripresa dei redditi per la classe lavoratrice. Durante la prima fase del suo mandato, l’adattamento alle aspettative delle classi dominanti e il rinvio di alcune misure progressiste hanno eroso la sua base elettorale e dato impulso al movimento di Bolsonaro. La situazione ha cominciato a cambiare quando il governo ha adottato un’agenda sociale più chiara: ampliamento dell’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori a basso reddito, aumento delle tasse per i redditi più alti, investimenti pubblici da oltre 300 miliardi di euro attraverso il Nuovo Programma di Accelerazione della Crescita e misure di credito per i settori precari. Questo approccio gli ha permesso di riconquistare l’iniziativa politica e di recuperare parzialmente la sua popolarità.
Molti giovani che hanno vissuto la loro intera vita sotto governi legati al PT (Partito dei Lavoratori) registrano insoddisfazione per la stagnazione dei redditi, il declino della sicurezza pubblica e la mancanza di riforme strutturali. I sondaggi sul voto giovanile (fascia 16-24 anni, stimata in circa 18,7 milioni di elettori) sostengono che questo è fortemente influenzato dai social media egemonizzati dalla destra e mostrano un marcato allontanamento dalla sinistra tradizionale e una forte frammentazione. A frammentare ulteriormente il voto dei giovani è l’irruzione sulla scena di Renan Santos, leader e candidato del movimento Missão. Con una retorica aggressiva forgiata interamente su TikTok e Instagram, Santos sta attirando una quota massiccia di giovani lavoratori indipendenti, rider e autisti di piattaforma. Questo elettorato rifiuta sia Lula sia la destra tradizionale dei Bolsonaro, identificandosi in un discorso anarco-capitalista focalizzato sul taglio delle tasse e sulla deregolamentazione. I sondaggi lo collocano già come ago della bilancia con circa il 14% tra i giovani.
L’elezione del 4 ottobre non è soltanto una contesa nazionale, ma il termometro che misurerà la reale tenuta della “marea rosa” nell’unica grande fortezza progressista rimasta nel subcontinente. Una vittoria di Bolsonaro allineerebbe la più grande economia della regione all’asse conservatore di Washington e Buenos Aires, formalizzando la totale egemonia della nuova destra in Sudamerica. Al contrario, una riconferma di Lula manterrebbe aperto un canale di resistenza diplomatica e di integrazione regionale autonoma, impedendo il completamento del blocco geopolitico panamericano auspicato dai promotori della Donroe Doctrine.
In conclusione, l’America Latina non ha trovato un porto sicuro nel conservatorismo, ma è entrata in una fase di transizione profonda, convulsa e strutturalmente instabile. Il declino della “marea rosa” ha lasciato il posto a un pragmatismo difensivo e a un neoliberismo autoritario nati dall’emergenza. Se questo modello riuscirà a trasformarsi in un progetto di sviluppo duraturo o se, invece, finirà per implodere sotto il peso delle proprie contraddizioni geopolitiche ed economiche, dipenderà dalla capacità dei nuovi leader di governare la complessità senza rimanere schiacciati dal gigante americano o dal dragone asiatico. La risposta, con ogni probabilità, inizierà a scriversi il 4 ottobre nelle urne di Brasília.

Alessandro Scassellati

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